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La polvere del tempo
Scritto da Emanuele Rauco   
Friday 03 June 2011

In sala dal 01/06/11 Genere Drammatico
Regia Theodoros Angelopoulos Con Michel Piccoli, Bruno Ganz, Irène Jacob, Willem Defoe
Paese Grecia/Italia/Germania, 2008
Distribuzione Movimento film

Il secondo capitolo della trilogia novecentesca di Angelopoulos viaggia nel tempo e nella storia per carpire il senso profondo delle immagini...

 

Recensione

Atteso per quattro anni – in Italia sette, grazie alla distribuzione che fa uscire nel 2011 un film del 2008, passato in molti festival internazionali – arriva il secondo capitolo di una trilogia sul Novecento firmato dal maestro greco Theo Angelopoulos, dopo il notevole La sorgente del fiume, che raccontava gli anni fino alla Seconda guerra mondiale.

In questo film, il regista de La recita narra del Secondo dopo guerra, del dramma del comunismo e delle molte diaspore (ebraica e non solo) attraverso la storia d'amore tormentata tra Jacob, Spyros ed Eleni: un triangolo mai sopito, che dagli anni '50 arriva al '99, al giorno della fine del millennio. Angelopoulos scrive con Tonino Guerra e Petros Markaris un melodramma storico a un tempo trattenuto ed epico (in senso brechtiano) che costeggia il metalinguaggio grazie alla “cornice” di un regista coinvolto nella storia e che forse la filmerà.

Aperto non a caso dall'ingresso degli studi di Cinecittà, il film usa proprio la costruzione del cinema e del linguaggio filmico per raccontare l'essenza e l'impatto delle immagini sull'uomo ma anche sulla storia, messa in scena come un eterno presente in cui passato e futuro si mescolano senza soluzione di continuità, come nelle pareti della giovane Eleni jr o nei dialoghi dei personaggi dentro la stanza d'albergo, dove in tre ritrovano il rapporto tra idillio e inferno; come gli snodi narrativi che punteggiano la storia, Angelopoulos realizza un film che si muove a cavallo tra gli eventi, tra gli estremi, tra la maniera di uno stile (il fiume nel finale) ma anche con la forza di uno stile che crea una realtà più che riprenderla.

La sceneggiatura a volte pare arenarsi in passaggi simbolici o poco chiari, in dialoghi difficoltosi, ma è una delle caratteristiche di un cinema di poesia, di pura regia, piano eppure ricchissimo, dal ritmo lento e ipnotico, dalle immagini bellissime (fotografia di Andreas Sinanos) e mai fini a se stesse, come il bellissimo primo piano sul riflesso del treno, in cui l'assenza di un montaggio classico sostituito da lunghe inquadrature permette al terzetto di attori principali – Bruno Ganz, Irène Jacob e Michel Piccoli – di dare il meglio, nonostante il doppiaggio enfatico e discutibile. Quello di Angelpoulos non è mai cinema vecchio, ma è antico. E ancora prezioso. (Emanuele Rauco)

 

Trailer:

 

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