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La pelle che abito
Scritto da Martina Calcabrini   
mercoledì 28 settembre 2011

In sala dal 23/09/2011 Genere Thriller, Horror
Regia Rupert Wyatt Con Antonio Banderas, Elena Anaya, Marisa Paredes, Eduard Fernández, Fernando Cayo, Bárbara Lennie
Paese Spagna, 2011 Durata 120'
Distribuzione Warner Bros. Pictures Italia

Pedro Almodovar, pur cambiando pelle, torna a bramare la nostra attenzione per farci riflettere sui concetti di “diversità” e “uguaglianza”…

 

Recensione

Pedro Almodovar, si sa, non è mai stato considerato un autore “facile”. I suoi film, infatti, sono sempre complessi, articolati, intrisi da sottotesti psicologici. Il pubblico però, nonostante le “complicanze”, riconosce la sua mano pop grazie alla tinte policrome, violente e contrastanti che rendono i fotogrammi dei suoi film simili a movimentati tableau vivant. Almodovar ha messo in scena generi diversi passando da pièce teatrali a commedie nere, da prodotti comici a drammatici, da film d’autore a commedie leggere, tendendo sempre, però, una sorta di filo rosso tra le sue opere. Impossibile non riconoscere la sua presenza autoriale davanti ai temi della (tran)sessualità, della violenza, del rifiuto, dello scherno e della (finale e risolutiva) accettazione del vero io. Lo stesso vale per il suo ultimo lavoro, La pelle che abito, una pellicola che, spingendo all’estremo il tema della morte accennato in Volver, si avvicina al genere horror pur non raggiungendolo.

Robert Ledgar, stimato chirurgo plastico, studia un sistema per curare la pelle umana rovinata da ustioni gravi. La prima paziente sottoposta alla cura sperimentale è Vera, una donna cui vengono applicate membrane di pelle e che risiede stabilmente in casa del dottore. Quando El Tigre, un rapinatore mascherato, fa irruzione nella casa e violenta la donna, Ledgar si scoprirà innamorato di lei. Solo allora una serie di flashbacks riveleranno le vere identità dei protagonisti.

Arrabbiato, furioso, violento, il nuovo film di Almodovar scuote le coscienze. Antonio Banderas, suo attore feticcio ai tempi di Legami, incarna un Frankenstein moderno che si diverte a trasformare una donna bellissima in una bambola perfetta. Nessun ago, filo o forbice riesce a trafiggere la carne umana senza farla sanguinare. E così l’autore spagnole, burattinaio per eccellenza, riversa sé stesso nel personaggio di Banderas e gli permette di cambiare abito e aspetto ai suoi protagonisti, proprio come se fossero delle marionette, incurante delle ferite e delle loro grida di dolore. In realtà, però, è lo spettatore a soffrire maggiormente con grida intime e silenziose. Viviamo davvero in un mondo in cui l’aspetto è più importante dell’essere? E soprattutto: esiste qualcuno che ha il diritto di trasformarci ad immagine e somiglianza di chi ama? Pedro Almodovar, insomma, pur cambiando pelle, torna a bramare la nostra attenzione per farci riflettere sui concetti di “diversità” e “uguaglianza”. (Martina Calcabrini)

 

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