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La fuga di Martha
Scritto da Emanuele Rauco   
Monday 28 May 2012

In sala dal 25/05/12 Genere Drammatico
Regia Sean Durkin Con Elizabeth Olsen, Sarah Paulson, John Hawkes, Hugh Dancy, Christopher Abbott
Paese Usa, 2011 Durata 102'
Distribuzione 20th Century Fox

►Sean Durkin esordisce nel lungometraggio con un dramma tutto giocato sull'attesa e l'atmosfera. Forse ci marcia, ma c'è un bel tocco e una grande protagonista...

 

Recensione

Il flashback è uno dei più consolidati mezzi narrativi del linguaggio cinematografico, e si può utilizzare per tenere un segreto o per rivelarlo subito e concentrarsi su altro. Nel suo esordio alla regia dal titolo La fuga di Martha, Sean Durkin lo usa in tutti e due i modi, correndo più di un rischio ma allo stesso tempo potendo sfruttare un'interessante opportunità di racconto.

La Martha del titolo è una ragazza che si fa viva con la sorella maggiore dopo due anni di silenzio. Cosa è successo ce lo rivelano appunto i flashback: narrano di una comunità che ha accolto la ragazza, cambiandole nome e costringendola anche a fare cose che non voleva. Ma la fuga pare appena all'inizio. Scritto dallo stesso Durkin, il film è un dramma virato al nero che segue parallelamente il tentativo di una ragazza di emanciparsi completamente dal suo passato, ma anche dai vari passati attraverso cui ha affrontato la vita.

Perché il tema principale de La fuga di Martha è la cultura come lavaggio del cervello, l'insieme di abitudini, stili di vita, valori sociali che ci rendono quello che siamo e che in realtà c'entrano poco o nulla con l'individuo: l'inquietante comune che liquefa il credo hippy in un grumo di autoritarismo, sessualità e morte si specchia in modo spiazzante nella famiglia onesta e pulita, in quella che segue le norme del vivere comune e che, in quanto tali, Martha vede come un'imposizione. Durkin racconta la discesa in un incubo che lo spettatore già conosce come tale, e aggira il limite della ripetizione, della mancanza di suspense, con l'atmosfera e col lavoro registico.

Se infatti la sceneggiatura ha non poche finezze nel lavorare sui dettagli psicologici dell'identità perduta (il titolo originale, Martha Marcy May Marlene, coi tre nomi che assume la ragazza per fuggire da se stessa), è il lavoro visivo che dà forza al film, i lentissimi zoom a stringere che ricordano il cinema anni '70, specie Altman, il gioco di volumi e piani sonori. Un'atmosfera opprimente e sospesa fatta di campi lunghissimi e accorti controcampi che Durkin maneggia con disinvoltura prossima alla spregiudicatezza, ma che ha il merito sia di chiudere con un bel finale aperto e paranoico che di mostrarci un'attrice dal grandissimo potenziale: il mix di inquietudine e sicurezza di Elizabeth Olsen – sorella migliore delle magrissime gemelline – inafferrabile come un cucciolo che sta per diventare un feroce animale. (Emanuele Rauco)

 

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