| L’uomo nell’ombra |
| Scritto da Emanuele Rauco | |
| venerdì 09 aprile 2010 | |
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► Incisivo thriller politico, forse l’ultimo film di Polanski, che sonda le possibilità e le trappole della parola sull’immagine.
Recensione
“La verità è qualcosa che rovina una bella storia”. Lo sa bene Roman Polanski e lo sanno bene i suoi personaggi. Tanto che giunto a 77 anni, prima del guaio giudiziario che probabilmente ne chiuderà la carriera, il regista franco-polacco realizza una perfetta parabola sul senso delle storie, sul concetto di verità nascosta dietro le parole, sulla trasparenza degli atti di creazione. In due parole: un film forte. Tratto dal romanzo di Robert Harris, il film racconta di Adam Lang, ex-premier inglese che ha deciso di raccontare al mondo la propria vita, ma visto il suo scarso talento nella scrittura si affida a un ghost writer. Il cui compito sarà anche quello di sostituire un predecessore misteriosamente morto. Un thriller politico scritto da Harris e dallo stesso Polanski, in cui la detection inizia solo poco prima di metà film e in cui, attraverso un “fantasma”, il regista afferma le sue idee sulla politica. Già scegliendo di parafrasare Tony Blair attraverso il personaggio di Lang, il film riflette sul potere, su come si perde o si nasconde, su come la penna (o il computer) ferisca molto più della pistola e ingabbi le immagini, col loro presunto bagaglio di verità. Questo racconta Polanski, di una società dell’immagine e dello spettacolo in cui però il potere è tutto dentro le parole, è tra le lettere e la sintassi di frasi e pensieri che quasi mai sanno dire il vero. E lo ribadisce in un finale straordinario in cui, a un carrello che segue un bigliettino rivelatore di “verità”, segue un piano fisso in cui i fogli di un manoscritto, le parole, invadono l’immagine. E chiudono la storia. Polanski si comporta esattamente come un ghost writer, che nel film è genialmente senza nome, finge di tenersi a largo dalla sceneggiatura, mette in scena uno stile classico e quasi cristallino, ma conosce perfettamente ciò che dice, il senso oscuro della storia che racconta, usa i suoi personaggi proprio come fa Lang, per esprimersi. E la perfezione del meccanismo, narrativo e visivo, gli dà perfettamente ragione. Così come la scelta di due protagonisti britannici: Pierce Brosnan ed Ewan McGregor. Due reclusi, prigionieri di se stessi, in fuga come l’Harrison Ford di Frantic, inconsapevoli di portarsi dietro la gabbia che li soffocherà. (Emanuele Rauco)
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