| J. Edgar |
| Scritto da Martina Calcabrini | |
| lunedì 09 gennaio 2012 | |
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►Biopic incentrato su una delle più controverse figure della storia della politica americana del ventesimo secolo, raccontata con quel distacco e quello spirito critico necessari per non giudicare né l’uomo né il mito...
Recensione
Clint Eastwood non è certamente uno di quegli autori interessati a realizzare pellicole “facili” per far contento il pubblico. No, Eastwood è (stato) un contestatore, un ribelle, un regista capace di trasformare in oro tutto ciò che tocca(va). E non si è smentito nemmeno con J. Edgar, un biopic incentrato su una delle più controverse figure della storia della politica americana del ventesimo secolo, raccontata con quel distacco e quello spirito critico necessari per non giudicare né l’uomo né il mito. John Edgar Hoover era un uomo timido e impacciato che viveva una vita austera e rigorosa governato dalla figura ingombrante di una madre sempre troppo presente. Abituato a controllare ogni aspetto della sua esistenza, Hoover propose di adottare un metodo molto simile per schedare tutti quei delinquenti che, senza prove troppo evidenti, erano abituati a farla franca. E così, senza accorgersene, il giovane (e balbuziente) Edgar divenne presto il capo dell’F.B.I., la più importante istituzione investigativa di tutta l’America, rimanendo in carica per quasi mezzo secolo, e sopravvivendo a ben otto Presidenti (da Coleridge a Nixon). Durante questi lunghi anni, Edgar costruì diligentemente la sua figura pubblica di uomo serio e autorevole partecipando (soltanto) a tutti quegli eventi sociali che avrebbero accresciuto il proprio potere. Ebbe molte più difficoltà, invece, a costruire la sua immagine privata perché, non essendosi mai sposato né fidanzato, venne accusato di essere l’amante di Clyde Tolson, il suo socio e amico fidato. Nessuno seppe mai la verità, però, perché Edgar sapeva benissimo che sua madre avrebbe preferito un figlio morto piuttosto che omosessuale. Ecco dunque il motivo di tanto rigore, di tanta disciplina, di tanto distacco dalla vita, osservata dai vetri di una finestra, sorvegliata attraverso microspie, abbandonata per colpa di principi e doveri troppo rigidi. Ed è proprio su questo confine che Eastwood posiziona la sua macchina da presa: né troppo vicina né troppo lontana da quello che John Edgar Hoover fu davvero. Fu un uomo forte, fu un capo severo, fu un compagno distante ma, certamente, non fu mai un eroe. I fascicoli di prove sulle personalità più in vista dell’epoca, che racchiudeva in schedari nascosti nel suo ufficio, vennero spesso usati per scopi personali, perché, si sa, il potere corrompe persino le menti degli uomini più puri (negli intenti). Il regista decide di non raccontare la storia di Hoover in ordine cronologico, preferendo procedere per flashback ricorrenti, mixando così presente e passato, gioventù e vecchiaia, voglia di vivere e paura di morire. Ma i ricordi, col tempo si opacizzano, si affievoliscono, e infine svaniscono. Ed è per questo che un invecchiato e arrabbiato Leonardo Di Caprio (con il doppiaggio fuori luogo di Francesco Pezzulli), raccontando la sua biografia, tende a scambiare (?) verità e bugie, realtà e illusioni, natura e sentimenti. Eastwood è davvero eccezionale nel suo intento di rappresentare un uomo difficile, complessato, solo, ma al contempo talmente intelligente e orgoglioso di esserlo, da risultare sempre una spanna sopra chiunque altro. Ecco spiegato, dunque, il motivo delle costanti inquadrature dal basso verso l’alto e che non possono non riportare alla mente quel William Randolph Hearst, protagonista di quel capolavoro wellessiano che fu Quarto Potere. Senza criticare né giudicare, dunque, Clint Eastwood ci invita ad ascoltare la storia di un uomo che, prossimo alla morte, svela la sua anima. O almeno ci prova. (Martina Calcabrini)
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