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Inti-Illimani: Dove cantano le nuvole
Scritto da Stefano Coccia   
Saturday 26 November 2011

In sala dal 25/11/2011 Genere Documentario musicale
Regia Francesco Cordio, Paolo Pagnoncelli Con Inti Illimani, Daniele Silvestri
Paese Italia, 2007 Durata 79’
Distribuzione Distribuzione Indipendente
 

► La pienezza del documentario rifulge senz’altro in una realizzazione tecnica che, a livello di missaggio del sonoro, permette alla musica andina d’inondare ogni inquadratura, col suo essere un accompagnamento costante...

 

Recensione

Per chiunque abbia minimante a cuore la parabola umana, politica e artistica del gruppo cileno, la visione di un film come Inti-Illimani: Dove cantano le nuvole pone una serie pressoché infinita di questioni, da cui quasi non se ne esce fuori. I più emotivamente coinvolti tra gli spettatori finiranno per dividersi tra coloro cui viene spontaneo esaltarsi, di fronte al tripudio di immagini, suoni, racconti che rimandano a una pagina importante ma dolorosissima del nostro recente passato, ed altri che invece non nasconderanno la delusione, per tutto ciò che nel film non avranno modo di trovare. Un danzante, precario sistema di pieni e di vuoti, di illuminanti presenze e di assenze che pesano; lo si potrebbe inquadrare così, il documentario realizzato dai giovani Francesco Cordio e Paolo Pagnoncelli. Eppure, si ha l’impressione che tutti i differenti approcci alla visione (con spazio anche per i ripensamenti, per le conversioni lungo la via di Damasco, per i contraccolpi emotivi in grado di ribaltare il giudizio del singolo) debbano confrontarsi con un dato di fondo: la durata fottutamente breve del film, quei dannatissimi 79 minuti che in certi casi sono appena sufficienti a far venire l’acquolina in bocca, ad esasperare il desiderio di approfondire storie, facce, ricordi. Ed è questa indubbiamente una provocazione. Perché chi scrive è la stessa persona che ha più volte e goliardicamente dichiarato di esporsi alla noia, se un film che viaggia verso le tre ore non ha almeno un eroe dell’animazione giapponese quale protagonista (qualsiasi riferimento al superbo Kyashan – La rinascita è puramente voluto). Perché chi scrive ha platealmente sbeffeggiato il David Lynch di Inland Empire, nenia a tratti insopportabile per quanto idolatrata da tanti cinefili. Ma soprattutto perché chi scrive è consapevole del fatto che per un documentario l’eccessiva durata è normalmente considerata un handicap.

Ebbene, nonostante questo la provocazione rimane: di fronte alla musica e al passato degli Inti Illimani si resterebbe volentieri incollati allo schermo per ore e ore. Forse giorni (e così la provocazione diventa iperbole). Ma per spezzare una lancia a favore del lavoro di Cordio e Pagnoncelli, torniamo pure al discorso dei “pieni” e dei “vuoti”: la pienezza del documentario rifulge senz’altro in una realizzazione tecnica che, a livello di missaggio del sonoro, permette alla musica andina d’inondare ogni inquadratura, col suo essere un accompagnamento costante, destinato ad esplodere nelle riprese dei concerti e a bisbigliare in sottofondo anche durante le interviste. Questa “colla” musicale valorizza in particolare la lunga trasferta cilena, decisamente la più bella: gettare uno sguardo sulla divisione tra Inti Illimani “Historicos” e “Nuevos”, con la scoperta dei giovani e talentuosi musicisti ammessi nella formazione che ha scelto di rinnovarsi, oppure venire a conoscenza delle “giornate di purificazione” cui venne sottoposto lo stadio di Santiago per esorcizzare l’orrenda mattanza in cui perirono Victor Jara e tanti altri Compagni, sotto l’infame dittatura di Pinochet, è qualcosa che rappresenta un’emozione difficile da descrivere. Veniamo però al rovescio della medaglia, ai cosiddetti “vuoti”! Per quanto l’anziana dell’albergo ansiosa di farsi autografare il vinile dal gruppo o il momento delizioso dell’incontro tra Daniele Silvestri e i musicisti cileni costituiscano di per sé piccole magie, la parentesi italiana boccheggia, respira a fatica, soffre delle troppe assenze sul piano della testimonianza politica e delle stesse collaborazioni artistiche: quanto ci sarebbe piaciuto, ad esempio, imbatterci sullo schermo in un Beppe Carletti dei Nomadi ed ascoltare anche il suo punto di vista, nel nome di una band che ha spesso diviso il palco con gli Inti Illimani e che la sofferenza per il Cile martoriato (“Salvador era un uomo, vissuto da uomo, morto da uomo, con un fucile in mano”, cantava affranto di Allende il compianto Augusto Daolio) l’ha ugualmente condivisa, ai massimi livelli. Ed ecco prendere corpo questa strana sensazione, in bilico tra approvazione e timore di un’occasione mancata, nei confronti del pur movimentato documentario musicale. Godiamocelo pure, a questo punto, aspettando però con trepidazione un ipotetico film-monstre sugli Inti Illimani che duri giorni e giorni interi. Anzi, settimane. Perché no? (Stefano Coccia)

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