| Il segreto dei suoi occhi |
| Scritto da Emanuele Rauco | |
| sabato 05 giugno 2010 | |
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►Una bella storia, curata e complicata il giusto, grazie alla quale Juan Josè Campanella ha potuto vincere l’Oscar per il film straniero.
Recensione
È stata una delle maggiori sorprese alla più recente notte degli Oscar: sconfiggendo due grandi film come Il nastro bianco di Haneke e Il profeta di Audiard, Juan José Campanella vince il premio col suo sesto lungometraggio, una storia d’amore e morte, un thriller dei sentimenti che però pecca un po’ di “immaginazione” cinematografica. Benjamin è un commissario in pensione che vuole occupare il tempo libero scrivendo: gli torna in mente un caso che ha segnato la sua vita e il suo lavoro, quello di una donna violentata e uccisa. Un giallo sentimentale e umano – per non dire psicologico – su sfondo vagamente storico (siamo in Argentina, tra l’oggi e gli anni ’70), scritto dal regista con Eduardo Sacheri, autore del romanzo a cui il film è ispirato. In questa storia che mescola memoria e racconto, romanzo e realtà, investigazione e morte, il film tematizza la pratica della narrazione e del ricordo come modi per conoscere gli altri e di conseguenza sé stessi, in un paese in cui le istituzioni e la cultura si piegano alle leggi della violenza e della sopraffazione: “Digli che almeno mi parli” afferma un personaggio verso il finale. La comunicazione è, quindi, la chiave di lettura di un film curato e appassionante che però ha il limite proprio nella sua forza. È infatti la ricchezza di storia e sceneggiatura, la sfaccettatura dei personaggi e la complicazione dell’intreccio che dichiarano troppo palesemente la derivazione romanzesca, a limitare la capacità filmica di Campanella, la forza delle immagini, ingabbiate in un testo che le libera solo nell’efficace piano sequenza (ritoccato digitalmente) dell’arresto allo stadio, una sferzata di forza. Un film che però saprà conquistare il pubblico (come ha già fatto nel mondo) grazie anche a un cast affiatato dove Ricardo Darìn, attore simbolo del cinema argentino, mostra una maturità recitativa condivisa con l’affascinante Soledad Villamil, una sorta di Anna Galiena latino-americana. Elementi di un Oscar forse non del tutto meritato, ma comprensibile proprio alla luce dei suoi limiti. (Emanuele Rauco)
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