| Il ragazzo con la bicicletta |
| Scritto da Emanuele Rauco | |
| mercoledì 18 maggio 2011 | |
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►I Dardenne costruiscono una piccola storia a loro congeniale come una favola peculiare: limpidi, anche se la mano si forza un po'...
Recensione
Se c'è uno stile perfettamente riconoscibile nel cinema contemporaneo è quello di Jean-Pierre e Luc Dardenne, la coppia di fratelli che ha riscritto il senso stesso del realismo (vincendo due palme d'oro a Cannes) con l'uso della macchina a mano mobile, della fotografia sgranata, del seguire e pedinare i personaggi, spesso di spalle, senza musica. Il loro ottavo film, sempre in concorso sulla Croisette, continua l'opera di revisione stilistica cominciata col precedente Il matrimonio di Lorna, immettendo novità mentre si depurano ancora di più i mezzi espressivi. Il film racconta di Cyril, un ragazzino difficile e scontroso che soffre tremendamente per il fatto che il padre non vuole più vederlo; si aggrappa disperatamente a Samantha, una parrucchiera che inizia ad accudirlo. Ma la strada verso la serenità sarà difficile. I fratelli stessi scrivono questa “favola”, che si rivela una dei loro film meno dolorosi, a suo modo quasi “giocoso”, mantenendo però la struttura del dramma realistico e lo sguardo persistente sui personaggi. Il film si pone come un seguito ideale di L'enfant – di cui appare il protagonista Jéremie Renier, che in quel film vendeva il figlio – proseguendo così il discorso sulla disgregazione della famiglia, precisamente del rapporto padre-figlio reso scomodo, difficile dalla condizione socio-economica dei personaggi, dall'ambiguità morale del contesto che descrive, dalla fiducia che Cyril ripone sempre nelle persone sbagliate; i Dardenne gestiscono un racconto dalle mille trappole emotive e ideologiche con una limpidezza e una naturalezza narrativa resa ancora più evidente dalla struttura più spinta rispetto ad altre loro opere. Eppure il rifiuto totale in sceneggiatura delle convenzioni drammaturgiche e degli psicologismi porta a delle semplificazioni evitabili, come nel finale; però i Dardenne sanno come descrivere e raccontare, come costruire mondi tangibili intorno allo spettatore e riscattano così alcune debolezze. Tra le quali sarebbe impossibile annoverare il gusto per gli attori: Cécile de France è impeccabile e il piccolo Thomas Doret vibrante come un moderno Antoine Doinel. (Emanuele Rauco)
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In sala dal 18/05/2011 Genere Drammatico



















