| I pinguini di Mr. Popper |
| Scritto da Emanuele Rauco | |
| lunedì 08 agosto 2011 | |
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►Dopo i fallimenti (al botteghino) nel cinema drammatico, Jim Carrey torna al cinema per famiglie. Ma senza più stimoli né verve...
Recensione
Dispiace un po' per Jim Carrey: talento multiforme, faccia di gomma buona per le risate quanto per i drammi sottili (come Man on the Moon, Eternal Sunshine of the Spotless Mind e The Truman show), a cui il botteghino sorride poco quando vuole lasciare le sue capacità libere di esprimersi. E così, alla soglia dei 50 e con qualche flop sulle spalle deve accontentarsi di un progetto Fox pensato per i bambini. E nemmeno tanto bene. Carrey interpreta il Mr. Popper del titolo, affarista senza scrupoli il cui padre viaggiatore lascia in eredità un pinguino (per un equivoco diventeranno presto sei). Inconvenienti a go-go, se non fosse che gli animaletti riusciranno a ricomporre la sua spezzata famiglia. Film convenzionale e industriale come pochi altri, diretto da Mark Waters e scritto da Sean Anders, John Morris e Jared Stern da un romanzo di Richard e Florence Atwater per sfruttare in un colpo solo la buffoneria del protagonista e la leziosità dei pinguini. Come gran parte di questi prodotti, il cuore dell'operazione è nella morale assolutamente conformista per cui – come in ogni buon racconto USA – oltre all'unità della famiglia tradizionale (ossia quella del matrimonio e dei figli, e se questo si è rotto si ricompone) conta il successo, il denaro, la ricchezza che non solo non è alternativa alla famiglia, anzi, l'aiuta. Meglio consolarsi, per quel poco, con il lato umoristico: peccato che Waters sprechi molte potenziali occasioni di risata e si abbassi completamente al livello scatologico/popolare (peti e balletti, per intenderci) di molto cinema contemporaneo che crede i bambini decerebrati. La sceneggiatura ha trovate simpatiche quando mantiene il tono fiabesco del romanzo (l'assistente che parla solo con le 'p', il polo ricostruito a casa), ma poi rimastica le sit-comedy anni '60 stile La famiglia Brady senza che la regia possa fare nulla. Mezzi e fini discutibili per un film che strapperà qualche risata ai più piccoli, ma che – esclusa la splendida visione della grande Angela Lansbury – si ricorderà per il passaggio ormai definitivo di Carrey da nuovo James Stewart a spalla per animaletti leziosi (e il primo che cita Harvey di Henry Koster finisce in punizione). (Emanuele Rauco).
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