| Hypnosis |
| Scritto da Emanuele Rauco | |
| venerdì 24 giugno 2011 | |
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►Il duo di video-makers 12/77 si cimenta col lungometraggio e con l'horror all'orientale: cura fotografica, sciatterie narrative...
Recensione
Tremate tremate, il cinema di genere è tornato: magari in chiave indipendente/underground - dal RIFF al FantaFestival fino alle molte manifestazioni in giro per l'Italia, ma che riesce a trovare sempre più spesso la strada della distribuzione. Come il caso di Hypnosis, esordio al cinema di Davide Tartarini e Simone Cerri Goldstein – il duo di video-makers 12/77 – che ricalca con convinzione le strade dell'horror fantasmatico cinese e giapponese. Christian è una ragazzo semplice e disturbato che, affetto spesso da allucinazioni, è seguito dal padre della sua migliore amica, il dottor Moretti. Ma il compagno dell'amica è uno psichiatra sperimentale che vuole testare una variante estrema dell'ipnosi: la tragedia e l'orrore sono dietro l'angolo. Ricordi dal passato, grumi del subconscio, fantasmi e visioni mortali si mescolano nella sceneggiatura tentando di dare nuova credibilità alla ghost story italica. Come in un altro film di genere contemporaneo, 6 giorni sulla Terra di Venturi, anche in questo si usa l'ipnosi e la regressione per scavare nel lato profondo del cinema di genere e per coinvolgere dentro le dinamiche dell'horror (o della fantascienza) l'anima e la sua complessità. I 12/77 sono capaci di rendere una certa atmosfera orientale e dimostrano una cura fotografica notevole, ma s'incartano nella progressione narrativa stentata che arriva a un finale semplicistico e confuso. Il demerito principale è dello script che, oltre a non saper dare spessore al racconto, s'inceppa con notazioni del tutto inutili (perchè Christian lavora in un multisala? Perchè Isaia è fissato con l'igiene?). Ma anche la regia ha le sue colpe: giocando sul fuori fuoco confonde la messinscena con la direzione cinematografica. Si salvano un po' gli attori, soprattutto il protagonista Federico Ceci, ma anche per loro non è facile reggere una credibilità che lo stesso genere italiano fatica a ritrovare. (Emanuele Rauco)
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