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Harry Potter e i Doni della Morte - parte 2
Scritto da Emanuele Rauco   
giovedì 14 luglio 2011

In sala dal 13/07/2011 Genere Fantasy
Regia David Yates Con Daniel Radcliffe, Emma Watson, Rupert Grint, Ralph Fiennes, Alan Rickman
Paese Gran Bretagna, 2011 Durata 130'
Distribuzione Warner Bros

Avvincente e soddisfacente, avventuroso e spettacolare, a patto di dimenticare l'oscuro e monocromo 3D...

 

Recensione

È pratica comune nel cinema contemporaneo prendere un film dal potenziale immaginifico e commerciale e dividerlo in due, per raddoppiarne gli incassi ma anche per aumentare a dismisura effetti e situazioni senza dover scegliere tra un film di 5 ore e il sacrificio di materiale filmico/narrativo. In Kill Bill, la divisione aveva un senso, ma in Matrix Relodead/Revolutions e in questo ultimo film della serie di Harry Potter (e scommettiamo anche nel prossimo Breaking Dawn), decisamente no. Anche se non ne compromette la riuscita.

Il film riparte da dove era finito: Voldemort ha preso dalla tomba di Silente una bacchetta di infinita potenza, Harry continua la ricerca degli Horcrux – gli oggetti in cui il signore del male ha riposto la sua anima – da distruggere. Tutto confluirà in un drammatico finale nel castello di Hogwarts. La regia di David Yates (lo stesso dei precedenti tre capitoli) e la sceneggiatura di Steve Kloves dal romanzo di J.K.Rowling compongono un buon finale della multi-miliardaria serie di film che hanno condotto maghetti e spettatori dalla preadolescenza alle soglie dell'età adulta.

E questo film porta a conclusione l'obiettivo: Harry più che col male deve fare i conti con il fantasma dei suoi genitori, di figure adulte e genitoriali tramutate da essenziali a ingombranti e la sua iniziazione è quella all'indipendenza, a lasciar morire quella parte di sé che non capisce l'importanza degli altri. In questo senso, Yates riesce a cogliere uno dei noccioli più interessanti dell'opera di Rowling e cioè che l'eroe non può essere solitario ed esiste solo nella misura in cui è attorniato da persone che lo aiutano. Su questo tema, il regista imbastisce un film fatto di atmosfere, preparazioni, tensioni soprattutto umane ed emotive (il bellissimo flashback che rivela la natura di Piton) che esplodono in un cambio di registro che non punta all'esagerazione spettacolare ma alla sua funzionalità.

È qui che però la divisione in due film si fa sentire di più: non solo perché non si coglie l'intelligenza del ritmo calibrato se non lo si ricollega al tumulto del finale precedente, ma perché sfuggono i rimandi al titolo che, centrali nella prima parte, tornano nel finale e lasciano un po' interdetto lo spettatore. Fatta la tara a ciò, il film è avvincente e soddisfacente, avventuroso e spettacolare (a patto di dimenticare l'oscuro e monocromo 3D). Tacciamo dell'epilogo “19 anni dopo”, brutto anche sulla carta nel togliere il gusto evocativo di quel finale sul ponte, ma non possiamo farlo anche con la constatazione che i tre ragazzini, Daniel Radcliffe, Emma Watson e Rupert Grint, non sono ancora degli attori e non possono che lasciare la scena al Voldemort di Ralph Fiennes o al Piton di Alan Rickman. Il trionfo degli under 20 che s'inchina al talento degli over 40/50 (e in qualche caso anche 60): c'è qualcosa di più formativo? (Emanuele Rauco)

 

 

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