| Hanna |
| Scritto da Emanuele Rauco | |
| mercoledì 10 agosto 2011 | |
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►Una spy story al sapore di fiaba che Joe Wright mette in scena con straordinaria perizia e meno lucidità...
Recensione
Nel parlare e riflettere sul cinema, da anni ci si chiede cosa sia più importante, fondante in un film, se la base narrativa della sceneggiatura o il costrutto visivo della regia. Domanda che si ripropone con Hanna, il nuovo film di Joe Wright (Espiazione), che contrappone una regia meravigliosa a una sceneggiatura deficitaria. La storia è quella di Erik, che con sua figlia Hanna è rifugiato da anni nei boschi vicino al circolo polare, addestrando la ragazza alle arti del guerriero: da chi fuggono? Lo scoprirà la figlia quando farà partire la sua missione: obiettivo l'agente segreto Marissa Wiegler. Già il riassunto del plot fa intuire la confusione narrativa dello script di Seth Lochhead e David Farr, un'avventurosa spy story che si tinge di favola e fantascienza, ma che può vantare un prodigioso apparato filmico. Infatti, il racconto di un'adolescenza vista da un'altra prospettiva diventa l'allegoria della crescita, della paura della perdita e dell'acquisizione di dolorose consapevolezze, ma anche il modo per permettere a Wright di rileggere in modo visionario il mondo della favole, il suo sostrato simbolico e psicologico facendolo interagire con registri e generi diversi. Il che porta a una seconda parte da commedia “realistica” e adolescenziale che poco si sposa col resto del film e che sembra diretta da un altro autore, molto meno interessante del primo. Il difetto, come si suol dire, è nel manico di una sceneggiatura che parta da materiale di seconda mano, non sa dare sufficiente spessore alla protagonista e s'ingarbuglia nei simbolismi: ma che la regia sa portare ad alte vette di messinscena, facendone un film di luoghi e spazi ora geometrici, ora evocativi, diviso tra stilizzazione estrema e crudezza (sulla scia del cinema di Winding Refn), accompagnato dalla folgorante musica elettronica dei Chemical Brothers. E resa avvincente dal contrasto, ovviamente edipico, tra la giovinezza guerriera di Saoirse Ronan e la maturità militaresca di Cate Blanchett, entrambe favolose nel far affiorare la paura e l'emozione dalla rabbia. Basterebbe il merito di questa versione dello scontro tra Biancaneve e la matrigna, per promuovere – fatte salve le riserve – il film di Wright. (Emanuele Rauco)
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