| Hai paura del buio |
| Scritto da Emanuele Rauco | |
| martedì 10 maggio 2011 | |
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►Massimo Coppola, dopo reportage tv di varia fattura, ci prova col cinema: poteva andargli peggio, ma manca ancora di lucidità...
Recensione
Quasi tutto coloro che hanno fatto il passaggio dal piccolo schermo al grande si ritrovano scottati, e non stiamo parlando di attori o autori di serie tv e fiction, ma di personaggi che hanno fatto una tv non narrativa, reportage o documentari. In questo caso, stiamo parlando di Massimo Coppola, divenuto più o meno famoso con Avere vent'anni, programma fattuale (come si dice in gergo) di MTV che raccontava la giovinezza ai giorni nostri. Ora Coppola prova il passo nel cinema, e rischia anche lui di scottarsi. Al centro del film Eva, che dopo la chiusura della fabbrica in cui lavorava a Bucarest si trasferisce in Italia, a Melfi; qui trova ospitalità da Anna, conosce un ragazzo di cui s'innamora e sfiora la criminalità locale. Ma ha anche modo di ritrovare sua madre. Un dramma intimo e quasi claustrofobico che il regista scrive ispirandosi in parte a Rosetta dei fratelli Dardenne, in parte al cinema d'autore degli anni '70. L'obiettivo è quello di raccontare la fabbrica, il lavoro degli operai e i loro tormenti emotivi e interiori attraverso lo sguardo di un cinema che rielabori e superi il documentario o il realismo verista con lo stile e la composizione dell'immagine: operazione ambiziosa che fa onore a Coppola, ma che cozza contro un'eccessiva programmazione di emozioni e snodi di stile (le musiche soprattutto) e un cattivo uso dell'economia di mezzi, che spesso si tramuta in ripetitività, come dimostra lo sfogo finale che recupera un pathos giustamente accantonato fino ad allora. Coppola lavora bene sui corpi e con gli attori (bravissima Alexandra Pirici) e si concentra su piani ravvicinati e focali lunghe che tolgono aria e lucidità a sfondi e contesto, ma la sceneggiatura, che procede per strappi e brevi scene, denuncia la mancanza tanto di uno sguardo sufficientemente forte ed elaborato quanto di un'urgenza che arrivi fino allo spettatore. Che non può fare a meno di guardare anche ai pregi del film (presentato a Venezia, alla Settimana della critica) con un misto di tedio e fastidio. (Emanuele Rauco)
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