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Gli abbracci spezzati
Scritto da Caterina Gangemi   
Friday 13 November 2009

In sala dal 13/11/2009 Genere Drammatico, Thriller
Regia Pedro Almodóvar Cast Penelope Cruz, Lluís Homar, Blanca Portillo, José Luis Gómez
Nazione Spagna, 2009 Durata 129′
Distribuzione Warner Bros

È un atto d’amore verso il cinema, Gli abbracci spezzati, ultima fatica di Pedro Almodovar, che per dichiararsi sceglie la via a lui congeniale del melodramma a tinte forti.

 

Recensione

Negli anni ’90, Mateo Blanco (Lluìs Homar) era un regista affermato e di successo. Perduta la vista in seguito a un incidente, decide drasticamente di ridefinirsi con un nuovo nome, Harry Caine, e una nuova identità di scrittore e sceneggiatore, confortato dall’appoggio della sua agente Judith (Blanca Portillo) e del di lei premuroso figlio Diego (Tamar Novas). Finchè la precedente esistenza, così accuratamente occultata e negata a se stesso, bussa alla porta, e ha le fattezze azzimate di un misterioso giovanotto caparbiamente deciso ad ottenere da Mateo-Harry l’adattamento di un proprio soggetto.

È un atto d’amore verso il cinema, Gli abbracci spezzati, ultima fatica di Pedro Almodovar, che per dichiararsi sceglie la via a lui congeniale del melodramma a tinte forti. Con una trama fittissima, fatta di temi ricorrenti, quali il doppio, l’emergere del passato e il riaffiorare di un rimosso fatto di torbidi e inconfessabili segreti, il rapporto col padre e l’amour fou, una messa in scena barocca ed eccessiva, nel suo incedere a colpi di kitsch, omaggi ai maestri del mélo, Sirk su tutti, e autocitazioni (lo spiritoso cameo della musa Rossy De Palma), incursioni metalinguistiche, il regista utilizza la settima arte come mezzo attraverso il quale si decostruisce, per ricomporsi attraverso il montaggio, la vita interrotta di un uomo spezzato da un amore assoluto e tormentato. Raffinato nella regia, ricca di trovate e momenti memorabili riposti principalmente nell’ironico gioco di disvelamento della finzione, dalla sequenza iniziale all’autodoppiaggio di Penelope Cruz sulle immagini rubate e proiettate nel salotto di casa, fino a quel Ragazze e valigie, incompiuto film di Mateo, che fa il verso a Donne sull’orlo di una crisi di nervi; impeccabile in una sceneggiatura che riesce a tenere insieme senza troppe forzature la dimensione corale, la temporalità ellittica e una complessa struttura a scatole cinesi, nella quale Almodovar conferma la propria dimestichezza con narrazioni forti e non scontate. Eppure Gli abbracci spezzati non riesce a convincere proprio per questo suo perseguimento di una ricercatezza stilistica e formale, del suo porsi a tutti i costi come summa dell’opera almodovariana, della quale a fare le spese è proprio la componente emotiva e sentimentale. Ciò che al film manca è infatti l’impeto, quell’ironia dissacrante, pronta a far capolino anche nei momenti di maggior tensione alla quale il regista spagnolo ci ha abituati, ma che qui, malgrado le intenzioni latita, così come la passione, intrappolata nel corpo di una Cruz ormai cristallizzatasi nel registro da diva d’antan, e finanche il pathos, artificiosamente inserito in telefonate scene madri. Una dichiarazione d’amore, si è detto, ma priva dell’enfasi, degli impercettibili, ma inevitabili tentennamenti, in una parola, della spontaneità che ogni sincera esternazione d’affetto dovrebbe possedere, ma al contrario, artificiosa e di maniera come la perfetta declamazione di un discorso accuratamente preparato a tavolino. (Caterina Gangemi)

 

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