| Gamer |
| Scritto da Emanuele Rauco | |
| mercoledì 31 marzo 2010 | |
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► Statica e molle avventura “virtuale” che mette insieme le frivolezze visive care ai registi Neveldine e Taylor a qualche accenno polemico.
Recensione
Un altro film tratto da un videogioco potrebbe essere indigesto. Ma un film in cui veri individui diventano pedine di un videogame è sembrata un’idea geniale ai registi Mark Neveldine e Brian Taylor. Dopo le disavventure di Crank e Crank 2 si dedicano a un film che, seppure con la stessa idea di cinema, prova a toccare qualche corda più seria. Mescolando eXistenZ di Cronenberg a Death Race di Anderson, il film racconta di una società video-dipendente in cui condannati a morte vengono ingaggiati per combattere in un videogioco dal vivo, manovrati attraverso un microchip: per guadagnarsi la libertà, i concorrenti dovranno superare 30 livelli. E a Kable ne manca uno solo. Il precario spunto narrativo della sceneggiatura (dei due registi) si struttura in modo raffazzonato tra film d’azione pura, spunti di paradossale e delirante ironia e persino ambizioni di critica sociale. Aperto da Sweet Dreams di Marilyn Manson, il film denuncia infatti le distorsioni della società dell’interattività e del controllo fisico del potere attraverso le nano-tecnologie, ma soprattutto con l’uso sociale delle percezioni e delle loro manipolazioni. I registi vorrebbero immergere lo spettatore nelle sensazioni del personaggio video-ludico, ma più che un’avventura grafica di ultima generazione il film di Neveldine e Taylor sembra un vecchio arcade, uno sparatutto fiacco, in cui l’agitazione provoca effetti contrari. Ciò che infatti non paiono aver capito i due filmaker è come costruire un racconto, non si dice coerente ma almeno avvincente, e confondere l’inventiva con la sciocchezza non li aiuta di certo. Il loro è un cinema in cui il cattivo gusto e l’accumulo delirante di situazioni dovrebbe garantire il divertimento; ma non capiscono che senza polso nella realizzazione dell’immagine e del ritmo possono anche dire addio agli spettatori. (Emanuele Rauco)
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