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E ora parliamo di Kevin
Scritto da Emanuele Rauco   
Saturday 25 February 2012

In sala dal 17/02/2012 Genere Drammatico
Regia Lynne Ramsay Con Tilda Swinton, John C.Reilly, Ezra Miller, Jasper Newell, Rocky Duer
Paese USA, 2011 Durata 112’
Distribuzione Bolero Film

►Magmatico e sensorio dramma familiare in cui Lynne Ramsey racconta l'orrore della maternità con gli occhi di Tilda Swinton...

 

Recensione

In Italia è bastata una frase su quanto è difficile essere madre da parte di un'attrice (Claudia Pandolfi, per la precisione) e si è aperto il cielo mammista del Bel paese. Lynne Ramsey, regista amata dalla critica al terzo film, è andata invece in concorso a Cannes con E ora parliamo di Kevin, dramma funereo sull'orrore della maternità che sicuramente non fa sconti allo spettatore, e sicuramente alle spettatrici.

Il film racconta di Eva, moglie e madre di due bambini di cui il maschio, Kevin, è un figlio a dir poco difficile: il film tra presente e ricostruzione, svela le distorsioni della psiche del ragazzo, la sofferenza della madre e le conseguenze dell'orribile gesto da lui compiuto. Scritto dalla regista con Rory Stewart Kinnear da un romanzo di Lionel Shriver, il film è un nerissimo dramma familiare che sembra una versione stilisticamente raffinata de L'Innocenza del diavolo di Reuben, dove la parte psicoanalitica sostituisce il versante thriller.

Aperto dall'impressionante Tomatina - la battaglia dei pomodori di Bunol nella provincia valenciana - il film parte subito con un preciso dato sensoriale, accostando l'intensità del rosso all'atto compiuto da Kevin che però, con abilità narrativa consumata, ci verrà svelato solo nel finale, dopo il centellinamento degli indizi. Da qui, un percorso di immagini che acquistano senso lentamente, di colori che spariscono, di fatti che non sono fatti, come i dettagli che non permettono di capire il senso di un'immagine, ma soprattutto di suoni (curati da Paul Davies) e rumori precisi, inquietanti e narrativi: un importante apparato stilistico che consente a Ramsay di affrontare una riflessione, più che sulla malattia di un ragazzo, sull'inadeguatezza del propri genitori, sull'essere madre come sfida al mondo e non come salvezza emotiva.

Una sfida che vede perdente Eva, ma vincente una straordinaria Tilda Swinton, al centro di un film quasi onirico, che sa giocare con la curiosità dello spettatore e riesce a superare qualche intoppo di scrittura con l'intricata tessitura della regia, che guarda sottilmente all'Oriente tanto per la struttura e l'assunto narrativo (che rimanda un po' al bellissimo Confessions di Nakashima) quanto per i rimandi musicali, con i suoni del teatro kabuki a far capolino qua e là. Un film forte e stranamente sinuoso, che scuote ma non strapazza, sapendo parlare alla testa oltre che alla pancia. Certo, non lascia indifferenti. (Emanuele Ruaco)

 

Trailer:

 

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