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Django Unchained
Scritto da Caterina Gangemi   
Thursday 17 January 2013

In sala dal 17/01/2013 Genere Western
Regia Quentin Tarantino Con Jamie Foxx, Christoph Waltz, Leonardo DiCaprio, Samuel L. Jackson, Kerry Washington
Paese Usa, 2013 Durata 165'
Distribuzione Warner Bros

►Quello di Django Unchained è un Tarantino maturo, che sul solco della pellicola precedente mostra di aver superato la fase ludica del pastiche citazionista a favore di un impiego strutturato, e neppure troppo autocompiaciuto, dei materiali di riferimento...

 

Recensione

Nell'America dell'Ottocento, poco prima dello scoppio della Guerra Civile, lo schiavo Django viene sottratto ai suoi padroni grazie al provvidenziale intervento del dott. King Schultz. Sedicente dentista di origine tedesca dal linguaggio forbito e grilletto facile, l'uomo è in realtà un cacciatore di taglie che gli promette la libertà in cambio dell'aiuto per stanare tre pericolosi ricercati. L'inaspettata abilità con le armi di Django permette all'impresa di andare a buon fine e tra i due s'instaura un fruttuoso sodalizio che, testa dopo testa, li condurrà verso la missione definitiva: ritrovare la moglie di Django, caduta nelle mani di Calvin Candie, proprietario della più famigerata piantagione di cotone del sud.

Dopo il nazismo di Bastardi senza gloria, Quentin Tarantino ritorna alle questioni "serie" per raccontare con piglio dissacrante e irriverente un altro dei più vergognosi crimini contro l'umanità, la schiavitù, per quello che è forse il suo lavoro più ambizioso, concepito come omaggio allo spaghetti western (in particolare al cinema di Corbucci come svela il titolo, richiamo al personaggio dell'omonimo film del 1966 con Franco Nero) e nato dopo una travagliata gestazione, durata dieci anni e costellata da numerose defezioni nel cast. Ed è proprio con il tema di apertura composto da Luis Bacalov per Corbucci che il film ha inizio, immergendosi immediatamente in un'atmosfera vintage, permeata stavolta più di nostalgia che ammiccamenti: quello di Django Unchained è infatti un Tarantino maturo, che sul solco della pellicola precedente mostra di aver superato la fase ludica del pastiche citazionista accattivante a favore di un impiego strutturato, e neppure troppo autocompiaciuto, dei materiali di riferimento. Non orpelli ma colonne di una poetica perfettamente in grado di affermarsi nella propria personalità.

Così, da un lato lo zoom à la Fulci (e Corbucci), l'uso del paesaggio e i campi lunghi, l'approccio ai temi dello schiavismo e della tensione razziale (non finalizzato alla denuncia o al meccanismo a tesi ma alla trattazione archetipica della vendetta, dell'onore e del riscatto), avvicinano il film al filone di riferimento. Mentre dall'altro il prosciugamento da epica e pathos, la violenza efferata - non tanto nell'aspetto esteriore splatter-spettacolare dei cervelli spappolati quanto nel suo porsi come reazione catartica, unico possibile strumento di riscatto da una società avida e spietata - rimandano a un outsider come Peckinpah. E in mezzo c'è il Tarantino che tutti conosciamo, quello pulp degli assassinii a sorpresa, del chiacchiericcio, dello humour dissacrante; l'abile sceneggiatore in grado di restituire ancora una volta personaggi e gag spassose (su tutte, la seinfeldiana scena dei cappucci del KKK cuciti male) qui più che mai funzionali nella loro capacità di stemperare certe lungaggini nel racconto impedendo all'eccessiva durata di diventare estenuante.

Decisivo come sempre l'apporto del cast, laddove su un tappeto di eccellenti comprimari (Don Johnson e Samuel L. Jackson in primis) e sventole da blacksploitation, la fa da padrone un istrionico e incontenibile Christopher Waltz, perfetta controparte e spalla del protagonista Jamie Foxx, corpo impassibile e silente; mentre mai così azzeccata poteva essere la scelta di Leonardo DiCaprio, finalmente sfruttato appieno nella simbiosi tra la faccetta bonaria e paciosa e la composta ferocia del villain Candie. E memorabile il cameo di Franco Nero (il Django dell'eponima pellicola), che si mette in gioco con una beffarda autocitazione. Doveroso segnalare infine la colonna sonora, che mescola in modo accattivante il Riz Ortolani de I giorni dell'ira con il tema di Franco Micalizzi & Annibale per Lo chiamavano Trinità, a pezzi funk, hip-hop e R&B (con la "stonata" eccezione del brano originale Ancora qui di Ennio Morricone ed Elisa, una vera lagna), accompagnando impeccabilmente il tutto lungo l'onda rétro. (Caterina Gangemi)

 

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