| Corpo celeste |
| Scritto da Emanuele Rauco | |
| giovedì 26 maggio 2011 | |
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►L'esordio di Alice Rohrwacher è una riflessione sulla religione ai nostri giorni che però diventa un film arrogante e pieno di colpi bassi...
Recensione
Sorella della più famosa Alba, emaciata attrice di talento, Alice Rohrwacher arriva all'esordio nel lungometraggio a soggetto – dopo musica e documentari – con un film dalle ambizioni antropologiche, presentato (a quanto pare con successo) all'ultima Quinzaine des réalizateurs del festival di Cannes. Racconta di Marta, una ragazzina che torna con la madre in Calabria dopo molti anni passati in Svizzera: qui viene poco a poco educata alla religione cattolica, vista e riletta tra voglia di modernità e residui ancestrali. Dramma di formazione, racconto antropologico, semi-documentario sulla religione diventano nella sceneggiatura della regista elementi di un film che coi minuti si trasforma in un arrogante esempio di sguardo verticale e arroganza intellettuale. L'obiettivo dichiarato dell'opera è quello di raccontare l'influenza della religione e dei riti cattolici nel profondo sud contemporaneo, mettendo in luce il contrasto tra il bisogno di rinnovamento per attrarre giovani e il bisogno dell'”istituzione” di reiterare comportamenti, icone, tradizioni (lo scontro tra il crocifisso al neon e quello figurativo); il grave problema di Rohrwacher è però quello di usare questi riti come trucchetti per empatizzare con lo spettatore, senza cercare minimamente di capirli e contestualizzarli, ma facendone il grimaldello intellettuale con cui sbertucciare il popolo “incolto”. Operazione mesta e vagamente meschina, piena di colpi bassi (i gattini), simbolismo spicciolo e morbosità sparse che la regista cerca di spacciare per riflessione progressista: sarà un caso che gli unici due personaggi a uscirne bene sono quelli che vengono dalla “civile” Svizzera? E che dire dello stile documentaristico che dovrebbe rendere “vera” la facile ironia? Un film freddo e programmatico, ma anche poco intelligente dove si usa, né più né meno, la buona fede delle persone; e anche degli attori, come le brave Yile Vianello e Anita Caprioli o il compunto Salvatore Cantalupo, che nulla possono verso un film decisamente sgradevole. (Emanuele Rauco)
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In sala dal 27/05/2011 Genere Drammatico



















