| Cherì |
| Scritto da Caterina Gangemi | |||
| lunedì 24 agosto 2009 | |||
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►Una confezione sontuosa e impeccabile nella ricostruzione di una belle epoque preziosa e raffinata, tutta merletti e décor liberty, a contorno di intrighi amorosi, tresche e sotterfugi.
Recensione
Acclamato allo scorso Festival di Berlino, arriva anche in Italia Cheri, ultimo lavoro di Stephen Frears, che segna il ritorno del sodalizio tra il regista inglese, lo sceneggiatore Christopher Hampton e la diva Michelle Pfeiffer, a 20 anni di distanza dal capolavoro Le relazioni pericolose. Tratto dall’omonimo romanzo della scrittrice Colette, dal quale riprende fedelmente i toni caustici e il disegno protofemminista dei personaggi, il film racconta la tormentata relazione tra l’attempata ex-cortigiana d’alto bordo Léa De Lonval e il giovane e bellissimo Fred, soprannominato Cheri, figlio della subdola e petulante Madame Peloux, collega e rivale di vecchia data di Léa. Una confezione sontuosa e impeccabile nella ricostruzione di una belle epoque preziosa e raffinata, tutta merletti e décor liberty, a contorno di intrighi amorosi, tresche e sotterfugi: leziosità e manierismo sono dietro l’angolo, Frears cesella, risparmia su amplessi e lacrime, evita fronzoli di ogni sorta, guardando allo stretto necessario, ovvero il tormento dei protagonisti. Così la macchina da presa scivola sui giardini fioriti e i boudoirs, per insistere sui volti, sui dettagli, attraverso i quali passa la “trasformazione” di Cheri e Léa, tessuta da Hampton con disegno sottile e dai movimenti quasi impercettibili, verso un finale asciutto e solenne che gioca con l’autocitazione. La Pfeiffer, raro caso hollywoodiano di uso discreto della chirurgia estetica, è sensuale e raffinata, e a 51 anni suonati riempie l’inquadratura come poche, ma a fare scintille sullo schermo è soprattutto la coppia Bates-Friend, opulenta con sguardo maligno la prima, splendido, fragile, dandy muscoloso il secondo, capaci di affrontare il prossimo con taglienti battute battute all’insegna del miglior humor britannico. Impedibile, infine, l’azzeccata colonna sonora di Alexander Desplat (che già collaborò con Frears in The Queen) che, fedele alla scelta anti-drammatica del regista, crea una cornice musicale emozionante ma discreta e mai invasiva. (Caterina Gangemi)
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