| C'era una volta in Anatolia |
| Scritto da Emanuele Rauco | |
| domenica 17 giugno 2012 | |
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►Il più grande regista turco, Nuri Bilge Ceylan, in una nera favola esistenziale dove tempi, luoghi e storie diventano cinema solenne
Recensione
Quando un film ha nel titolo la locuzione “C'era una volta” (in America o nel West per Leone, in Cina per Tsui eccetera) di solito si fa riferimento a un passato epico: invece, nel suo nuovo film Nuri Bilge Ceylan – semplicemente il più grande regista turco in attività – va in contropiede e ritorna all'essenza fiabesca delle parole, declinandola al nero, entrando dentro le esistenze dei personaggi. Al centro del film (che nel 2010 ha vinto il gran prix del festival di Cannes), le indagini su un delitto misterioso: il presunto assassino cerca di condurre la polizia al corpo della vittima, ma non riescono a trovarlo nella steppa turca. Dov'è finito il cadavere e cosa è davvero successo? Ceylan scrive assieme a Ebru Ceylan ed Ercan Kesal un finto giallo che, come in L'avventura di Antonioni, nasconde in realtà un affresco psicologico e geografico di un mondo. Perché attraverso questi personaggi che cercano, senza sapere bene cosa o dove, il film mette in scena l'essenza dell'uomo moderno che deve dare un senso alla propria vita, cercando di capire ciò che lo circonda e, cosa ancora più difficile, come funziona. Più che l'omicidio passionale al centro dell'intreccio, il vero giallo è quello che accomuna dottore e procuratore, il simbolo dei tentativi disperati e vitali di trovare una ragione a tutto. Su questo scarto tra le cose e il loro funzionamento, tra la razionalità e lo spirito, gioca Ceylan che però non si limita a simboli e immagini pittoriche ma usa il cinema, la forma e il suo linguaggio per comunicare al pubblico in un modo antico e modernissimo. Come il cinema d'autore classico, ogni elemento ha una sua precisa valenza e nasce da un'idea forte del regista, il quale usa i suoi elementi per plasmare un mondo: il tempo (quasi) reale, i campi lunghi e lunghissimi che presuppongono il grande schermo e che isolano i personaggi come e più degli aridi luoghi, ma anche la capacità di ritrovarsi e, appunto, comunicare attorno a una tavola imbandita. Come nella bellissima scena a casa del sindaco in cui appare la figura chiave, la figlia del primo cittadino, l'angelo che racchiude le varie chiavi di lettura del film ed esplicita l'elemento fiabesco di cui si diceva all'inizio. Ceylan ritrova la grandezza perduta del cinema moderno costruendo il film come un romanzo, puntiglioso nel racconto ed evocativo nello stile, pieno di digressioni in voce over che aprono la testa e il cuore dei vari caratteri, di ambienti che descrivono gli stati d'animo. Un film di grande respiro, ambizione, bellezza e prospettive, di quelli che sarebbe bello vedere più spesso nelle nostre, ormai svuotate, sale. (Emanuele Rauco)
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