| Cella 211 |
| Scritto da Caterina Gangemi | |
| mercoledì 14 aprile 2010 | |
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► Un thriller mozzafiato, capace di tenere lo spettatore inchiodato alla poltrona e, nel contempo, far riflettere con un messaggio tutt’altro che scontato.
Recensione
Appena assunto come guardia in un carcere di massima sicurezza , il trentenne Juan Olivier (Alberto Ammann) si presenta al lavoro il giorno prima di prendere servizio, per familiarizzare con il luogo e apprendere dai colleghi i “trucchi del mestiere”. Durante i sopralluoghi nell’imponente quanto fatiscente struttura, un pesante calcinaccio si stacca dal soffitto ferendo alla testa il giovane che, in attesa di soccorsi, viene portato provvisoriamente in una cella rimasta vuota, la 211. Proprio in quel momento, però, si scatena una sanguinosa rivolta dei detenuti, guidati dallo spietato killer Malamadre (Luis Tosar), e a Juan non resta altra scelta che infiltrarsi tra i facinorosi e conquistare la fiducia del leader.. Nel caso ci fosse ancora qualche dubbio, circa l’attenzione del mercato spagnolo verso la produzione di un cinema di genere innovativo e di qualità, è sufficiente guardare Cella 211 per togliersi ogni residua perplessità al riguardo. Presentato con grande successo di critica alla 66esima edizione della Mostra del cinema di Venezia, e acclamato in patria con l’assegnazione di ben 8 premi Goya per le più importanti categorie, il film di Daniel Monzón è un thriller mozzafiato, capace di tenere lo spettatore inchiodato alla poltrona e, nel contempo, far riflettere con un messaggio tutt’altro che scontato. I meriti di questa riuscita vanno ricercati innanzitutto nell’impianto complessivo che, pur con una partenza piuttosto convenzionale da dramma carcerario hollywoodiano, riesce a ribaltare e stravolgere i clichè del genere pur mantenendone le fondamentali componenti di tensione e suspense. Funzionale, a questo proposito, una regia dal taglio documentaristico, con macchina a mano sempre in movimento e fotografia volutamente “sporca”, perfettamente in grado di restituire l’atmosfera brutale e ferina della sommossa. Ma è nella sceneggiatura (scritta dal regista con Jorge Guerricaechevarrìa) che Cella 211 trova il suo principale punto di forza. Un equilibrato incastro tra i vari livelli della storia (il dramma personale del protagonista e le macchinazioni proto fasciste del sistema), e un’accurata costruzione dei personaggi che permette di superare il tipico manicheismo “buoni contro cattivi” - proprio di analoghi prodotti - per sbilanciarsi, piuttosto, a favore degli ultimi, facendo proprie le ragioni di una protesta alla cui base non vi è altro se non la rivendicazione di un trattamento più umano e dignitoso. Non a caso Malamadre, ottimamente interpretato da Luis Tosar (La comunidad, Miami vice), è un villain atipico: dietro la scorza nichilista dell’uomo che non ha niente da perdere, né da lasciare, si cela un animo solidale e di grande umanità. Unica pecca, la recitazione debole e poco incisiva del protagonista, l’argentino Alberto Ammann, che, tuttavia, non va ad inficiare minimamente la qualità di un film comunque solido e avvincente. Consigliatissimo. (Caterina Gangemi)
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