| C'è chi dice no |
| Scritto da Emanuele Rauco | |
| mercoledì 06 aprile 2011 | |
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►Commedia finalmente civile e sociale diretta da Giambattista Avellino con sguardo ampio e satira pessimista...
Recensione
Se c'è un vero limite della commedia italiana degli ultimi anni, la quale oltre agli incassi ha ritrovato anche il ritmo e la verve perduti, è l'incapacità di guardare davvero la realtà, di analizzarla e farne materia di un racconto che non risulti superficiale (cosa che in fondo sono sia Benvenuti al sud di Miniero che Nessuno mi può giudicare di Bruno). Ci riesce Giambattista Avellino, regista degli ultimi due film di Ficarra e Picone, mettendo in piedi una commedia che riesce a guardare attentamente alla realtà nazionale. Max, Irma e Samuele sono tre ex-compagni di liceo le cui vite professionali sono rovinate da tre raccomandati che rubano loro il posto: decidono allora di mettersi in combutta e rovinare loro la vita. Come se fosse facile. In quasi perfetto equilibrio tra risata e riflessione, la sceneggiatura del regista e di Fabio Bonifacci è alla base di un film divertente, che spazia tra farsa e cinema brillante, ma che non perde mai di vista il proprio obiettivo e il suo contesto. Cioè la pratica delle raccomandazioni nel Belpaese, senza limitarsi alla pratica in sé ma cercando di raccontare chi le “segnalazioni” (è il termine politicamente corretto) le riceve e soprattutto il sistema che le avalla: non a caso, vengono scelti tre ambienti chiave dell'anomalia italiana verso il potere e il merito, come la ricerca universitaria - in campo legale, si noti la finezza politica - il giornalismo e la medicina. Avellino sceglie il registro comico (la gag della chat del professore su skype) per porsi delle domande sul futuro dei giovani italiani, riflette su come il perseguimento dei propri sogni sia ormai quasi un lusso e si riserva una precisione nel tratteggio che porta a un realistico pessimismo. Più misurata del solito nella farsa (la casa infestata dai fantasmi), la sceneggiatura gioca intelligentemente su più fronti, come il film nel film sulle condizioni del commissariato di polizia, azzecca idee e battute e fornisce ad Avellino un copione solido e coinvolgente su cui costruire una regia funzionale e senza sbavature, che serva tre attori simbolo della nuova commedia: Paolo Ruffini, il più acerbo dei tre ma l'unico a proprio agio col dialetto toscano, Luca Argentero e Paola Cortellesi. Ma è ad Harriet McMasters Green che spetta l'epitaffio sull'Italia: all'affermazione che raccomandazioni, lucri dolosi e fatture gonfiate siano normali risponde: “È normale, nel paese della mafia!”. (Emanuele Rauco)
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