| Butterfly Zone - Il senso della farfalla |
| Scritto da Caterina Gangemi | |
| mercoledì 30 giugno 2010 | |
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►Un film “inclassificabile”, totalmente imperniato su un vino “magico” in grado di traghettare chi lo beve nell’aldilà.
Recensione
Ormai sdoganato anche all’interno delle produzioni americane di maggior successo, il product placement rappresenta senza dubbio una risorsa preziosa per il cinema contemporaneo. Non fa eccezione l’Italia, dove è sempre più frequente la pratica, tutt’altro che deprecabile, vista la carenza di altre risorse, di “battere cassa” attraverso il ricorso ad uno o più sponsor da collocare all’interno del film in un mutuo scambio di mezzi e visibilità reciproca. Uniche condizioni richieste: una buona dose di astuzia produttiva, e la capacità di costruire una sceneggiatura che sappia inglobare con armonia e discrezione il “prodotto” all’interno del plot evitando di cadere nella trappola dello spot fine a se stesso. Purtroppo, questo è ciò che accade in film come Butterfly Zone, esordio cinematografico di Luciano Capponi, navigato regista teatrale e autore televisivo, che per il suo debutto sul grande schermo ha scelto di appoggiarsi ad una nota tenuta vinicola laziale anteponendo, con disarmante ingenuità, le esigenze del committente a quelle del buon cinema. Vincitore del Premio Méliès all’edizione 2009 del Fantafestival come miglior film fantasy, Butterfly Zone ha, tuttavia, ben poco a che vedere col suddetto genere, dispiegandosi piuttosto come un lavoro così sgangherato da risultare “inclassificabile”, totalmente imperniato su un vino “magico” in grado di traghettare chi lo beve nell’aldilà. Nonostante le buone intenzioni di fondo, infatti, Capponi sembra non riuscire a trovare la giusta misura nel compromesso tra ambizioni d’autore e esigenze di genere, perdendosi in uno sconclusionatissimo plot che prova a riunire, thriller, spy-story e commedia sotto uno script drammaturgicamente lacunoso, talmente privo di nessi causali da disperdere la miriade di sottotrame in improbabili siparietti autoconclusivi, il cui fine sembra solo quello di far perdere la bussola perfino allo spettatore più attento. Comune denominatore in cotanto mare magnum, naturalmente, è il nettare rosso, onnipresente e sorseggiato a più riprese, tanto da imporsi quale vera star della pellicola, quasi e volerne ribadire con prepotenza le ragioni del suo essere. Non aiuta, inoltre, l’umorismo dai toni farseschi (che riconduce il tutto a un tono costantemente sopra le righe, vanificando, nelle sue derive grottesche, ogni afflato di suspence o tensione) e la sciatteria delle numerose sequenze oniriche di immancabile ispirazione felliniana. Ma per fortuna non mancano elementi apprezzabili: dall’uso efficace di scenografie e location, alla buona prova dei protagonisti Pietro Ragusa e Francesco Martino e dell’ottimo contorno di caratteristi (Francesco Salvi, Giorgio Col angeli e Armando De Razza). Fino al proposito, non trascurabile, di cimentarsi con qualcosa di diverso dalle solite manfrine sentimentali da tinello, cosa che da sola vale a Capponi l’augurio di altre e migliori opportunità che gli consentano, magari, di esprimersi con maggiore libertà. (Caterina Gangemi)
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