Bronson
Scritto da Emanuele Rauco   
Thursday 09 June 2011

In sala dal 10/06/11 Genere Grottesco
Regia Nicholas Winding Refn Con Tom Hardy, Kelly Adams, Luing Andrews, Katy Barker, Gordon Brown
Paese Gran Bretagna, 2008 Durata 90'
Distribuzione One Movie

Biografia che strapazza le convenzioni del genere, in cui il geniale Winding Refn racconta la società britannica tra Jarman, Hill e Kubrick.

 

Recensione

È sorprendente Bronson, il sesto film del danese Nicholas Winding Refn: perché uscito tre anni fa nel mondo, arriva solo adesso in Italia, all'improvviso, sfruttando la palma alla regia vinta da Refn all'ultimo festival di Cannes con Drive. Ma anche perchè introduce nell'anemico genere del biopic una quantità d'idee, invenzioni, sperimentazioni che lo rendono un film quasi estraneo al filone di riferimento.

Racconta di Michael Peterson, pluri-detenuto inglese capace di infinite violenze che cerca di trovare una propria via all'interno del sistema carcerario e psichiatrico britannico; sarà proprio la violenza a indicargliela. Il “più celebre detenuto della storia d'Inghilterra” diventa per il regista – che sceneggia con Brock Norman Brock – veicolo per mescolare la sperimentazione visiva e “teatrale” di Derek Jarman, la ricchezza musicale della messinscena di Kubrick (con Arancia meccanica riferimento diretto) e il senso del ritmo e della violenza di Walter Hill, di cui il regista ha praticamente rifatto Driver - L'imprendibile nel film premiato a Cannes.

Il film mette in scena con agghiacciante ironia il sistema di detenzione del Regno Unito facendone lo sfondo di un viaggio nella consapevolezza del sé e nella voglia di gloria di un inetto, seppur dotato di muscoli e rabbia animalesca, che arriva alla disperata eppure lucida constatazione non solo di una sconfitta rispetto al sistema sociale, ma anche rispetto alla propria necessità di essere qualcosa di diverso. Winding Refn regge il discorso sul filo del grottesco, tra violenza feroce e stilizzata, tra risata a denti stretti e dolore, e se si rischia una sorta di goliardia filmica, la durezza del discorso e la paradossale poesia del finale riportano la tenuta del film a vette alte.

La sceneggiatura sa dosare l'analisi sociale, il dramma umano, il grottesco e il testosterone con una serietà che la maggior parte dei prodotti contemporanei si sogna, mentre lo stile del regista è incredibile: teso e anti-naturalistico, sgranato eppure nettissimo, sperimentale e coinvolgente capace di usare le musiche e il montaggio (di Matthew Newman) con straordinaria forza e complessità. Così come impressionante è la fisicità esplosiva di Tom Hardy che, conciato come un circense dell'800, domina il film e rompe ogni tipo di gabbia e suon di urla, calci, pugni, ruggiti, sghignazzi clowneschi; e segna anche teoricamente il percorso di un gioiello del cinema degli ultimi anni e di un regista che promette di diventare l'autore di culto degli anni '10. (Emanuele Rauco)

 

Trailer:

 

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