| Ballkan Bazar |
| Scritto da Alessandro Aniballi | |
| giovedì 14 luglio 2011 | |
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►Ballkan Bazar è una sorta di satirico carosello contro i vari nazionalismi e a favore piuttosto di un’Europa davvero comunitaria perché priva di bandiere.
Recensione
Primo film in co-produzione tra Italia e Albania, Ballkan Bazar di Edmond Budina compie un doveroso passo verso la maggiore conoscenza tra due culture vicine eppure ancora incredibilmente distanti, soprattutto per la scarsa volontà degli italiani in tal senso. Non casualmente allora della vicenda che Budina ci racconta, quella del mercimonio dei resti dei cadaveri degli albanesi per trasportarli in cimiteri greci perché la Grecia possa poi avanzare pretese sui confini territoriali, è un qualcosa che risulta assolutamente nuovo alle nostre orecchie già poco propense ad ascoltare le questioni irrisolte relative alla ex Jugoslavia, figuriamoci per quel che riguarda l’Albania. Ballkan Bazar è una sorta di satirico carosello contro i vari nazionalismi e a favore piuttosto di un’Europa davvero comunitaria perché priva di bandiere. E non è un caso che gli unici film dal respiro europeo visti negli ultimi tempi provengano proprio dai Balcani: Ballkan Bazar da un lato e Cirkus Columbia di Danis Tanovic dall’altro. È lì, con la guerra nella ex Jugoslavia e con il dramma del popolo albanese nei primi anni Novanta, che l’ideale degli europei come un unico grande popolo è crollato ed è da lì che ancora oggi qualcuno doverosamente ci ricorda che si deve cambiare strada, che bisogna ragionare in termini sovranazionali. Budina è una figura di cineasta decisamente eterodosso visto che continua a lavorare come operaio e, quando può, fa cinema. Ciò non toglie che in Ballkan Bazar si colga la mano di un regista capace di usare abilmente il linguaggio cinematografico; basti citare il dolly che improvvisamente si alza per andare a svelare il luogo del mercimonio, una chiesa ortodossa greca, roccaforte separata dal resto del paesino in cui è ambientato il film e dunque locus altro che andava necessariamente espresso in termini stilistici. Ruotando perciò intorno al tema dei nazionalismi, Budina usa l’escamotage della bara dispersa di un ufficiale francese nel sud dell’Albania per far incontrare diverse culture: quella “occidentale” italo-francese (la figlia e la nipote dell’ufficiale) con l’albanese e la greca. Ne nasce un girotondo di situazioni, di avvicinamenti, allontanamenti, passaggi surreali e anche visionari, come in particolare l’immagine della bara che vola, a segnalare l’assurda ubiquità nel mondo odierno di quel che per definizione dovrebbe essere il seme della tradizione, le ossa degli antenati per l’appunto. Non tutto poi funziona forse sul piano della scrittura, visto il numero elevato di personaggi che Budina mette in scena per poi trovarsi necessariamente a doverne districare destini e mutazioni. Non sempre esagerare nell’eccesso è un bene, ma in questo caso va detto che l’ipertrofia è giustificata proprio dall’idea del bazar e allo stesso tempo è autorizzata dalla profonda necessità di racconto che si riconosce nel film di Budina. (Alessandro Aniballi)
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