| Baarìa |
| Scritto da Caterina Gangemi | |||
| venerdì 25 settembre 2009 | |||
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► Di gradevole fruizione per un pubblico generalista, quanto, purtroppo, incapace di raggiungere in modo convincente l’ambizioso e agognato obiettivo del kolossal d’autore.
Recensione
Deludentemente buono: è nell’ossimoro che si può trovare l’essenza di un film come Baarìa. L’ultimo, tormentato lavoro di Giuseppe Tornatore, presentato in apertura (e rimasto a bocca asciutta) alla 65esima Mostra del cinema di Venezia, si presenta a tutti gli effetti come un prodotto dalla confezione raffinata e accattivante, e di gradevole fruizione per un pubblico generalista, quanto, purtroppo, incapace di raggiungere in modo convincente l’ambizioso e agognato obiettivo del kolossal d’autore. Un’ambivalenza ontologica rintracciabile in ogni aspetto dell’impianto complessivo, costantemente indeciso tra il registro autoriale-cinefilo e quello nazional-popolare accalappia premi. Così la storia, affresco storico-romantico della città natale del regista, Bagheria, dall’avvento del fascismo ai giorni nostri, scorre rapida e senza cali di tono, a dispetto delle oltre due ore di pellicola, forte di una sceneggiatura (dello stesso Tornatore) solida e calibrata che individua nel protagonista Peppino e nel suo percorso politico e familiare, un fil-rouge di immediata empatia. D’altro canto però, la varietà dei temi trattati, che spazia dalla mafia alla questione meridionale, passando per l’emancipazione femminile, il boom economico e l’occupazione delle terre, lungi dall’articolare il mero plot sentimentale, finisce per annacquarsi in una trattazione sommaria e spesso superficiale. Lo stesso avviene con la regia, laddove un Tornatore a briglia sciolta, stempera in un florilegio barocco di virtuosismi, auto-citazioni e strizzatine d’occhio al pubblico straniero allietato dall’immancabile immaginario italico da cartolina, la sua innata dimestichezza con la macchina da presa. E naturalmente, non scampa alla logica del “di tutto un po’”, neppure il sontuoso cast che annovera la maggior parte dei volti più noti del panorama cinematografico e televisivo nostrano, in una carrellata convulsa e spesso gratuita - con gli esempi più eclatanti nelle “figurazioni speciali” di Laura Chiatti e Monica Bellucci - ma nel quale tuttavia si apprezza la qualità complessiva delle interpretazioni e il tentativo di rilancio in chiave “seria” di alcuni noti comici come Nino Frassica e Salvatore Ficarra. Insomma, più vicino alla Meglio gioventù di Giordana, che all’America di Leone, Baarìa è un film che, per tornare all’assunto iniziale, va preso per quel che è. Certo non un capolavoro. (Caterina Gangemi)
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