| Alice in Wonderland |
| Scritto da Domitilla Pirro | ||
| lunedì 01 marzo 2010 | ||
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►Alice in Wonderland è divertente, onirico e fiabesco, ma la Disney è riuscita comunque ad imbavagliato il talento allucinato di Burton...
Recensione
“Non ti obbediremo più, maledetta capocciona!”. Così il grido di rivolta d’un Cappellaio Matto dalle fattezze arcinote sobilla i sudditi oppressi contro la perfida Regina Rossa. Alice è una giovane adulta adesso, ma è sempre quella Alice: il Paese delle Meraviglie che popolava i suoi sogni di bambina la rapisce ormai ventenne, pericolosamente vicina al matrimonio di convenienza e alla soppressione di ogni anticonformismo. Perciò salvare la Regina Bianca e i suoi fedelissimi significherà salvare al contempo anche se stessa, ritrovando la propria… dimensione, è il caso di dirlo: troppa Tortinsù. Mia Wasikowska incarna a meraviglia l’eburnea, risoluta innocenza del caso. Sua Maestà Helena Bonham Carter è in parte come non mai: macrocefala, grottesca, squittente. Le fa da contraltare una buffa, pallida Anne Hathaway dalla mimica caricaturale. Il Cappellaio Depp interpreta invece l’ennesimo folletto sbronzo dalla gestualità teatrale, ma per qualcuno riuscirà a ispirare bieco romance persino sotto il cerone, la parrucca color carota e gli occhioni amplificati in CGI. Visivamente, però, la cifra burtoniana latita. Intendiamoci: Alice in Wonderland è divertente, onirico, fiabesco. Sconclusionato e folle dal punto di vista narrativo, proprio come doveva essere: lo script della disneyana Woolverton saltabecca disinvolto tra un indovinello insensato e una risatina isterica, saccheggiando sfacciatamente persino l’oscuro Attraverso lo specchio. Ma si può rimproverare alla major topolinese d’aver imbavagliato a biechi fini di target preadolescente il talento allucinato del visionario per eccellenza… e a Burton, per contro, d’essersi lasciato imbavagliare. Questo Sottomondo insomma non morde a sufficienza: ringhia, certo, e mostra anche gli artigli a comando, ma di gotico vibra poco. Prevalgono i paesaggi maestosamente desolati tra il pastello e la Wasteland, a misura di lunapark; l’inutile espediente tridimensionale acchiappa-pubblico nulla aggiunge e nulla sottrae all’alchimia, aggiunto a posteriori com’è rispetto all’effettiva lavorazione del film. Il sangue, scarso, è violetto; i temi rassicuranti e anzi lodevoli, il messaggio vagamente femminista, l’impostazione anche troppo tradizionale (il Prescelto, la Spada, il Drago). Elaborazione un po’ semplicistica del materiale ottimo a disposizione, insomma, purtroppo. Da vedere (rigorosamente in lingua originale), ma solo accanto al classico originario; e dimenticando ogni scheletro filosofico nell’armadio di Carroll, se possibile. (Domitilla Pirro)
Trailer:
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