| Agorà |
| Scritto da Emanuele Rauco | |
| mercoledì 21 aprile 2010 | |
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► Appassionato e ricco film storico, che è anche un apologo morale sulla libertà di pensiero e il rischio insito in ogni dogma.
Recensione
Alejandro Amenabàr (regista giunto al successo con Mare dentro e The Others), prima di raccontare la morte di Ipazia – filosofa greca nella cristianissima Alessandria d’Egitto – e le sue cause, si sofferma nel descriverla come donna. Una donna che dimostra la propria disarmonicità con un fazzoletto sporco di ciclo mestruale, simbolo della forte spiritualità neo-pagana, fraintesa dalle stesse istituzioni cristiane, che predicava una ricerca dell’armonia universale e centrale delle cose, molto vicina alla ricerca di Dio. Il regista è molto bravo nel sottolineare il misto di rabbia e repressione che anima le azioni tanto di una parte quanto dell’altra. Quando, dopo lo sgombero del tempio occupato dagli elleni, veniamo sbalzati al momento in cui gli estremisti cristiani prendono il potere, il regista rivela il senso delle sue scelte, e probabilmente il cuore del film. La sequenza - aperto dal dettaglio di un gruppo di formiche su una piccola cunetta di sabbia - racconta delle violenze, le distruzioni, le stragi che quei monaci operarono per conto di Dio e le frequenti panoramiche dall’alto (che si ricollegano di nuovo all’immagine della Terra vista dallo spazio) riprendono gli uomini proprio come le formiche dell’inizio. È lo sguardo di Dio, o meglio dell’Uno secondo i dettami neo-platonici, che guarda. È Dio che racconta e che giudica le deviazioni che gli uomini fanno in suo nome, e lo sguardo di Dio è indignato e pietoso, misto di carità e vergogna. Amenabàr sceglie la via del kolossal in costume in senso tipico, fatto di passioni e battaglie, grandi scenografie, costumi e masse, seguite con attenzione dai movimenti di macchina ampi, complessi e spettacolari. Nel variare tra narrazione e spettacolo sta proprio il fulcro del kolossal propriamente detto, che il regista sa riempire di contenuti e apporti originali, senza mai usarlo a fini strumentali: la storia e la verità sono rispettati ma allo stesso tempo elaborati, per farne un film non a tesi ma dalla parte del pubblico. I rimaneggiamenti storici così come le venature mélo non servono a una presunta ideologia, politica o autoriale che sia, ma al racconto, alla forza comunicativa ed evocativa delle immagini e della narrazione. Forza e limite del film, che soffre proprio quando deve trattenersi, quando deve mettere da parti le passioni, didattiche e scientifiche, umane o religiose, per parlare del potere e della lotta etnico-confessionale diventando più fermo, freddo, astratto. Non a caso, in quelle sequenze Amenabàr si trova costretto a sacrificare la dolente forza, lo sguardo intenso, il corpo vivido di Rachel Weisz. Mentre invece riesce perfettamente, soprattutto nella prima parte, a tratteggiare l’affresco di un’umanità – come si diceva – vista dall’alto, che rivela la propria disperazione e più profonda fragilità proprio mentre finge il dominio sull’altro. Le moltitudini urlanti o morenti si perdono rispetto alla necessità, all’urgenza dei personaggi principali, in perfetta comunione con la spiritualità ellenica e universale di cui il film si fa a suo modo carico, rigettando coi fatti e con l’evidenza del cinema ogni tipo di polemica chiusura strumentale. Non a caso, il film si chiude con le aperture circolari dei templi, l’occhio di Dio con cui dall’alto l’Uno guarda il mondo. E lo giudica. (Emanuele Rauco)
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In sala dal 23/04/2010 Genere Kolossal



















