| 5 (Cinque) |
| Scritto da Caterina Gangemi | |
| venerdì 24 giugno 2011 | |
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►Ambizioso negli intenti, scalcinato nei risultati, Cinque ha il merito di prestarsi ad una visione goliardica offrendo allo spettatore un'esperienza psicotropa a buon mercato e disorientante quanto un giro sulle montagne russe in preda ai postumi di una sbornia...
Recensione
Tutto ha inizio in riformatorio, dove cinque adolescenti della periferia romana decidono di fare "branco" per vendicare gli abusi sessuali subiti da uno di loro, siglando, in un patto di sangue e fratellanza il futuro dei loro rapporti. Divenuti adulti insieme, tra le spietate leggi della strada e ambizioni da "bella vita", si riuniscono ancora una volta per una rapina. Ma quello che sembrava un normale colpo di routine, si rivelerà solo l'inizio di un intrigo criminale più grande di loro, nel quale tenteranno di destreggiarsi con ogni mezzo. "5 è la completezza del 4+1, numero che si può associare all'uomo essendo dotato di cinque sensi (...) 5 è il numero della saggezza, sia quella legittima che quella proibita (...) 5 sono le dita della mano". È nelle parole enunciate nel prologo dalla voice-over di uno dei personaggi, il tentativo di spiegare il retroterra simbolico di questo dramma metropolitano (ispirato ad una storia vera) che parte come una sorta di Sleepers all'amatriciana, prosegue tra incursioni in un realismo alla Gomorra e tentazioni pop in stile Romanzo Criminale, per finire all'insegna della parodia involontaria e sgangherata di un qualunque gangster-movie. Accantonato immediatamente il contesto di borgata, e con esso ogni apertura alla riflessione su tutto ciò che esso implica, a favore dell'ostentazione di una romanità macchiettistica da avanspettacolo, il film si concentra sulle gesta dei suoi "criminali da strapazzo" per imbastire un affastellamento concitato di situazioni rocambolesche quanto insensate, tenute insieme da una messa in scena talmente ingenua nei suoi scivoloni più clamorosi (la speaker del tg locale dall'inspiegabile accento anglosassone; le cuciture "a vista" della calotta che simula la calvizie dell'hacker; i malviventi stranieri da operetta) da risultare, suo malgrado, perfino divertente. Dal canto suo, il regista Francesco Maria Dominedò, si arrabatta nel cercare ritmo e adrenalina con una macchina da presa in continuo e forsennato movimento, che - lungi dal sortire gli effetti sperati - riesce almeno ad enfatizzare la confusione distogliendo l'attenzione dalle lacune della sceneggiatura e di una narrazione che preferisce sguazzare nel sordido di prostitute e cocainomani avventori di un night-club (al quale è dedicata metà delle sequenze) anziché curarsi di apportare un minimo di credibilità causale al plot principale. E ad accrescere il senso di inutile esagitazione, provvede infine la recitazione sopra le righe e gesticolante di un cast che assembla attori di fiction, ex-tronisti, prezzemoline e residuati televisivi d'antan (la blasonata modella pugliese Antonia Dell'Atte, lanciata dal Drive In di Ricci) accanto a validi caratteristi come Rolando Ravello e Massimo Bonelli, sprecati in grotteschi macchiettoni. Ambizioso negli intenti, scalcinato nei risultati, Cinque ha in ogni caso il merito di prestarsi ad una visione goliardica offrendo allo spettatore un'esperienza psicotropa a buon mercato e disorientante quanto un giro sulle montagne russe in preda ai postumi di una sbornia. (Caterina Gangemi)
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