| Paranoid park |
| Scritto da Alessandra Sciamanna | ||||
| mercoledì 10 giugno 2009 | ||||
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Genere Drammatico In breve Gus Van Sant dipinge, fotografa e racconta, attraverso il suo inconfondibile stile, il mondo degli adolescenti: una generazione di piccoli già grandi.
Genere Drammatico
Tratto dall’omonimo romanzo di Blake Nelson, Paranoid Park è un viaggio a senso unico nei meandri oscuri della mente nonché un piccolo tonfo nei profondi vuoti lasciati da una società scombinata, dove i principi da trasmettere alle nuove generazioni sono pari a zero. Concetti che potrebbero sembrare retorici e che invece, Van Sant, riesce ad analizzare e riproporre in maniera sorprendentemente innovativa. Dopo tante, troppe pellicole (soprattutto nostrane) sull’adolescenza - che più che film sembrano pacchetti infiocchettati pieni di nulla - questo di Van Sant è decisamente un film profondo ed evocativo, il regalo di chi ha veramente qualcosa da dire. Alex ha sedici anni e come tanti ragazzi della sua età, vuole soltanto godere a pieno delle proprie passioni. Lo skateboard è il suo interesse maggiore, il suo pane quotidiano. Ai suoi occhi, Paranoid Park, non è che il paradiso, un posto dove poter ammirare skater folli e maledettamente bravi che spendono le loro vite su quelle piste. Ma in quello stesso paradiso, un giorno, qualcosa andrà storto, e niente sarà più come prima. Improvvisamente, Alex, non si sente più pronto per andare a Paranoid Park... Gus Van Sant realizza un prodotto in apparenza lineare ma che, in realtà, è complicato e complesso, sia a livello temporale che a livello stilistico. Tutti gli elementi del film vanno sottolineando il proprio spazio, senza tuttavia trovare mai una stabilità: dalla colonna sonora all’immagine stessa, nulla è definito o pienamente controllabile. Ogni elemento è sicuramente percettibile ma mai realmente tangibile, se non per una breve ma intensa durata, un assaggio. Le musiche – tutte non commissionate ma già esistenti – sconfinano i limiti del definito per intensificare l’aspetto emotivo e lasciare spazio ad un trasporto che risulti il più intimo e soggettivo possibile. Si viola il concetto di complementarietà tra immagine e suono e si lascia spazio alla sperimentazione. Le inquadrature, curate in ogni particolare, mostrano una volontà “pittorica” di fermare il tempo, di catturare tutti i dettagli che compongono un momento, proprio come fa la fotografia. In questo senso, evocativa e di singolare bellezza, è l’intera sequenza di Alex sotto la doccia: un brivido sulla schiena, come solo pochi maestri sanno provocare. (Alessandra Sciamanna)
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