| Piede di Dio: conferenza stampa |
| Scritto da Emanuele Rauco | |
| martedě 25 agosto 2009 | |
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Sardiello e Solfrizzi a caccia di giovani talenti
Assieme a loro si è parlato di cinema e calcio, “una lente perfetta per osservare il paese”, secondo il regista, che si è ispirato non solo al mondo del calcio contemporaneo, ma anche agli incattiviti del mondo d'oggi, essendo Michele –il protagonista del film - un ex calciatore che prova a riciclarsi. Solfrizzi, che interpreta Michele, vede la pellicola come la descrizione di “luoghi marginali in un mondo di provincia, un ambiente di mostri a vari livelli”. E il calcio diventa anche la possibilità di superare i propri limiti, come dimostra la metafora di Garrincha, spesso usata nel film, quella di uno zoppo capace di incantare il mondo con le sue finte: “ed è questa la magia del gioco, la sua vera essenza”, ripete Solfrizzi. Proprio su questo argomento sembra particolarmente competente la presenza di un vice-campione del mondo come Marchigiani, che ha molto apprezzato il film perché “riflette sulle dinamiche del gioco del calcio, sulla diversità fra il sogno e la passione di ogni ragazzo e la realtà del mondo e dell'ambiente che circondano i calciatori. Il mondo del calcio tende a inquinare i sogni e gli adulti rovinano le passioni infantili”. Riflessioni un po’ radicali, ma sensate e confermate da Sardiello, convinto che il calcio si possa salvare solo recuperando il sogno e la purezza del palleggio con un’arancia o una patata. “E il Brasile coi suoi personaggi, fra cui Garrincha, la magia che sfuma in malinconia, erano perfetti agganci per parlare di questo argomento” dice Sardiello che ha scelto un preciso momento della storia recente italiana per ambientare il suo film, il 2006, l’anno in cui l’esplosione di Calciopoli, gli arresti, lo scandalo si affiancano alla contemporanea vittoria del Campionato del Mondo. “E’ questa la mia visione del mondo del calcio, l’incarnazione del marcio che c’è in molti strati della società, ma anche il riscatto e l’emancipazione”: e quasi istantaneo viene da pensare alla parabola affine di Antonio Cassano, geniale calciatore, ma dal passato torbido e dall’indole irascibile e inconciliabile con la disciplina. Per Sardiello, “il riferimento a Cassano è involontario, anche perché pure lui è un personaggio letterario, il puro che cambia tutti coloro che gli stanno intorno”. Per Sardiello, avventurarsi in questo mondo è stato facile, avendo anche il figlio percorso il cammino del calcio giovanile, dando così al regista la possibilità di conoscere da vicino il sottobosco che così vividamente racconta. E proprio questa sua capacità di racconto fa venire alla luce, per concludere l’incontro, il background di scrittore, critico e giornalista di Sardiello che riflette su questa sua molteplicità di ruoli: “Non sono un regista, sono uno scrittore, un critico, sono uno che ha fatto un film: credo che i due lavori siano complementari, visto che il critico muove dal complesso e ne sintetizza le idee base, mentre il regista fa l’esatto opposto. Ed è sotto gli occhi di tutti che i grandi momenti del cinema del passato (il neorealismo, le varie Nouvelle Vague, la New Hollywood) passano anche per una grande critica”. (Emanuele Rauco)
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Il campionato di calcio è appena ricominciato; forse non c’entra molto con il cinema, ma c’entra parecchio con il primo lungometraggio diretto da Luigi Sardiello, interpretato da Emilio Solfrizzi e presentato alla Casa del Cinema, dove assieme a regista e attori c’era anche Luca Marchigiani, ex-portiere della Lazio e ora cronista televisivo. 



















