| Walkabout di Roeg al Festival Senza Frontiere |
| Scritto da Caterina Gangemi | |||
| lunedì 06 luglio 2009 | |||
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Del tutto azzeccata, si è rivelata così, la scelta di dedicare la proiezione speciale a un grande titolo “dimenticato”, ma necessario in quest’ottica di uguaglianza e superamento delle barriere, quale Walkabout, opera prima del geniale Nicolas Roeg. Datato 1971, il film, pressoché inedito in Italia (se si esclude una fugace apparizione nelle sale ai tempi della sua uscita), racconta con il linguaggio visionario ed ellittico consueto al regista britannico, l’esperienza di un bambino e un’adolescente inglesi che, perduti nel deserto australiano, si imbattono in un ragazzo aborigeno che vi compie il suo walkabout, rito di iniziazione verso l’età adulta. Il tema, che verrà poi ripreso da Roeg nei suoi lavori successivi, è quello dell’alienazione, dell’immersione improvvisa in un contesto estraneo e all’apparenza ostile, come in questo caso un paesaggio arido e roccioso e apparentemente privo di risorse di sostentamento. I protagonisti, borghesi e abituati ad una vita agiata, percepiscono dapprima l’ambiente come un nemico, ma grazie alla loro guida, che procaccia loro cibo con la caccia e crea bivacchi di fortuna, scoprono presto che il loro, civilizzato mondo, non è poi così lontano. Roeg conduce il gioco con un sottile lavoro di analogie e differenze, radicalizzate in un tagliente montaggio che non teme di accostare lo sventramento di bestie selvatiche alla mannaia dei macellai, stemperando così l’impatto di immagini piuttosto forti, e attraverso una ricerca stilistica che unisce il virtuosismo psichedelico della composizione formale, all’improvvisazione e all’autenticità (le scene di caccia sono reali, e non ci furono sopralluoghi), aggirando così le trappole del didascalismo e conservando una spontaneità che nei momenti di erotismo sfiora il sublime. Ipnotica la colonna sonora, che unisce melodie tribali, a musica dodecafonica, e notevole la prova dei tre protagonisti: il piccolo Luc Roeg, figlio del regista e oggi produttore, la bellissima Jenny Agutter (recentemente vista in Irina Palm) e la rivelazione David Gulpilil, indimenticabile Tracker nell’omonimo film di Rolf De Heer, qui alla sua prima apparizione sullo schermo. (Caterina Gangemi) Trailer
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“Scopo comune dei film in programma sarà dimostrare, mediante storie di vita vissuta, come attraverso il cinema, la musica, il lavoro comune si possano superare le separazioni create dalla paura, dal pregiudizio, dall’ignoranza”. Così gli organizzatori del Festival senza frontiere-Whithout borders, hanno presentato l’obiettivo della rassegna che, giunta alla seconda edizione, ha chiuso il 3 luglio i battenti in una Casa del Cinema gremita di appassionati e curiosi, nel rispetto dello spirito dichiarato, ovvero proporre, attraverso il cinema, una forma di dialogo alternativa tra popoli, culture e identità differenti in nome di una pacifica convivenza all’interno di un mondo che sia identico per tutti. Si è parlato di amicizie multietniche, di adozioni da parte di omosessuali, di dittatura e repressione, attraverso un’attenta selezione di pellicole volte a dar voce e immagini a istanze e realtà dei più disparati Paesi, dagli Stati Uniti all’Iran, passando per Pakistan, Corea del Nord e Malawi.























