| Paragrafo Zero – Cinema e Prostituzione - vol.1 |
| Scritto da Redazione | |
| martedì 12 maggio 2009 | |
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É il prezioso cofanetto editato recentemente dal Gruppo Editoriale Minerva RaroVideo nella collana curata da Roberto Silvestri, Illegal & Wanted, nata per dare visibilità a pellicole ignorate, perseguitate e censurate. Il cofanetto, che contiene due film sulla prostituzione, Working Girls di Lizzie Borden e The Good Woman of Bangkok di Dennis O’Rourke, offre un contatto diretto con la quotidianità di un mestiere forzato e senza diritti.
THE GOOD WOMAN OF BANGKOK di Dennis O’Rourke (Australia 1991) 82’
Aoi, prostituta tailandese racconta al regista, senza veli e tabù, la sua difficile vita priva di diritti. La didascalia iniziale dice che al regista all’età di 43 anni era saltato il matrimonio e, per capire meglio come l’amore poteva essere tanto banale quanto profondo, aveva deciso di andare a Bangkok, la mecca delle fantasie sessuali per gli uomini occidentali. Soprattutto per vivere l’amore senza dolore, per incontrare una prostituta thai e fare un film con lei. Sin dall’inizio The Good Woman scorre su due binari paralleli: uno mostra la vita “presente” della prostituta Aoi, nome d’arte di Yagwalak Chonchanakun che significa “dolce”, in mezzo a bar notturni e camere d’albergo, e l’altro ci introduce in quella di “prima”, narrata dalla zia anziana o attraverso immagini del villaggio in cui è nata e cresciuta e foto del padre, per evocare ricordi, infanzia e i suoi sogni di un mondo che non c’è. Nella sfera alterata dai corpi vibranti dall’eccitazione di Bangkok, O’Rourke ci fa entrare anche in mezzo alle folle di giovani e meno giovani occidentali, soprattutto australiani, americani e inglesi, i quali ubriachi di alcol e sesso raccontano esperienze e proiezioni di potere sulle donne, in relazioni comandate dal denaro, dove uomini ricchi e potenti pagano i “servizi” offerti da persone che secondo loro non saprebbero come fare altrimenti. Convinti dunque di fare del bene, non destano il minimo interesse per il piano umano, per cosa possano sentire o come possano vivere queste donne. È esattamente la questione, su cui O’Rourke ha voluto puntare il dito: l’ambiguità del mondo stesso della prostituzione e al contempo una nuova colonizzazione. Da controcampo alle immagini dei clienti ricchi dell’occidente (purtroppo non si vedono mai i loro corrispettivi asiatici, salvo in alcune scene dentro i bar dove si intravedono sullo sfondo), vengono utilizzati, spesso, i primi piani della dolce Aoi, a volte in compagnia di una sua collega. In tal modo si rimarca contraddizione e contrappunto di quelle esperienze, vissute con disgusto e distacco emotivo, dove la stessa Aoi si spinge a confessare di odiare gli uomini, tutti, profondamente, guardando dritta in macchina come se fosse consapevole di dirlo a quegli stessi uomini incontrati in massa nel suo letto. Non è poi così grande il contrasto tra le sue parole e il motivo per cui Aoi si prostituisce: deve mantenere la famiglia, anzi, prima che suo padre morisse, dava tutti i soldi a lui affinché potesse ricomprare le terre e la casa che lui aveva perso nel gioco e nel darsi all’alcol. A un certo punto del film il regista dichiara di aver voluto che Aoi smettesse di lavorare in quell’ambiente, e lei replica che sì, lo farebbe, ma non per se stessa quanto per la madre e il figlio piccolo. Le didascalie finali recitano che il regista le aveva comprato fattoria e terre per la coltivazione di riso, prima di lasciare la Thailandia. L’anno dopo vi era tornato per andarla a trovare nel villaggio, ma Aoi non c’era. Se n’era andata a Bangkok, dove poi lui l’aveva rintracciata in un ambiguo locale per massaggi. Alla sua domanda del perché, lei avrebbe risposto con un semplice “è il mio destino”. Elfi Reiter __(curatrice del cofanetto) 1991, Australia/Gran Bretagna, 81’, 35mm, colore regia, sceneggiatura, fotografia Dennis O’Rourke montaggio Tim Litchfield personaggio principale Yagwalak Chonchanakun (Aoi) produttore esecutivo Dennis O’Rourke produzione O’Rourke and Associate Filmakers Pty. Ltd, Australian Film Commission e Channel Four Films CONTENUTI EXTRA: intervista a Porpora Marcasciano, vicepresidente del MIT (Movimento Identità Transessuale)
WORKING GIRLS di Lizzie Borden (USA 1986) 90’
Una giornata di lavoro di Molly e le sue colleghe in un appartamento a New York. prima proiezione: Festival di Cannes 1986, 28 maggio, nella sezione “Quinzaine des Réalisateurs” data di uscita nelle sale Usa marzo 1987 premi: Premio speciale della giuria, Sundance Film Festival 1987, Menzione come miglior attrice per Louise Smith agli Indipendent Spirit Awards 1988. Una casa di appuntamenti a Manhattan, i clienti entrano ed escono come in un ufficio… Il primo “incontro” che vediamo è meno orientato sull’atto sessuale quanto sui dettagli di prevenzione, il lenzuolo pulito, l’asciugamano, il preservativo – apertura della confezione e deposizione di quello pieno di sperma sul kleenex, poi buttato con gustosa indifferenza nella pattumiera, la pulizia dei denti, il disinfettante in bocca, i saluti cordiali alla porta. Working Girls non è tanto un film centrato sul sesso e le sue fantasie erotiche quanto sul business e gli aspetti che vi stanno dietro. Vediamo le girls anche nei momenti di relax, di chiacchiere più o meno tranquille e dello spuntino a mezzogiorno. I clienti passano dal business man eccentrico e la brutalità del suo sesso a quelli dai giochetti strani (dal farsi sculacciare con una paletta da pingpong, al fingersi medico dotato del potere di far tornare la vista alla giovane donna che sta per sverginare – ma che non è tanto cieca da non applicare il preservativo prima…), ci sono poi clienti che preferiscono le bianche benché non tanto belle e quelli che vogliono consigli per conquistare una donna. Le ragazze odiano sentirsi dire “puttana” e preferiscono essere chiamate appunto “working girls” (ragazze lavoratrici), amano l’indipendenza economica e la flessibilità degli orari. Si chiamano Gina, Molly, Dawn (a cui poi si aggiungono alcune altre) e tutte e tre hanno relazioni sentimentali stabili: Molly (Louise Smith) è lesbica ma la sua compagna non sa con che tipo di lavoro si guadagna da vivere, e così i compagni delle altre non sanno nulla. Al centro della storia, oltre a Molly che seguiamo lungo la giornata narrata nel film, c’è Lucy, la maitresse (interpretata con grande ironia da Ellen McElduff), che passa dagli attacchi nevrotici da casalinga isterica per questioni di organizzazione dell’appartamento all’estrema seduzione della connessione per lei ideale tra “sex&money” con cui gestisce il suo bordello come punto d’incontro: un salotto speciale. Ogni cliente è da lei accolto con un «che c’è di nuovo e di diverso?» accompagnato da gridolini eccitati, prima di farlo accomodare e affidarlo a una delle “sue” ragazze secondo il motto prescelto: «so bene cosa fa sentire speciale un uomo», affinché tornino sentendosi quel cliente speciale (tra mille altri clienti speciali). Non mancano le discussioni delle ragazze con la maitresse sui turni, soprattutto quelli di notte, e dunque una riflessione sui diritti di lavoro. Facendo entrare un altro aspetto nel film: meno sul sesso e più sulla prostituzione, non sul “vendere” il proprio corpo – come ripete più volte la regista nella intervista contenuta negli extra del dvd – ma sull’“affittarlo”, per captare aspetti particolari del lavoro nella industria del sesso, individuarne il linguaggio, nel confrontarlo ad esempio nella struttura drammaturgica del film al lavoro seriale dentro una fabbrica, facendoci vedere in particolare Molly che deve incontrare un uomo dopo l’altro… È soltanto dopo un’ora di film infatti che usciamo fuori dall’appartamento, con Molly entriamo in un drugstore per acquistare prodotti di prevenzione (dove non manca la battuta del farmacista sul non voler rischiare di fare figli) e quindi un attimo di pausa al parco, tra anziani sulle panchine e bimbi che giocano. Elfi Reiter __ (curatrice del cofanetto) 1986, Usa, 89’, 35 mm, colore regia Lizzie Borden sceneggiatura Lizzie Borden, Sandra Kay fotografia Judy Irola musica David Van Tieghem suono Cindy Friedman scenografia: Kurt Ossenfort direzione artistica Leigh Kyle costumi Elisabeth Ross trucco Idemi Yamamoto
montaggio Lizzie Borden assistente alla regia Vicky Funari cast Louise Smith (Molly), Deborah Banks (Diane), Liz Caldwell (Liz), Marusia Zach (Gina), Amanda Goodwin (Dawn), Boomer Tibbs (Bob), Eli Hasson (voce di Hassid), Tony Whiting (voce del cliente di Gina), Richard Davidson (Jerry), Ronald Willoughby (John), Paul Slimak (Jay), Fred Neumann (Fantasy Fred), Patience Pierce (Kathy), Ellen McElduff (Lucy), Grant Wheaton (Robert), Richard Leacock (Joseph), Martin Haber (Don), Carla-Maria Sorey (Debbie), Michael Holland (Miles), Dan Natu (George, il cuoco), Ron Manning (Charles), Fred T. Baker (il droghiere), Janne Peters (April), Norbert Brown (Neil), Helen Nicholas (Mary), Benjamin Egbuna (Bongo), Chan Lee (Joe), Raymond Moy (Bill), Lu Yu, Roger Babb (Paul), Saunder Finard (Elliott) produttori Lizze Borden, Andi Gladstone produttore associato Margareth Smilov produttore esecutivo Christine Le Goff
CONTENUTI EXTRA: commento audio al film della regista, intervista a Lizzie Borden, trailer
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