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SulmonaCinema 2009 - Giorno 3
Scritto da Redazione   
domenica 08 novembre 2009
 
27° SULMONACINEMA FILM FESTIVAL
6 – 10 novembre 2009
SULMONA, Cinema Pacifico

 

8 novembre 2009: Terzo giorno a Sulmonacinema

I corti dei muri 1989-2009: da “prima” della caduta al “dopo”
Continua il concorso: Una manciata di terra di Sahera Dirbas, Via della croce di Serena Nono, So che c’è un uomo di Gianclaudio Cappai, Alveare di Tekla Taidelli, Pene d’amore di Alfredo Fiorillo
E continua l’omaggio a Emile de Antonio con Mr Hoover and I, ultimo film prima di morire nel 1989
 

Terza giornata a Sulmonacinema, il festival del cinema indipendente italiano/italieno in concorso, è dedicata alla sezione “Dei muri, 1989-2009”. Alla presenza di uno degli autori dei sei corti in programma che descrivono il periodo pre– e post-muro, nelle sue diverse sfaccettature di cortina di ferro vera, di muro di (apparente) protezione e della proiezione di una (ipotetica) protezione per arrivare ai muri mentali che abbiamo in testa, dai vari razzismi alle differenze religiose quando queste si fanno fondamentaliste. Gerd Conradt, cineasta tedesco che vive a Berlino dalla metà degli anni 60, ha filmato il muro nel 1986, e ha diretto un programma tv pilota che prevedeva Saluti televisivi da Ovest verso Est, una comunicazione virtuale tra parenti e amici lontani della prima ora, dato che oggi si comunica via skype, ci si mandano le videolettore, si chatta nei social network tra amici in giro per il mondo.

Ein-Blick di Gerd Conradt (girato nel 1986) offre uno sguardo da ovest per dare una impressione dell’est: una cinepresa riprende per dodici ore da una finestra a ovest con uno scatto al secondo ciò che accade in quel punto di muro e nella casa e nel giardino al di là, a est. Dato l’effetto accelerato il tutto si traduce in una dimensione ancor più assurda di quel che era già stato nella realtà. Berliner Blau di Hartmut Jahn e Peter Winsierski (dello stesso anno) propone alcuni dei tanti interventi artistici di cui fu superficie ideale il muro, giocando sin dal titolo sul doppio significato del termine “blù berlinese” per un certo tipo di blù: da un lato designa per l’appunto la tonalità del più antico colorante sintetico e dall’altro viene usato in riferimento alla politica della guerra fredda. Fu un grande successo internazionale, mentre è singolare l’animazione della giovane inglese Ellie Land che in Die andere Seite ha visualizzato il suo immaginario da bambina: coi genitori aveva abitato dal 1986 all’88 a Spandau e per lei quell’invisibile “altro latoera immerso nel mistero, fece paura, creava morte e separazione. Sarà un caso che oggi ci fa pensare al muro in Palestina?

Il muro di Berlino, disse Eduardo Galeano, era considerato il muro della vergogna, dell’infamia. Poi cadde. Ma dopo ne sono sorti altri, di muri, e sebbene fossero tutti molto più grandi non se ne parla. Gli Usa ne hanno fatto uno al confine con il Messico, la Spagna ha messo il filo spinato a Ceuta e Melilla, quello in Cisgiordania è lungo 15 volte e quello in Marocco persino 60 volte quello di Berlino. “Come mai muri così altosonanti sono così muti?”, si chiede il narratore per versi.

I muri non costruiti in pietra o cemento, ma con i nostri pregiudizi ci sono il premio Oscar 1994 Schwarzfahrer di Pepe Danquart che tematizza con questo gioco di parole il razzismo in modo davvero universale, perché se da un lato vuol dire “essere senza biglietto sul bus” dall’altro allude a “un nero in viaggio”… , e la breve animazione Gott und die Welt (Dio e il mondo) attorno al tema delle rivalità religiose di Julia Ocker.

Cinque i film in concorso, oggi domenica, lungometraggi per intensità di narrazione e non per la durata che oscilla per tutti tra un’ora e ventitre minuti. Può sembrare assurdo inserire dei cosiddetti corti ma come scrive Roberto Silvestri, direttore artistico, nel catalogo: “in tutta Italia, anche senza terremoti devastanti, le sale cinematografiche dei centri storici stanno chiudendo, una dopo l’altra, un flagello di mercato, non ‘naturale’, e molti diplomati del centro sperimentale invece di inventare nuove forme, sono stati costretti a fotocopiare i format ‘di successo’. Ecco perché quest’anno, provocatoriamente, alle troppe opere prime pre-fabbricate per essere ‘commerciali’, abbiamo preferito per il concorso ben 4 film ‘scorretti’, secondo il regolamento, cioè 4 ‘lungometraggi che durano solo mezz’ora’. Ma indipendenti dal punto di vista produttivo e formale e che certo sarebbero stati film normali se avessimo a disposizione un normale Centro Nazionale del Cinema e un Centro Sperimentale che istighi a creare prototipi indisciplinati e non clonazioni.

La lotta contro i tagli del Fus (poi con i soliti sotterfugi rientrati) ha caratterizzato l’estate, e il futuro si annuncia ancora più cupo e grigio. A meno che dal basso (100 autori svegliatevi) non inizi un ciclo di lotte non più corporativo che metta al primo posto dell’agenda la questione cultura. Anche perché il cinema italiano, che dà allo stato molti più soldi di quanti non ne riceva, si è proprio stufato di finanziare un governo che oltretutto lo offende con la volgarità che gli è propria.

I titoli di oggi sono Alveare di Tekla Taidelli (tre amici aspettano un carico di droga che non arriva mai, mentre una piccola ma curatissima piantagione di marijuana indoor fornisce i soldi necessari alle cure di una vecchia signora che tira avanti con la pensione minima…); Una manciata di terra di Sahera Dirbas (storia di famiglie palestinesi del villaggio di Tiret Haifa -oggi Tiret al Karmel- fuggite o cacciate via dalla loro terra nel 1948 e da allora sparse tra Cisgiordania, Siria e Giordania);

Pene d’amore di Alfredo Fiorillo (Ciro, camorrista, pazzo d’amore, urla alla notte il nome di Sara che l’ha lasciato…); So che c’è un uomo di Gianclaudio Cappai (in uno squallido casale di campagna, sotto un caldo afoso e opprimente, si trascinano i dubbi, le paure e i malesseri di una famiglia senza controllo); Via della croce di Serena Nono (con gli ospiti della Casa dell’ospitalità di Sant’Alvise di Venezia, struttura della Fondazione di partecipazione Casa dell’Ospitalità, che accoglie le persone senza tetto).

Per l’omaggio a Emile de Antonio, cineasta documentarista italieno geniale, anticipatore dello stile tanto attuale à la Michael Moore, morto nel 1989, oggi c’è l’ultimo suo film realizzato: Mr Hoover and I che, anche nel titolo, rimanda al Roger and me e lascia il testimone al giovane filmaker di Flint, Michigan, suo successore. De Antonio scriveva con le immagini “lettere d’amore a miss Libertà”, secondo una suggestiva intuizione del critico del New York Post Jimmy Wechsler. Figlio di un medico torinese (Turin Film Corporation si chiamava la sua casa di produzione), militante ‘ex cattolico’, grande nuotatore subacqueo, De Antonio ha restaurato le sepolte virtù rooseveltiane, la compassione, una coscienza sociale inscalfibile, un alto e naturale senso di giustizia...

 

 

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