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NeroSuBianco: Il "nero" di Avati
Scritto da Daniele 'Danno' Silipo   
Tuesday 19 April 2011

NeroSuBianco: un libro, una storia. Ruggero Adamovit, Claudio Bartolini e Luca Servini, autori del saggio Nero Avati - Visioni dal set, ripercorrono assieme a noi il cinema in "nero" di Pupi Avati.

 

Il Libro

Nero Avati
Visioni dal set

di Ruggero Adamovit, Claudio Bartolini, Luca Servini (Le Mani - Microart's edizioni)

Da Balsamus a Zeder, tutto il cinema “nero” di Pupi Avati, trova degna consacrazione in questo bel volume curato a sei mani da Ruggero Adamovit, Claudio Bartolini e Luca Servini. Semplice la struttura (un film per capitolo), ma molto elaborate le argomentazioni che scelgono un approccio storiografico pur senza rinunciare alla teoria, appoggiandosi, spesso e volenteri, alle dichiarazioni di chi c'era (dallo stesso Avati, ai vari collaboratori che si sono avvicendati sui suoi set). Ne viene fuori un volume a cavallo tra saggistica pura e libro-intervista, che proprio grazie alla sua natura “ibrida” riesce ad essere al tempo stesso lettura piacevole e approfondita. A corredo, una gran quantità di materiale iconografico a colori e spesso inedito, che contribuisce a rendere Nero Avati un vero e proprio viaggio nelle suggestioni più “sinistre” del maestro bolognese. “Perché i set dell'Avati gotico padano”, come si legge in quarta di copertina, “quando li hai vissuti o anche solo visti su uno schermo, ti entrano sotto la pelle. E non ti abbandonano più. Mai più”. Prerogativa tipica del grande cinema. (Daniele 'Danno' Silipo)

 

GLI AUTORI

Ruggero Adamovit, laureato in Teoria e Tecniche della comunicazione mediale presso l’Università Cattolica di Milano, lavora nel campo della pubblicità, del web e della radio. Per Le Mani ha pubblicato Il gotico padano. Dialogo con Pupi Avati.

Claudio Bartolini, cultore della materia in Storia del Cinema italiano presso l’Università Cattolica di Milano, è redattore del settimanale di cinema «Film Tv», collabora con le riviste «L’Uomo Vogue» e «Nocturno», e cura rassegne e cineforum nei dintorni di Milano. Per Le Mani ha pubblicato Il gotico padano. Dialogo con Pupi Avati

Luca Servini, montatore e filmmaker, ha ideato il portale Zederfilm.it dedicato al cinema gotico di Pupi Avati. Ha lavorato nel cinema in veste di assistente alla regia. Attualmente collabora con la rivista «Nocturno» e numerosi portali di critica cinematografica.

 

Intervista agli autori

a cura di: Daniele 'Danno' Silipo

 

Alla luce del vostro studio, quali sono le caratteristiche che rendono il “Gotico Padano” di Pupi Avati così diverso da qualsiasi altro film horror/mistery, sia italiano che internazionale?
Bartolini: Il Gotico Padano di Pupi Avati si distingue dalla stragrande maggioranza delle produzioni di genere italiane da più punti di vista. Da quello tematico innanzitutto, poiché trova in un retroterra di tradizioni orali, rurali e contadine la propria ragion d'essere primaria. Da Balsamus. L'uomo di Satana a Zeder, ogni gotico avatiano è intimamente legato al vastissimo patrimonio emiliano-romagnolo del quale (ri)elabora storie e "fole" adattandole alle ragioni della paura che muovono da sempre il thriller e l'horror. Stilisticamente parlando, il Gotico Padano riconfigura i canoni del terrore ambientando le narrazioni alla luce del sole e, dunque, superando i topoi tipici del gotico tradizionale (fatto di bianco/nero, pipistrelli, castelli diroccati...) e del thriller nostrano (le soggettive di Bava/Argento, l'assassino in guanti neri, gli ambienti urbani e notturni) in favore di un nuovo universo di segni (a)tipicamente agghiacciante. Comacchio, Rimini e Bologna, cotte dal sole, smettono così di essere luoghi bonari e diventano fucine di follia e perversioni. La padronanza totale dello spazio narrativo da parte dell'autore dimostra il suo profondo legame con il territorio, conosciuto a tal punto da poterlo trasfigurare.

 

Partiamo dai primi due lungometraggi di Avati, che inizia subito “in nero”, Balsamus, L'uomo di Satana e Thomas... gli indemoniati, due film “naufragati” e oggi quasi introvabili, che anche lo stesso Avati sembra ricordare in modo tutt'altro che sereno...
Servini: Balsamus e Thomas sono due film che possono tranquillamente fregiarsi dell'etichetta di "sperimentali", in quanto realizzati fuori dal contesto produttivo romano "classico", sono stati praticamente auto-finanziati, un po' come per I pugni in tasca di Marco Bellocchio, realizzato sempre nello stesso periodo. Anche i primi due film di Avati hanno oggi un'impronta marcatamente sessantottina, che li rende singolari e completamente avulsi da qualsiasi logica commerciale, anche per questi motivi sono probabilmente diventati abbastanza invisibili. Ma l'humus che racchiudono queste opere e che le caratterizza indelebilmente è quello che il regista approfondirà e tratterà con maggior attenzione - e ottenendo migliori risultati - nei film successivi. Proprio per questo Balsamus e Thomas sono - nonostante l'astio che l'autore stesso prova nei loro confronti - due pellicole fondamentali, seminali nell'ottica del Gotico Padano di Pupi Avati, e che purtroppo ancora oggi rimangono vere e proprie rarità, quasi impossibili da vedere.

 

Nel libro prendete in esame anche Le strelle nel Fosso un film scarsamente ricordato e di certo lontano dall'aura di culto che circonda altri titoli del Maestro. Quali fattori secondo voi lo rendono un film “per pochi”?
Adamovit: Innanzitutto il fatto che sia praticamente privo di sceneggiatura, dunque non studiato ma partorito di getto. Quindi il più aderente alle intime sensazioni del regista. Gli accenti lirici e la poesia che attraversano l'intera pellicola, la dimensione locale, il passato lontano in cui il film si colloca e il ritmo piuttosto lento, come il fluire dell'acquosa campagna in cui si svolge la storia, completano l'opera, ponendo il film in netta antitesi con quello che oggi verrebbe definito un blockbuster. Un esperimento egoistico e libero, frutto soltanto della volontà e dell'estro autoriali, dunque non specificatamente pensato per un pubblico.

 

La casa dalle finestre che ridono e Zeder sono i cult avatiani per eccellenza, due film diversissimi, ma anche i più “horror” della sua filmografia. Cosa li rende parte di un unico corpus filmografico?
Adamovit: La relativa vicinanza temporale innanzitutto, infine la continua tensione e la scarsa presenza di quei contenuti goliardici e prettamente emiliano-romagnoli che caratterizzano quasi tutte le altre opere nere di Avati. Con la Mazurka si ride di gusto, idem per Tutti defunti... tranne i morti. Non si può dire lo stesso per La Casa e Zeder. Di fondamentale importanza anche il fatto che entrambe le pellicole siano assurte al ruolo di long sellers e film cult all'interno della produzione avatiana. Pur se molto, molto diversi, La Casa e Zeder sono due horror costruiti con il puro intento di spaventare, senza ulteriori elucubrazioni.

 

La mazurka della santa, del barone e del fico fiorone e Tutti defunti tranne i morti sono invece gli esempi più ludici del “Gotico Padano” di Avati...
Bartolini: Si tratta di due opere nate con intenti profondamente diversi. La mazurka del barone, della santa e del fico fiorone viene concepita come una commedia grottesca per mezzo della quale rilanciarsi nel mondo del cinema, anche grazie alla fama di un Tognazzi commercialmente parlando sulla cresta dell'onda. Lo scopo dell'opera non è certamente quello di realizzare un film di genere, bensì un prodotto in grado di contenere al proprio interno suggestioni gotiche, focalizzando tuttavia l'attenzione sull'impianto surreale e, appunto, grottesco. Tutti defunti... Tranne i morti, invece, nasce come un'operazione di genere finalizzata a prendere le distanze dal genere stesso. Una scelta autoriale volta a rompere, immediatamente dopo La casa dalle finestre che ridono, il legame con il Gotico Padano per poter essere autore a tutto tondo e non correre il rischio di essere identificato come regista della nostrana serie B. Avati smentisce La casa dalle finestre che ridono realizzando una parodia del thriller e, quindi, demitizzando il proprio approccio al genere. Tuttavia i due film sono certamente accomunati, oltre che dall'aspetto "ludico" tipico della commedia grottesca, da un certo gusto per la caratterizzazione estrema di luoghi, personaggi e situazioni. Soltanto attraverso tale caratterizzazione è possibile spingere il genere all'estremo per poterlo rileggere sotto la lente della comicità.

 

Nel libro lasciate fuori dalla trattazione L'Arcano Incantatore e Il Nascondiglio, quali sono le caratteristiche che li rendono qualcosa d'altro rispetto al classico “Gotico Padano” di Pupi Avati?
Servini: L'Arcano Incantatore e Il Nascondiglio non sono stati presi in considerazione in questo lavoro per due motivi molto semplici. Innanzitutto per una questione puramente tecnica, in quanto per entrambi i film - pur essendo opere relativamente recenti - non esisteva materiale di supporto che invece abbondava nel caso degli altri titoli presi in considerazione, e poi perchè abbiamo preferito focalizzare i nostri studi sulle pellicole realizzate nella prima parte della carriera di Avati, quella dove si sente in maniera molto più forte il legame dell'autore con la terra d'origine e dove lo sguardo dell'autore è sicuramente più disincantato verso gli argomenti trattati e verso il mezzo stesso. Ricordiamo che i due film sono comunque stati ampiamente trattati nel libro precedente, Il Gotico Padano, e quindi rientrano pienamente nell'argomento che abbiamo voluto esaminare.

 

Per concludere, una battuta, un pensiero, un ricordo: cosa ha significato per voi lavorare al libro Nero Avati – Visioni dal set?
Adamovit: La degna continuazione del primo capitolo. Ovvero, sempre un'avventura, affrontata con passione ed entusiasmo, insieme a un collega che è anche un amico. Poi per questo secondo libro abbiamo avuto la fortuna di incontrare in un modo incredibile (ma l'incredibile è parte integrante del progetto Avati) Luca Servini, con il quale il feeling è stato da subito evidente. Considero inoltre un grande privilegio aver avuto la possibilità di entrare in contatto con uno dei miei autori preferiti, scoprendo un mondo che fino a quel momento potevo solo immaginare da appassionato. I fratelli Avati, Lino Capolicchio, Gianni Cavina, Cesare Bastelli... tutti personaggi fuori dal comune, con una grande sensibilità umana e artistica.

Bartolini: Dopo Il gotico padano. Dialogo con Pupi Avati ha significato chiudere il cerchio su un filone cinematografico di notevole importanza nel genere nostrano, esplorandolo a fondo e instaurando legami con persone straordinarie. L'incontro con Lino Capolicchio, in particolare, ha significato per me l'inizio di un'amicizia intensa, destinata a durare nel tempo in puro "stile Avati". Il gotico padano e Nero Avati sono stati un'avventura straordinaria che non dimenticherò mai, realizzata grazie a editori illuminati che credono ancora nell'importanza del valore culturale e umano come discriminanti indispensabili per qualunque opera.

Servini: Nero Avati - Visioni dal set è sicuramente il degno completamento dell'opera precedente, insieme alla quale va a formare un dittico esaustivo e definitvo sull'opera gotica di Pupi Avati. A livello personale, realizzarlo è stato il coronamento di sforzi, ricerche e studi durati molti anni, durante i quali ho avuto occasione di raccogliere una quantità incredibile di materiale inedito - in parte contenuto nel libro - oltre all'immenso piacere di entrare a far parte a tutti gli effetti della straordinaria famiglia-factory avatiana, senza la quale questo lavoro non avrebbe mai potuto esistere. E poi il fondamentale incontro con Claudio e Ruggero con cui, oltre a una bellissima amicizia, ho potuto condividere appieno la mia passione e il mio lavoro. Un grazie quindi a tutti coloro che hanno contribuito alla riuscita del libro - specialmente a Microart's, che si è confermato editore prezioso e coraggioso - ma soprattutto a Pupi Avati, che con la sua infinita disponibilità e amicizia nei nostri confronti ha fatto sì che tutto questo potesse realizzarsi nel migliore dei modi.

 

 

 

 

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