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NeroSuBianco: Il Giappone di Nana e Maison Ikkoku
Scritto da Stefano Coccia   
Tuesday 20 September 2011

NeroSuBianco: Un libro una storia. Riccardo Rosati e Arianna Di Pietro, autori del saggio Da Maison Ikkoku a Nana – Mutamenti culturali e dinamiche sociali in Giappone tra gli anni Ottanta e il 2000, ripercorrono assieme a noi il mito di due serie animate, in grado di offrirci un incredibile spaccato di vita.

 

Il Libro

Da Maison Ikkoku a Nana
Mutamenti culturali e dinamiche sociali in Giappone tra gli anni Ottanta e il 2000
Di Riccardo Rosati, Arianna Di Pietro (Società Editrice La Torre)

Vite parallele di serie animate. Parafrasando Plutarco, il lavoro compiuto da Riccardo Rosati e Arianna di Pietro a ridosso di alcune gemme dell’animazione nipponica ha, in tutti i sensi, una valenza doppia. Ciò dipende, almeno in parte, dal fatto che una scrittura scorrevolissima aiuta a far luce, assecondando la costruzione simmetrica del libro, su due opere distinte ma capaci di “dialogare” a distanza sul progressivo mutare degli orizzonti per l’universo giovanile giapponese. Eppure, proprio da questo deriva un’altra apprezzabile peculiarità, che riesce a connotare in positivo il testo da loro prodotto: i due autori, per i quali la cultura del paese del Sol Levante è oggetto di studio da diversi anni, dimostrano in ogni paragrafo di saper creare un proficuo cortocircuito tra l’analisi delle immagini, tra l’interesse per un prodotto audiovisivo ricco di spunti, ed il tentativo di cogliere sullo sfondo i contenuti sociali che immancabilmente vi si riflettono. Difatti, nella prefazione dell’orientalista Gianluca di Fratta si fa il punto anche sulla necessità di riconsiderare la lettura critica di anime e manga, alla luce di una maggiore attenzione per simili implicazioni sociologiche. Ed è da questa prospettiva che prende il via l’affascinante viaggio condensato in Da Maison Ikkoku a Nana - Mutamenti culturali e dinamiche sociali in Giappone tra gli anni Ottanta e il 2000 , lo snello ma intensissimo saggio edito da La Torre. Il solerte Riccardo Rosati ci fa da “Virgilio” nella Tokyo così umana di Maison Ikkoku, serie animata che importata in Italia nel 1991 ebbe un certa visibilità anche da noi, col titolo Cara dolce Kyoko: un inno alla normalità e alla capacità di venire a capo dei problemi quotidiani, come non se ne erano visti prima nel pur ampio panorama dell’animazione giapponese. Poi è il turno di Arianna Di Pietro, impegnata con Nana (divenuto un “cult” anche grazie alle trasposizioni cinematografiche “live action”, dopo aver sfondato nella versione animata e in quella a fumetti) in un necessario update dell’immaginario giovanile nipponico, con note punk-rock in sottofondo. Maison Ikkoku e Nana. Ovvero Riccardo Rosati e Arianna Di Pietro, entrambi visibilmente appassionati alla materia, entrambi capaci di coinvolgere intimamente il lettore. (Stefano Coccia)

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GLI AUTORI

Riccardo Rosati (Roma, 1974), laureato in Lingue e Letterature Straniere presso l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, da anni studia la lingua e la cultura del Giappone. Ha al suo attivo numerosi saggi e articoli su pubblicazioni italiane e straniere e ha preso parte a conferenze in Italia e all’estero. Il suo interesse è rivolto principalmente all'analisi dei fenomeni sociali attraverso le varie forme artistiche, segnatamente nel cinema e nella letteratura. È autore di Perdendo il Giappone (Armando Editore, 2005) e co-curatore insieme a Enrico Azzano e Raffaele Meale di Nihon Eiga. Storia del Cinema Giapponese dal 1970 al 2010 (csf edizioni, 2010).

Arianna Di Pietro (Roma, 1980), yamatologa, è laureata in Archeologia e Storia dell’Arte Giapponese presso l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”. Esperta di stampe kabuki-e, ha condotto ricerche presso musei e collezioni private in Italia e in Giappone. È supervisore delle attività inerenti il Giappone per il centro per la promozione della cultura orientale “VersOriente”, dove tiene anche un corso sul fumetto giapponese, e collabora come consulente con enti e istituzioni.

 

 

Intervista agli autori

 

1. Riccardo Rosati

a cura di: Stefano Coccia

 

Cos’è che ti ha colpito di più del rapporto tra “Maison Ikkoku” e la società giapponese ivi rappresentata, colta peraltro in una così delicata fase di transizione?

Riccardo Rosati: La sua incredibile autenticità. Mi spiego, da ragazzino sono rimasto praticamente folgorato quando vidi per la prima volta la serie. Vi confesso una cosa che non ho detto quasi a nessuno. Il mio incontro col capolavoro della Takahashi è stato un puro esempio di serendipità: stavo seguendo un'altra serie su un canale regionale, ma avevano chiaramente cambiato la programmazione inserendo Maison Ikkoku al posto dell'altro cartone che seguivo da qualche settimana. Vista quella puntata, il gioco è stato fatto: da quel momento in poi, la mia vita e quella degli inquilini di Casa Ikkoku non si sono più separate. Tutto questo per dire che quella della Takahashi è una opera che “strega” per i contenuti unici che possiede e per l'aver mostrato a noi occidentali il Giappone degli anni '80 in modo quasi sincronico. Il rapporto tra Maison Ikkoku e la società giapponese è semplice, poiché Maison Ikkoku è la società nipponica dell'epoca, manifestandone tutte le inquietudini e raccontandone dolcemente i lati più umani e profondi.

 

Come descriveresti, in estrema sintesi, il ruolo del rapporto di coppia in “Maison Ikkoku”? E quello della famiglia?

Riccardo Rosati: È il cuore di tutta la storia, ovvero la famiglia altro non è – ciò vale chiaramente per molte, se non tutte, le culture del mondo – che il perno e la sintesi stessa della struttura sociale di una collettività. Ragionando, invece, per microsistemi: la coppia è il cardine sul quale si regge la famiglia. Dunque, comprendendo i rapporti di coppia, si arriva a conoscere il modo in cui funzionano le famiglie e questo rivela alla fine quasi ogni aspetto del tessuto sociale di una nazione. Questo fa la Takahashi nella sua opera e sinora, per quanto ne sappia io, nel mondo dell'animazione nessun autore è ancora riuscito ad affrontare tanti temi sociali e culturali in una sola storia con l'accuratezza dell'autrice giapponese.

 

Quali sono, a livello musicale, le caratteristiche più interessanti di una serie come “Maison Ikkoku”?

Riccardo Rosati: Questo è uno specifico decisamente importante di Maison Ikkoku; a dire il vero anche molto complesso. Una precisazione innanzitutto, noi abbiamo trattato principalmente le serie animate e non quelle a fumetti. Ragion per cui, abbiamo anche analizzato il ruolo della colonna sonora e della musica in generale. Per quanto concerne Maison Ikkoku, la musica di sottofondo è utilizzata in modo cinematografico e maturo, spesso per evidenziare le sensazioni di alcuni personaggi. Tuttavia, quello che vorrei che fosse notato dal pubblico è il rapporto tra musica, metropolitana e città. Questi tre elementi, spesso interconnessi, sono utilizzati dalla Takahashi per scandire non solo il ritmo narrativo, ma anche per porre in essere un ragionamento sul tema della difficile interazione tra il singolo essere umano e la grande metropoli.

 

Come si rapporta la poetica di “Maison Ikkoku” all’urto tra i valori tradizionali della società nipponica e spinte relativamente nuove, dovute ad esempio all’affiorare di un maggiore individualismo?

Riccardo Rosati: Come un documento essenziale per qualsiasi studioso che si interessi della società nipponica degli anni '80 e i primi anni '90. Quella della Takahashi però non dovrebbe essere vista come un'opera di denuncia. Maison Ikkoku racconta uno spaccato dettagliato di vita giapponese, in modo ironico, sensibile e originale. L'intento dell'autrice non è denunciare, bensì raccontare. Tengo spesso a precisare una caratteristica dell'opera della Takahashi alla quale molti sembrano non dare la giusta importanza. Sarebbe a dire, che per la prima volta in Maison Ikkoku i personaggi si cambiano sistematicamente d'abito, cosa che rappresenta un piccolo evento epocale per gli anime dell'epoca. Basti pensare ai numerosi titoli che hanno come protagonisti i famosi “robottoni”; in questo caso i piloti che li comandano vengono presentati in due sole vesti: con la tuta da combattimento o senza, e con i vestiti quasi sempre uguali. Tutto ciò spersonalizzava i personaggi, mentre la Takahashi ci tiene a dare sostanza e forma ai protagonisti della sua storia. Per quanto concerne, invece, l'affiorare dell'individualismo in Giappone, è più una questione legata agli ultimi dieci anni.

 

Cosa trovi di amabile nei protagonisti della serie, Kyoko e Godai? E negli altri personaggi?

Riccardo Rosati: Tutto. Sinceramente, non vi è un solo personaggio nella serie di troppo o inutile. Dal punto di vista narrativo, lo dico anche in qualità di sceneggiatore, Maison Ikkoku è praticamente un'opera perfetta.

 

Secondo te, tra le serie animate giapponesi degli anni ’80, quali sono quelle che si sono avvicinate almeno un po’ a “Maison Ikkoku”, nel descrivere la dimensione del quotidiano nel paese del Sol Levante?

Riccardo Rosati: La risposta è quasi scontata: Kimagure Orenji Rōdo (da noi tradotto col pessimo titolo È quasi magia Johnny) di Izumi Matsumoto. Da notare che anche qui il titolo fa riferimento a un luogo: se nella serie della Takahashi si parla di una casa, in quella di Matsumoto, invece, è una strada, anche se poi è tutta la città a fare da sfondo alla narrazione. Orange Road non è certo un'opera al livello di Maison Ikkoku, seppure gli venga spesso accostata. La differenza cruciale tra le due sta nel fatto che mentre la seconda è una storia totalmente mimetica, per dirla con Aristotele, la prima presenta l'elemento fantastico. Sta proprio qui l'eccezionalità di Maison Ikkoku, ovvero l'aver raccontato una storia “normale” che ha stregato milioni di persone.

 

Per finire, una domanda quasi “provocatoria”: quali impressioni hai ricavato dalla visione di “Nana”, serie di cui si è occupata, nello specifico, la tua collega Arianna di Pietro?

Riccardo Rosati: L'analisi fatta da Arianna mi trova in buona sostanza concorde su tutto. Oltre ad apprezzare profondamente Nana, posso solo aggiungere che nel fiume della demenza mondiale di questi ultimi anni, che va sotto il nome di globalizzazione, che non ha certo risparmiato il mondo dei manga e degli anime, la Yazawa ci ha regalato un'opera seria e utile; una storia che valesse la pena studiare e che è stata capace di suggerire spunti importanti sulla società nipponica odierna.

 


 

2. Arianna Di Pietro

a cura di: Stefano Coccia

 

Cos’è che ti ha colpito di più del rapporto tra una serie animata come “Nana” e l’attuale società giapponese, tenendo presente la crisi di valori riscontrabile in molti dei personaggi principali?

Arianna Di Pietro: In particolare la rispondenza della fiction alla realtà sociale giapponese, fattore di cui mi sono accorta in un secondo momento, ovvero dopo aver vissuto a Tokyo. La crisi sociale e personale che accomuna molti dei protagonisti della vicenda è facilmente riscontrabile nella realtà contemporanea giapponese, come per alcuni versi anche nella nostra (perdita di alcuni valori e ideali degli anni passati, nonché modelli di riferimento sociali e comportamentali ritenuti tradizionali che vengono sostituiti da nuovi), segno che in effetti la globalizzazione ha avvicinato molto due mondi che fino a pochi decenni fa sembravano lontanissimi.

 

Come descriveresti, in estrema sintesi, il ruolo del rapporto di coppia in “Nana”? E quello della famiglia?

Arianna Di Pietro: La coppia in Nana è una forma di unione estremamente precaria, supportata da sentimenti a volte impulsivi, a volte estremamente egoisti, la quale comunque raramente dona serenità e stabilità e pone le basi per la costruzione di una famiglia, se non con estrema sofferenza. La famiglia di origine può essere un rassicurante modello di riferimento, come nel caso della famiglia di Nana Komatsu, o un disastroso esempio da non seguire, come nel caso di Nana Osaki. In ogni caso, sembra un valore difficile da replicare, spesso sostituito dalla “famiglia di amici”, che si rivela altrettanto solidale ma meno impegnativa.

 

Quali sono, a livello musicale, le caratteristiche più interessanti di una serie come “Nana”?

Arianna Di Pietro: La novità in Nana è aver “riscoperto” un genere musicale del passato, il punk-rock, riattualizzandolo. Questa operazione ha avuto un successo tale da creare una sorta di parallelo tra realtà e finzione, laddove le cantanti che interpretavano le canzoni dell’anime/dei film si sono trasformate in versioni in carne ed ossa delle band di Nana, con notevole riscontro di pubblico. Un genere “sovversivo” come il punk, una musica “rozza, rumorosa, poco complessa e diretta” (cit. da Wikipedia) in effetti si adatta alla perfezione al carattere e alla vita dei protagonisti della vicenda.

 

Come si rapporta la poetica di “Nana” all’urto tra i valori tradizionali della società nipponica e nuovi modelli di comportamento, che sembrano appoggiarsi almeno in parte agli orizzonti di un mondo globalizzato?

Arianna Di Pietro: Decaduti molti valori tradizionali, o a fronte dell’impossibilità di perseguire alcuni di questi valori e modelli (famiglia, sacrificio, stabilità, responsabilità), Nana propone una nuova maniera, che in prima battuta sembra una scelta di consapevole rottura col passato, in seguito assume piuttosto i tratti dell’unica via possibile per adattarsi e sopravvivere a quello che il mondo globalizzato, nella sua spietatezza, impone. Vale a dire nuovi modelli di riferimento che sono la realizzazione nel lavoro, la fedeltà al proprio gruppo di lavoro, fino all’identificazione di questo col gruppo di amici, per cui c’è un’estrema identificazione tra vita sociale e vita lavorativa. Sicuramente, a fronte del Giappone degli anni ‘80 in cui l’aspirazione generale era trovare un lavoro impiegatizio, qualunque fosse, nel Giappone del Duemila i giovani aspirano a fare del proprio sogno il proprio lavoro, identificando vita e professione. Questa strada è complicata, quando non distruttiva, ma rappresenta in pieno le velleità di qualsiasi giovane nell’epoca globale. Di conseguenza la famiglia, quella d’origine o anche quella che si andrà a creare, non è più una forma sociale sostenibile o di facile realizzazione: risulta spontaneo ricreare un nucleo famigliare nello stesso nucleo che è tanto lavorativo quanto affettivo, con tutte le conseguenze di instabilità o precarietà che questa scelta può comportare.

 

Tra i personaggi che ruotano intorno alla vita delle due band ce n’è qualcuno cui ti senti particolarmente legata? E perché?

Arianna Di Pietro: Il personaggio che ho trovato più interessante è Shin, perchè rispecchia la realtà del gaijin (lo straniero), pur essendo per parte giapponese. In molti aspetti vi ho ritrovato le sensazioni che ho vissuto in prima persona vivendo in Giappone, ed è un argomento che generalmente i giapponesi tendono a non trattare (se non con toni molto sommari). Inoltre ho trovato molto interessante e particolare il rapporto che lo lega a Nana Komatsu, con la quale cerca di ricostruire un minimo nucleo famigliare, svelando la profonda insicurezza che lo contraddistingue nonché le migliori (e insospettate) potenzialità della protagonista della vicenda: una sfumatura sentimentale (il desiderio di maternità/la ricerca di una figura materna) che di rado viene trattato in un manga di intrattenimento.

 

Che opinione hai dell’esito artistico e commerciale, cui è andata incontro la trasposizione cinematografica di "Nana"?

Arianna Di Pietro: Il merito dell’autrice è aver interpretato e in parte anticipato, in maniera molto veritiera, i gusti e i sentimenti del suo pubblico. Dunque la fama e il successo che hanno riscosso le trasposizioni cinematografiche dell’opera mi paiono del tutto meritate, poiché in effetti rispecchiano (e in una certa misura celebrano) la società giapponese contemporanea nei suoi pregi e nei suoi difetti.

 

Anche per te vi è la domanda che abbiamo definito, un po’ per gioco, “provocatoria”: quali impressioni ti sei fatta a suo tempo guardando “Maison Ikkoku”, la serie di cui si è occupato il collega Riccardo Rosati?

Arianna Di Pietro: Inizialmente mi aveva colpito la differenza della serie rispetto ad altre che venivano trasmesse in quel periodo, oltre che la profonda liricità dell’opera, che pur rimane una commedia romantica. In seguito ho potuto riscontrare quanto del Giappone reale fosse presente in Maison Ikkoku e con quanto affetto e partecipazione l’autrice l’avesse trasmesso, apprezzando ancor di più i contenuti sociali e culturali dell’opera, che rimane una delle mie preferite in assoluto.

 

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