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NeroSuBianco: Il cinema di Dracula
Scritto da A. Sciamanna, D. Silipo   
Tuesday 22 March 2011

NeroSuBianco: un libro, una storia. Franco Pezzini e Angelica Tintori, autori del saggio The Dark Screen - Il mito di Dracula sul grande e piccolo schermo, ripercorrono assieme a noi il cinema (e non solo) del vampiro più famoso del mondo.

 

Il Libro

The Dark Screen
Il mito di Dracula sul grande e piccolo schermo

di Franco Pezzini, Angelica Tintori (Edizioni Gargoyle Books, 2008)

Su Dracula, sul suo mito, sulla sua storia, sul suo cinema, sono stati scritti una marea di libri e libricini. Ma non fatevi ingannare, solo uno sfoggia una completezza tale e una varietà di approcci da lasciare basiti, ed è questo The Dark Screen, volumone che sazierebbe qualunque affamato di informazioni sul conte più noto del mondo, ad opera di Angelica Tintori e Franco Pezzini. E solo loro due (con i quali abbiamo già parlato in occasione della loro ultima fatica Peter & Chirs) potevano partorire una “cosa” simile, senza il timore di restarci impelagati dentro. The Dark Screen non è un semplice dizionario cinematografico-televisivo sul padre di tutti i vampiri, non è affatto un mero excursus nella storia e nel mito della creatura di Stoker, non è per niente un saggio che si limita a riflettere sulla figura di Dracula, ma è tutto questo messo assieme, cucito in un modo del tutto inedito, con mille suture che svaniscono nel racconto appassionato dei due “saggisti”. Pezzini e Tintori sono una forza della natura e questo loro The Dark Screen (704 pagine di pura dedizione alla causa) è il libro definitivo sul Signore delle Tenebre. Esagerato? Leggetelo e provatemi a smentire... (Daniele 'Danno' Silipo)

Acquista on line:
http://www.gargoylebooks.it/site/content/dark-screen

 

GLI AUTORI

Franco Pezzini (Torino, 1962), laureato in Diritto Canonico con la tesi Esorcismo e magia nel Diritto della Chiesa, è studioso dei rapporti tra letteratura, cinema e antropologia, con particolare attenzione agli aspetti mitico-religiosi. Tra i fondatori della rivista "L'Opera al Rosso", collabora a "L'Indice dei libri del mese", a "LN - Libri Nuovi" e al sito Carmillaonline (letteratura, immaginario e cultura d'opposizione). Ha pubblicato i saggi "Cercando Carmilla. La leggenda della donna vampira" (Ananke, 2000), e – insieme ad Arianna Conti – "Le vampire. Crimini e misfatti delle succhiasangue da Carmilla a Van Helsing" (Castelvecchi, 2005).

Angelica Tintori (Milano, 1967), laureata al D.A.M.S. di Bologna dopo anni di frequentazione della Facoltà di Filosofia all'Università Cattolica di Milano. Lavora con il Museo Teatrale alla Scala nel 1995, ideando e curando la mostra "L'incantevole artificio - Il melodramma nel cinema". Dal 1997 al 2004 è soggettista e sceneggiatore di Legs Weaver e Nathan Never per la Sergio Bonelli Editore. Pubblica il suo primo libro nel 2000 con la PuntoZero di Bologna: "Michael Crichton - Medici, dinosauri & Co.", mentre l'ultimo è "C.S.I. Crime Scene Investigation" per la collana I Telenauti (Delos Books) che ha anche curato. Scrive su varie testate, ultima delle quali "Fiction Tv"; collabora con alcune università e festival letterari.

 

 

Intervista a Franco Pezzini e Angelica Tintori

a cura di Alessandra Sciamanna e Daniele 'Danno' Silipo

 

Chi è Dracula, cosa rappresenta e quali sono le caratteristiche che l’hanno reso un personaggio immortale?

Angelica Tintori: Prima di tutto, è un successo. Immediato e duraturo nel tempo come nello spazio. A seconda dell'epoca e della cultura del luogo, è stato (cito in ordine sparso): un "elegantone", un seduttore, un eroe nazionale, un anti-eroe, un nemico (più nel senso dell'enemy within ovvero proiezione di quel che si può aggirare nell'interiorità umana), il "cattivo", un non-morto, persino una macchietta e finanche una pornostar! Chi l'ammazza uno così?! Ho estremizzato un po', ma non ho detto nulla che non abbia un riscontro, per esempio nel cinema che noi analizziamo nel libro.

Franco Pezzini: Volendo sintetizzare al massimo, Dracula rappresenta l’esempio più noto e emblematico di vampiro dell’immaginario occidentale – icona dell’indecidibile, trasformista assoluto, supermetafora del Fantastico – e insieme un mito-chiave della modernità. Lo schermo oscuro del titolo del nostro libro (titolo peraltro partorito dall’Editore) rimanda idealmente a questa rifrazione un po’ imbarazzante, che la dice lunga su sogni e contraddizioni dell’Occidente.

La nascita di Dracula e il romanzo di Bram Stoker: ripercorriamo a grandi linee la storia e la creazione del vampiro più famoso del mondo...

FP: A grandissime linee. L’Ottocento era stato scandito da periodiche apparizioni di vampiri letterari, che avevano appunto incarnato istanze simboliche, turbamenti e nervi scoperti, suggestioni estetiche e desideri più o meno confessabili delle varie società di appartenenza. Il seduttore byronesco Ruthven di Polidori, il Varney del trapasso all’età vittoriana di affari e inquietudini sociali (che da poco la Gargoyle, piace ricordarlo, ha proposto ai lettori italiani in traduzione completa), la fanciulla funesta Carmilla evocata dalla malinconia e da un inconosciuto, divorante desiderio… per non citare che i principali in una schiera in realtà foltissima. All’apogeo dell’età vittoriana Stoker decide dunque di partorire il proprio vampiro, quello emblematico del suo tempo: così, ispirandosi ai modelli precedenti ma insieme a una serie di altri volti – personaggi disincarnati come i vari “maledetti” della letteratura romantica e del folklore, ma anche contemporanei in carne e ossa, come il suo principale Henry Irving, il celebre attore – inizia a scrivere. L’ancora innominato “Count … Styria”– come si chiama il non-morto nei primissimi appunti – diviene “Count Wampyr” e in ultimo “Count Dracula”, attingendo al nome di un voivoda valacco citato in un testo in cui Stoker s’imbatte per caso nella biblioteca di Whitby, la cittadina dove va in vacanza. In realtà di quella figura storica il conte di Stoker trattiene assai poco. Comunque, attraverso una lunghissima gestazione testimoniata dagli appunti, Stoker riuscirà a produrre un libro che davvero rappresenta una tappa nella storia dell’immaginario: una prodigiosa combinazione di miti, sogni e angosce del moderno Occidente. Una sorta di “manifesto” espressivo di istanze sociali, morali, religiose, economiche, politiche del proprio tempo. E insieme, in qualche modo, già prefigurante i secoli successivi.

 

Dal romanzo al teatro, dal teatro allo schermo: quali gli step più significativi che hanno trasformato Dracula da un personaggio di cellulosa a un personaggio di celluloide?

FP: In effetti, nonostante il successo del romanzo, la storia di Dracula diverrà nota soprattutto per le infinite ricadute non letterarie. Ben pochi testi hanno conosciuto altrettante riletture sceniche, teatrali e filmiche, per non parlare di tutti i derivati letterari, musicali, a fumetti, in giochi di ruolo... A destinare Dracula a un simile strabordamento dai binari della letteratura ha contribuito lo stesso Stoker, che già l’aveva scritto – in fondo era impresario nel famoso teatro Lyceum di Irving – virtualmente con un occhio alle scene. Al di là però di una “lettura drammatica” (cioè senza vera recitazione) un po’ raffazzonata subito prima dell’uscita in libreria, solo per garantirsi il copyright secondo la legge dell’epoca, Stoker non riesce a veder interpretare il suo personaggio. A portarlo finalmente sul palcoscenico è nel 1924 un amico di famiglia, Hamilton Deane, che ottiene dalla vedova Stoker la necessaria autorizzazione. Il suo adattamento, decisamente alla buona e punteggiato di effetti speciali di pirotecnica ingenuità, incontra molto successo in Inghilterra; ma per traghettarlo a Broadway nel ‘27 l’impresario americano Horace Liveright dovrà affidare a John L. Balderston una robusta riscrittura dei dialoghi. Causa budget limitato, non si riuscirà a far varcare l’Oceano a Raymond Huntley, che sulla piazza inglese interpreta il protagonista: e la parte verrà affidata a uno squattrinato esule ungherese, socialista e rosacroce, sfuggito al crollo della repubblica di Béla Kun. Si chiama Béla Ferenc Deszö Blasko, oriundo del villaggio di Lugos: nasce così Bela Lugosi, destinato ad offrire di Dracula una delle maschere più note e indimenticabili. E la versione rivista da Balderston per le scene americane – la cosiddetta “Deane-Balderston” – influirà profondamente sul cinema, a partire dal Dracula di Tod Browning, 1931, proprio con Lugosi; ma d’altra parte tornerà indefinitamente, più o meno ritoccata, sulle scene teatrali di lingua inglese. In Italia è stata riproposta con successo e limitatissimi ritocchi dall’amico regista torinese Antonello Panero, che con l’aiuto di Massimo Chionetti ne ha offerto la prima traduzione nella nostra lingua.

 

Volendo tracciare una filmografia essenziale, quali le opere imprescindibili per avere un quadro completo del personaggio?

AT: Il nostro "volumetto" ha individuato nell'ultimo secolo diverse centinaia di film dedicati al personaggio prodotti in tutto il mondo... Se ci limitiamo all'immaginario occidentale e tentiamo di ridurre il discorso a un pugno di pellicole, direi: Nosferatu (1922) di Murnau, Dracula (1931) di Browning, Dracula (1958) di Fisher, Dracula di Bram Stoker (1992) di Coppola. Sono i titoli che consentono di vedere come si è evoluta l'immagine di Dracula e, con essa, le caratteristiche principali del personaggio. Non tralascerei, in ogni caso, almeno un paio dei numerosi film che il regista spagnolo James Franco ha dedicato al nostro eroe e nemmeno alcune pellicole parodistiche con in primis Per favore non mordermi sul collo (1967) di Polanski.

 

Quante facce ha cambiato Dracula su grande schermo?

FP: Il Dracula del romanzo è piuttosto distante dal suo epigono, il fighetto Cullen di Twilight: è vecchio, ha l’aria grifagna, il fiato che puzza, i peli sulle mani, quando si nutre sembra una sanguisuga gonfia… e in effetti il protagonista del Nosferatu di Murnau, 1922, è un po’ un mix tra rapace, zanzara anofele e cadavere in pieno rigor mortis. Ma poco dopo, complice la riscrittura teatrale che trasforma Dracula in una specie di mago da avanspettacolo, la componente (oscuramente) seduttiva presente in nuce può emergere. Può sembrarci strano, ma il fascino un po’ viscido di Lugosi faceva cadere in deliquio le spettatrici dell’America nel baratro della Grande Crisi; mentre non è affatto strano che Christopher Lee, con le sue movenze erotiche da ballerino e i canini fallici, annunci la fine della morale vittoriana nei giorni della Swinging London. Lee è in fondo – e nonostante le libertà delle sceneggiature Hammer – il Dracula più filologico della storia del cinema: alto, aristocratico, tenebrosamente carismatico, capace di trasmettere un senso di distanza e insieme di furia trattenuta… E di lì, sulla scia di un’acquisita avvenenza, vedremo sfilare Frank Langella, Gary Oldman, Gerard Butler – sempre più amabili, sempre più carini. Quanto alla bizzarria, invece, non c’è che l’imbarazzo della scelta. Andiamo dal Dracula di Paul Morrissey, che cerca sangue di vergine… e morì di sete, allo strepitoso ingegner Giovanni Nosferatu con la faccia di Adolfo Celi, proprietario di una grande fabbrica di automobili torinese e signore dei media (in una saldatura almeno suggestiva tra spunti degli anni Settanta e odierni) in Hanno cambiato faccia di Corrado Farina; dall’imbarazzante maschera di Zandor Vorkov in Dracula vs. Frankenstein di Al Adamson al Vecchio Sporcaccione di Dracula: the Dirty Old Man di William Edwards e a quelli che combattono Batman e Topo Gigio. Un panorama decisamente variegato…

 

Ci sono stati anche molti adattamenti televisivi...

AT: Più che adattamenti, direi, divagazioni. Come il film televisivo americano The Night Stalker (1972) di John Llewellyn Moxey da cui origina una serie del '74, Kolchak: The Night Stalker, creata da Jeffrey Grant Rice. C'è anche una serie di tredici episodi prodotta in Canada nel '90 dal titolo Dracula - The Series, cui possono affiancarsi svariate produzioni sud-americane - argentine e brasiliane in particolare - e spagnole. Non mancano, poi, neanche le produzioni per ragazzi.

 

Per concludere, una battuta, un pensiero, un ricordo: cosa ha significato per voi lavorare al libro The Dark Screen?

FP: Un’enorme soddisfazione. E una fatica mostruosa – ma è anche il bello di una simile avventura…

AT: Una fatica più che mostruosa. E poi anche una bella soddisfazione.

 

 

 

 

 

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