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NeroSuBianco: Gli Zombi di Romero
Scritto da A. Sciamanna, D. Silipo   
Tuesday 07 June 2011

NeroSuBianco: un libro, una storia. Danilo Arona, Selene Pascarella e Giuliano Santoro, autori del saggio L'alba degli zombie - Voci dell'Apocalisse: il cinema di George Romero, ripercorrono assieme a noi il cinema "zombico" di George Romero.

 

Il Libro

L'alba degli zombie
Voci dell'Apocalisse: il cinema di George Romero
di Danilo Arona, Selene Pascarella e Giuliano Santoro (Gargoyle Books)

Sono quanto di meno “grazioso” si possa immaginare e, almeno fin quando non si sono messi a correre, sono stati anche fieramente demodé. Eppure contendono da sempre lo scettro di “mostro per eccellenza” ai più signorili, profondi e fashion, signori Vampiri. Non entusiasmano le ragazzine come può fare un giovane succhiasangue di Twilight, non hanno lo stesso spessore di Dracula né la fisicità di Selene in Underworld, nella letteratura (a differenza dei loro compari dai denti aguzzi) latitano e al cinema, i grandi autori (da Coppola ad Abel Ferrara), non se li filano quasi mai, preferendo di gran lunga la stirpe del noto Conte. Ma allora cosa hanno di così speciale 'sti Zombi? Un uomo: George A. Romero. Il regista di Pittsburgh è il “fondatore” assoluto non solo dello zombie-movie moderno, ma proprio degli zombi per come li conosciamo, temibili mostri claudicanti ma anche icone stratificate nel senso e nelle suggestioni: un mix straniante di orrore, politica, umorismo e disumanizzazione. Romero è per gli Zombi, quel che è stato Bram Stoker per i vampiri, l'iniziatore di un immaginario che esisterà sempre e che da sempre sembra esistere. Il volume L'alba dei morti viventi, scritto a sei mani da Danilo Arona, Selene Pascarella e Giuliano Santoro, ha il merito di ribadire una volta per tutte l'importanza del Nostro, ma senza ciechi furori né tesi invadenti, solo con la potenza dei fatti e dell'analisi, utilizzando quell'approccio multidisciplinare al quale già da tempo i Saggi della Gargoyle Books ci hanno abituati. Se Danilo Arona analizza i film e ne descrive il contesto d'uscita e la storia, Giuliano Santoro ne decripta il senso più politico e Selene Pascarella analizza il tutto portandolo su un livello più comunicativo/sociologico; conclude Paolo Zelati intervistando il Maestro. Ne risulta un racconto appassionato che, partendo dai sei film di Romero, finisce per parlare del fenomeno “zombi” a tutto tondo, facendo capire come in fondo è tutto partito da lì, quando un giovane regista di pubblicità con 10.000 dollari e qualche amico decise di girare La Notte dei Morti Viventi. (Daniele 'Danno' Silipo)

Acquista on line:
www.gargoylebooks.it/site/content/lalba-degli-zombie

 

GLI AUTORI

Danilo Arona è nato ad Alessandria, è giornalista, scrittore e critico cinematografico. Dal 1978 ad oggi ha firmato oltre venti titoli tra saggi di cinema, inchieste sul lato oscuro del sociale e romanzi horror. Nella sua produzione più recente spiccano: L’ombra del dio alato, La stazione del dio del suono, Palo Mayombe, Cronache di Bassavilla, Black magic woman, Finis terrae, Melissa Parker e l'incendio perfetto, Santanta, Pazuzu, La croce sulle labbra. Il suo sito: www.daniloarona.com

Giuliano Santoro è giornalista. Fa parte della redazione del settimanale 'Carta' e si occupa di politica e società. Suoi articoli sono usciti su 'Il Manifesto', 'Il Messaggero, 'Il Quotidiano della Calabria', 'Il Ponte', 'Posse'. Suoi saggi sono comparsi in L’impero invisibile (Nda Press) e Stranieri! (Manni).

Selene Pascarella è nata a Taranto nel 1977, si è laureata in Scienze della Comunicazione con una tesi dedicata al cinema italiano dell’orrore e del fantastico; è giornalista dal 2005. Appassionata fin dall’adolescenza di ogni sottoprodotto nero dell’industria culturale, collabora con la rivista 'Carta', per la quale cura una rubrica dedicata alla fiction seriale televisiva, si aggira nel sottobosco della critica cinematografica online dall’interno di un insospettabile portale mainstream, pascola spesso e volentieri nei territori selvaggi del gossip, si è infiltrata per alcuni anni nell’Annuario di Poesia curato da Giorgio Manacorda (Castelvecchi), ha pubblicato il racconto Mondovisione all’interno della raccolta Tutto il nero del Piemonte a cura di Danilo Arona.

 

 

Intervista agli autori

Danilo Arona, Giuliano Santoro, Selene Pascarella

a cura di: Alessandra Sciamanna e Daniele 'Danno' Silipo

 

Ripercorriamo velocemente l'esalogia dei morti viventi romeriani, quali sono le specifiche di ogni film e come si è evoluta stilisticamente la saga?

D.A.: La notte, o dello zombie invasore. Dawn, o dello zombie combattente. Il giorno, o dello zombie segregato e/o manipolato. La terra, o dello zombie umanizzato. Diary, o del metazombie. Survival, o dello zombie sconfitto (ma proprio per questo abbiamo perso anche noi...). L'evoluzione stilistica della saga è un approccio prospettico quanto mai interessante, perché riflette le alterne fortune di Romero con le produzioni. Fortune e sfortune che hanno avuto ripercussioni anche, soprattutto, sul linguaggio filmico del nostro. Se Zombi (Dawn of the Dead) appagava l'occhio con un'estetica ricca e ridondante (per capirci) nella quale si espresse al meglio, gli ultimi due in modo diverso denunciano una sopravvenuta crisi economica a livello produttivo (la scelta mockumentary – che spesso è una scorciatoia intelligente per il low budget – per Diary e i non eccelsi effetti speciali per Survival). Se la ragioniamo così, La terra dei morti viventi – un incrocio quasi perfetto tra pratica underground e alta tecnologia digitale -, testimonia di un Romero particolarmente a suo agio al servizio di una major, la Universal. E questo è senza dubbio indizio di un professionismo eccelso. Peccato per Romero – e forse buon per noi -, che il nostro sia ancora un grande, vecchio anarchico che vuol girare film come piace a lui senza compromessi di alcun tipo.


Qual è il capitolo migliore e perché?

D.A.: Personalmente Zombi (Dawn of the Dead). Per il ritmo, l'adrenalina, la suspense, la musica, lo splatter quasi metalinguistico. Una rivoluzione per l'epoca, ma una rivoluzione persino nei confronti del primo della serie, che era già stato un notevole filotto, dicendola in termini da giocatore di bigliardo. Gli altri non mi hanno più coinvolto così, ma forse ci sta pure dentro una componente generazionale.


Politicamente quali temi toccano i sei film della saga?

D.A.: Toccano tutto quello che c'è da toccare in riferimento alla situazione dell'epoca. Il Vietnam e la guerra importata in casa propria, il terrorismo e certa follia dei militari, l'Apocalisse globale, lo sfruttamento e l'emarginazione delle classi subalterne, la manipolazione dei media, lo schiavismo e gli interessi economici legati alla cronicizzazione della belligeranza planetaria. Mica male per solo sei film.

G.S.: Due piccole premesse. Primo: la mia teoria è che lo zombie compare ogni qual volta l’Occidente è in crisi. È il simbolo di una visione del mondo non unilaterale e impossibile da sintetizzare nei canoni e nelle unità di misura del Nord del mondo. Sfugge a ogni catalogazione, non solo a quella tra morto e vivo. Secondo: questi film non contengono postulati cui conformarsi. Ci danno delle indicazioni, degli appunti di viaggio, su come leggere gli stati d’animo, le paure, il sentire sociale di fronte alla crisi. Insomma, non si tratta di pallosissimi manifesti ideologici ma di acute osservazioni sulla società e la crisi. Brutalizzo e sintetizzo. La notte dei morti viventi è la guerra in Vietnam. Dawn of the dead è la provincia del consumo che si sente assediata dal mondo. Day of the Dead è lo scontro tra i sapienti e i soldati. Land of the dead è la guerra infinita che si materializza nelle nostre metropoli, che ritenevamo sicure. Diary of the dead è una riflessione disincantata sulla relazione tra contagio zombie e nuovi media virali. Survival of the dead è un ragionamento sulla mutazione zombie.


Lo zombie-movie è da sempre un genere politicizzato, in tal senso per esempio nel libro si parla anche di classici come White Zombie e Ho camminato con uno zombi...

G.S.: Certamente. Quello è lo zombie che io definisco coloniale, prima di quello postcoloniale e postmoderno di Romero. È il tentativo di elaborare l’orrore del colonialismo e i sensi di colpa della schiavitù rielaborandone la narrazione in questa chiave. È un punto di passaggio fondamentale: le storielle sul voodoo sbarcano nell’immaginario occidentale e cominciano a contagiarlo. E invece di sortire l’effetto che si proponevano, quelle storie cominciano a perseguitare i colonialisti. È lì che comincia l’invasione zombie che oggi arriva a compimento!

D.A.: Per forza. Lo zombie movie “haitiano” è politico, quasi suo malgrado. Non si può non tenerne conto. Anche se Romero ha inteso distanziarsene, l'archetipo in qualche modo resiste. E torna prepotente a farsi vedere ne La terra e in Survival.


Perché gli zombie hanno così attecchito nell'immaginario collettivo, e quanto c'entra il lavoro di Romero?

D.A.: C'entra solo il lavoro di Romero, perlomeno quello inaugurato nel '68. Da mito marginale e circoscritto a un fantastico di estetica “esotica”, lo zombie ha compiuto un'irruzione a gamba tesa nel fantastico quotidiano dei tardi anni sessanta, proprio quando il fantastico quotidiano - categoria di cui oggi nessuno parla o scrive, e chissà perché? - stava mettendo a punto le sue coordinate di riconoscimento, in primo luogo il realismo a volte “sporco” della vita di tutti i giorni. Da Duel a Rosemary' Baby, nella loro assoluta diversità.

S.P.: Lo zombie è un doppio, con cui è allo stesso tempo facile e impossibile identificarsi. Riassume tutto ciò che è umano e tutto ciò che non lo è. Racconta la paura della morte, della spersonalizzazione nella massa, della perdita della coscienza e del controllo sulla realtà. Fin dalla sua prima apparizione, all’interno di un immaginario esotico, caraibico, distante, materializza l’orrore dell’uomo di fronte all’ipotesi di trasformarsi in un’entità priva di volontà, manipolata da un io superiore, sempre malvagio, alla mercè del mondo di cui fino al momento della morte era il centro. Lo zombie è la creatura che ci strappa l’illusione, così necessaria, dell’eterno riposo, che bussa alle nostre porte riemergendo da sei piedi di terra per sbatterci in faccia l’evidente, impresentabile, marcescente “altra vita” che ci attende. Non a caso è fin da subito oggetto di un tentativo di disinnesco, tramutato nella maschera dondolante e comica che campeggia nei drive in facendo sghignazzare gli adolescenti e impersonato da ogni ragazzino ad Halloween. Ridicolizzato, apparentemente addomesticato, ci sorprende alle spalle con una nuova identità. Con Romero lo zombie fa la sua comparsa nella nostra quotidianità, passa da orrore folkloristico a incubo metropolitano, si fa massdimensionale, assume il volto dei nostri vicini, dei nostri genitori, dei nostri figli, diventa, nella forma del ghoul affamato di carne umana, un virus che corrode il corpo sociale. Iniziando un percorso di evoluzione che, dentro e fuori il canone romeriano, molto meno congelato di quel che appare, lo ha portato alle mutazioni dell’ultimo decennio, che non escludono né negano le caratteristiche che con The Night of the Living Dead sono diventate classiche. Ma ne maturano altre, vedi la velocità, più funzionali a nuove forme di aggressione del nostro immaginario e legate a doppio filo alle ossessioni – il contagio e la pandemia fra tutte – con cui ogni giorno facciamo i conti.


Rigiriamo una domanda che voi stessi vi ponete nel libro: una nuova dawn of the zombie sta per sorgere?

D.A.: Così pare. Transitiamo in un'epoca consumistica dove si usa piratare le poche idee altrui e spremere i limoni sino all'inverosimile. E il rischio è di trovarsi alle prese con prodotti straordinariamente omologati, tanto libri che film. Però nella congerie ci stanno, a volte, belle sorprese, che so, i miniserial Dead Set o The Walking Dead. Molto belli, funzionali e originali, che pagano sì il loro tributo a Romero, ma poi girano alla grande sui loro binari. Alla fine la storia è sempre quella, ma se dietro la macchina da presa c'è un regista che fa funzionare tutto, si è ben disposti a rivederla di nuovo. Non sbaglia peraltro chi sostiene che le storie “basiche” che si vedono al cinema non arrivano nemmeno alla dozzina. L'horror poi è fatto di archetipi e di luoghi comuni.

S.P.: Mentre scrivo queste righe sul mio profilo facebook persone insospettabili, che non hanno mai avuto particolare interesse né per gli zombie né per l’horror, discutono con grande partecipazione della casa a prova di morto vivente, condividono la clip dove i teenager canterini di Glee agitano il loro liceo gridando “bra-in!” e intonando Thriller, postano l’articolo sulle formiche zombie pescato sulla versione online del loro quotidiano generalista di riferimento. E con ogni probabilità si imbatteranno negli zombie in libreria - indipendentemente dal reparto in cui si troveranno, da quello dei manuali di auto aiuto alla poesia haiku - in televisione, al cinema, sulle riviste di divulgazione scientifica e persino su quelle di moda. Gli zombie hanno da tempo rotto gli argini della fiction di genere e scorrazzano indisturbati in ogni territorio dell’industria culturale, ma soprattutto sono diventati, dalle dottrine politiche ai modelli matematici, la prova del nove su cui deve essere testata la tenuta dei nostri paradigmi di interpretazione della realtà. E questo li rende molto di più dei protagonisti del trend del momento. La loro alba è il preludio di un giorno molto lungo, che stiamo già vivendo.


Sul prossimo zombie-movie di Romero si susseguono voci incontrollate: da progetti più realistici come i “seguiti” di Diary of the Dead, alle indiscrezioni più fantasiose che tempo fa parlavano di uno Space of the Dead. Voi quale sperate sia la prossima mossa di Romero?

D.A.: Spero che nessuno si scandalizzi o si adombri. Mi piacerebbe che Romero girasse qualcos'altro, qualcosa del genere La città verrà distrutta all'alba, ma ambientato in una metropoli tipo New York. Con gli zombie – infetti, non morti resuscitati – che irrompono sulla scena soltanto nell'ultimo quarto d'ora. Questa potrebbe essere una formula per rifondare il “suo” genere e distanziarsi da quest'orda di sciacalli imitatori – nel libro li elenchiamo più o meno tutti – che hanno pescato a man bassa dal suo cinema. Magari gli trasmetto l'idea tramite il buon Paolo Zelati (che ha intervistato Romero per il libro ndr)... Ovviamente George poi può fare proprio quel che vuole. Però uno, giunto alla sua età e con quel curriculum, deve concedersi il lusso di sconcertare per l'ultima volta il suo pubblico.

S.P.: I rumors su Space of the Dead mi hanno stregata dal primo momento: morti viventi e spazio profondo, gore e fantascienza, cosa volere di più? Confido ancora che il film possa vedere la luce. Ma soprattutto darei il mio regno per sapere a che punto è il misterioso romanzo zombie del vecchio maestro, dato in uscita e poi scomparso. Soprattutto dal momento che The Living Dead (questo il titolo provvisorio del romanzo ndr) dovrebbe sciogliere il mistero dell’origine degli undead secondo Romero.

G.S.: Non saprei, davvero. Romero ha sollevato il cinema horror dalla sua nicchia pittoresca e gli ha restituito un suo contesto sociale. Spero solo che continui a stupirci.


Per concludere, una battuta, un pensiero, un ricordo: cosa ha significato per voi lavorare al libro L'alba degli Zombie?

D.A.: Un lavoro come un altro. L'ho fatto volentieri, sia ben chiaro, e soprattutto nella prima parte mi sono trovato un po' a viaggiare su una macchina del tempo... l'andare a ricostruire il giorno di Luglio in cui vidi per la prima volta Il giorno non è stato così agevole. Spero di essere riuscito a trasmettere la dimensione di quel periodo. Con tutto ciò però, a meno di non essere pagato uno sproposito, vorrei chiudere con la saggistica. E dedicarmi alla narrativa. Da due anni non riesco a farlo perché la mia competenza, se esiste, viene richiesta a favore della critica. E certi lavori su commissione – tipo quello cui mi sto dedicando attualmente che dovrebbe in teoria risolvere l'enigma di Villa Diodati – francamente mi attizzano. E pure mi gratificano. Ma sono uno scrittore cui è demandata la mission di inventare storie. E quando uno scrittore si mette a fare il critico di altri scrittori – Romero lo è perché i film se li scrive – compie, più o meno consapevolmente, un atto di mostruosa presunzione. A me non piacciono i presuntuosi, categoria che sta invadendo il pianeta, e di conseguenza non mi piace esserlo. Come scrittore, sei nudo e disarmato. E così voglio restare sin quando mi sarà possibile.

S.P.: Ciò che ha reso significativa la genesi del libro e ne ha plasmato sia il cuore che la forma è stata la condivisione. L’alba degli zombie non sarebbe quello che è senza la comunità virtuale di Astiochat che ha visto me e Giuliano portare le nostre suggestioni zombie a contatto con altri fecondissimi cervelli, né forse sarebbe mai arrivato alla pubblicazione senza l’innesto con il punto di vista di Danilo Arona, con cui ci siamo imbattuti andando a caccia di morti viventi e che ha accettato, come in ogni z-movie che si rispetti, di condividere la battaglia con due giovani stranieri dall’aria poco affidabile. Colgo l’occasione per ringraziare ancora una volta la moltitudine che ha fatto sorgere la nostra alba.

G.S.: La vita è fatta di cerchi che si chiudono, nel bene e nel male. Questo è uno dei casi positivi. Si comincia un percorso, si condividono conoscenze e passioni e poi si porta a compimento. In qualche modo era destino che questo cammino arrivasse a destinazione. Questo libro è stato pensato e discusso con tantissime persone, ed è bello vedere che adesso quelle suggestioni e quelle idee circolino ancora e facciano riflettere altra gente.

 

 

 

 

 

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