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Intervista esclusiva: Flavio Sciolè
Scritto da Daniela Nativio   
Tuesday 21 February 2012


Un'intervista proto confessionale è quella che Flavio Sciolè, anti-artista e performer di origine italo-croata, ci concede per Bizzarro Cinema.

 

L'iconoclasta Flavio Sciolè, come è stato definito da Pierpaolo de Sanctis (Nocturno Cinema), è sul palcoscenico da oltre vent'anni. Attore, regista e performer con all'attivo una filmografia con più di trecento titoli proiettati in tutto il mondo. Nell’ultimo anno il suo Ciclo Decadente è stato proiettato presso Rooftop Benefit Party di New York ed al MACRO di Roma. In queste pagine racconta la sua vocazione verso la destrutturazione del linguaggio artistico classico come istanza di partenza per un'arte libera da qualsiasi compromesso estetico ed etico. E ricorda anche la sua ultima produzione documentaristica "Visioni Sconsigliate" nata dall'omonima rassegna dedicata al cinema di ricerca tenutasi a Pescara nel 2004, in cui Sciolè ha documentato l'intervento dei suoi ospiti: Renato Polselli, Alberto Grifi e Romano Scavolini. Il tutto rigorosamente in presa diretta: bando alla "falsificazione" della post produzione, sia nel documentario che nel cinema.

 

Intervista a Flavio Sciolè

 

Sei un regista sia teatrale che cinematografico e il filo rosso che lega la tua attività artistica è la sperimentazione. Però dichiari di essere un "antiartista"...
Ad un certo punto della mia vita mi sono accorto di essere sempre stato “dall’altra parte”. Da poeta adolescente, da attore, da drammaturgo, da regista, da filmaker, ho sempre cercato un percorso in opposizione al classico, in divenire, in decostruzione, in demolizione costruttiva. Antiartista, quindi, in quanto produttore di antiarte. Ma anche in contrapposizione alla figura dell’artista ormai prostituita ed assegnata a chiunque, divenendo quindi non vocazione-condanna ma omologazione misera e stantia. Nell’antiteatro opero nella destrutturazione-disarticolazione-devoluzione del teatro classico alla ricerca di stati emozionali. Il teatro è solo un mezzo, un tramite, uno stato per esprimere gli stati d’essere dell’uomo contemporaneo (paranoia, suicidio, psicosi), quelli marginali, ai bordi della linea. Tecnicamente la demolizione dell’impalcatura, della parola (spezzandola con la recitazione inceppata), del sipario, delle luci, dei costumi, serve unicamente ad amplificare il messaggio, l’emozione che voglio trasmettere deve imprescindibilmente partire da un’istanza, un’urgenza. L’istanza alla fine è quella che mi muove, questo obbligo etico-estetico che mi fa sentire l’urgenza di creare ai danni di un’altra vita, dismessa da sempre. Anche nell’anticinema quello che mi preme è il contenuto (ripeto: etico ed estetico) che viene evidenziato ai danni della tecnica (che bisogna comunque avere per poterla dismettere), che diviene antitecnica. Nell’ottanta per cento dei miei video ho operato principalmente col montaggio in macchina per superare l’atto di postfalsificazione dell’istante creativo. Questo mi ha permesso di cogliere l’attimo e lasciarlo immutato. Quando opero in post, invece, prediligo la frammentazione finale coll’uso reiterato di stacchi, suoni sporchi, distruzione visiva. Il mio percorso è antinarrativo, non anarrativo dato che c’è un’antistoria, non l’assenza della stessa, per questo mi (non) definisco un creatore di cinema sperimentale (se c’è bisogno di un’etichetta) più che un videoartista. La visione, in ultima ma anche in prima analisi, è comunque, quella che regge il mio mondo fragile, di carta, di sabbia, di vento. Una visione che mi toglie sonno, vita e tempo.

 

La deframmentazione e destrutturazione del linguaggio artistico classico sono i punti di partenza della tua ricerca artistica. Sintesi di questo tuo modo di concepire l'arte è "Teatro Ateo", un progetto teatrale, o meglio antinteatrale, dove si sviluppa la tua teoria sull’errore. In cosa consiste la recitazione inceppata nel tuo teatro.
Quando ho creato Teatro Ateo (la parola Teatro contiene la parola Ateo) volevo (de)costruire un progetto che non avesse Dei teatrali, che fosse lontano da ogni tentativo di clonazione ma che si basasse unicamente sull’istanza, sulla visione, sul delirio. Teatro Ateo ha diversi livelli, stratificati, che si congiungono in un'unica restituzione. Tutte le immissioni antiteatrali che vanno a comporre TA e che provengono da altri apparati artistici (performance, pittura, punk) servono unicamente a far arrivare il messaggio in un modo che sia il più puro ed estremo possibile. “Il paradigma dell’intero percorso è la recitazione inceppata. L’inceppatura, l’errore pseudo teatrale non viene superato come indicherebbe la regola ma lì l’artista si ferma (e diviene antiartista) ed erra volontariamente, incespica, reitera e diviene uno sbaglio, lo sbaglio e quindi uomo, dato che non esiste un uomo perfetto. Rimanendo inceppato nel corpo e nella voce l’Uomo lì resta ed espone la propria imperfezione”. L’inceppatura, quindi, del corpo, della vocalità, del sentire, quando è arrivata, quando mi ha incontrato, ha spostato del tutto la mia attenzione sulla fragilità, sull’errore, sulla marginalità, portando alle estreme conseguenze la mia idea dell’uomo, esposto per sempre come un eterno perdente in attesa della morte.

 

Flavio, hai lavorato molto anche con il documentario, tra i tanti mi piace ricordare quello su Dan Fante. A tal proposito hai appena concluso tre importanti documentari dedicati a tre outsider del cinema italiano: Renato Polselli, Alberto Grifi e Romano Scavolini. Raccontaci di come è nato questo progetto e in quale occasione.
Nel 2004 ho curato a Pescara “Visioni Sconsigliate”, un’ antirassegna dedicata al cinema sperimentale. Parte del programma era dedicata alla scena contemporanea (uscì anche un bando che escludeva l’invio di progetti narrativi) e parte ad autori storicizzati dello sperimentale. Chiamai Alberto Grifi (proiettammo integralmente Anna) e Romano Scavolini (in svisione A Mosca Cieca, La Prova Generale e un frammento de L’Apocalisse Delle Scimmie) due nomi altamente rappresentativi - per motivi diversi - dello sperimentale italiano. Dedicai anche uno spazio al B-Movie italiano nel cui ambito credo si sia fatta ricerca e sperimentazione a grandi livelli. Autori geniali e giustamente autoreferenziali hanno seguito spesso strade difficili ed impossibili per portare avanti le loro idee ed i loro progetti. In questa sezione ospitai Renato Polselli (Ralph Brown) di cui proiettammo Riti, magie nere e segrete orge nel trecento ed i trailer (allora rari) di La Verità Secondo Satana e Oscenità. Ho registrato tutti gli interventi, ma non sono riuscito a riversarli per un problema e dopo svariati tentativi ho desistito. Quest’anno ho riprovato e magicamente sono riapparsi. Dopo aver rivisto il tutto ho pensato che fosse giusto dare un seguito a queste testimonianze per il valore delle parole pronunciate dai tre registi ed ho deciso di trasformarli in tre (anti)documentari. Quelli di Polselli e Grifi (i primi ad essere editati) a giugno sono stati presentati al Roma3FilmFestival. L’unica testimonianza incompleta è quella di Polselli, finì la batteria dell’unica videocamera (la mia, nonostante la sala piena) dopo dieci minuti mentre lui parlò per oltre mezz’ora.

 

Entrambi scomparsi, cosa ti hanno lasciato Polselli e Grifi? E quale eredità hanno lasciato al cinema italiano?
Polselli lo ricordo per la sua inesauribile voglia di comunicare e per la sua capacità di parlare semplicemente di cose non semplici. Grifi era davvero un signore, una grande persona. Condivido con entrambi l’intransigenza e la coerenza in tutto il loro percorso. Al cinema mondiale - dove paradossalmente hanno fama maggiore che in patria - e al cinema italiano lasciano i loro percorsi unici. Polselli è tra i più originali registi di genere, se di genere si tratta. Grifi è per me l’unico assieme a Carmelo Bene, se parliamo di sperimentazione cinematografica, che sia stato coerente in tutto il suo percorso senza mai derogare o perdersi per strada. A lui, essendo anch’io uno sperimentatore radicale ed intransigente, mi sento particolarmente vicino.

 

Sappiamo della tua grande passione per il cinema di genere tanto da omaggiarlo in Delirium, uno dei tuoi lavori video più importanti. Location dell'opera è la torre di Cerrano (Atri - Te), il pensiero va a Bergonzelli e al suo masterpiece Nelle pieghe della carne. In che modo oggi il cinema di genere fa scuola?
Delirium è il primo video del Ciclo Delirium in cui opero un incrocio artistico tra cinema sperimentale e B-Movie all’italianain una declinazione nuova e terminale. La location scelta è la stessa del capolavoro di Bergonzelli Nelle Pieghe Della Carne, uno dei miei film preferiti di sempre con una suprema Eleonora Rossi Drago ed una delirante Anna Maria Pierangeli. Sono stato tra i primi a sdoganare questo film (lo proiettai nel 2000 all’interno del festival, da me curato, CinemAtri) e noto con piacere che negli ultimi anni, in Italia (dove era praticamente sconosciuto), è stato rivalutato. Io amo il cinema di genere, colma oltre il settanta per cento di quello che vedo. In particolare amo il B-Movie all’italiana, che ha generato ininterrottamente e per anni opere meravigliose. Attori sublimi, registi geniali, storie spettacolari hanno permesso, grazie all’alta qualità delle pellicole, di segnare il cinema mondiale. Non parliamo poi delle musiche, della fotografia, delle scenografie. Il ricordo cinematografico d’infanzia di ognuno è sempre segnato da un film di genere, da un qualcosa che ci ha tenuto inchiodati allo schermo fino alla fine. C’è da chiedersi perché questo non accadde con filmetti pseudoprotointelligenti: le emozioni arrivano quando vogliono, non sono preordinabili. Oggi, più che mai, il cinema di genere è stato sdoganato, compreso, studiato (anche se c’è ancora tanto da scoprire), reinterpretato e si è pronti ad avvicinarlo al cinema alto senza essere tacciati di blasfemia. Facendo una digressione, anche il cinema sperimentale non è considerato vero cinema poiché non ha la struttura classica di un film, ma anche la vita non è poi così narrativa.

 

Renato Polselli e Alberto Grifi raccontano, nella tua intervista-documentario, l'importanza dei luoghi come ispirazione per i loro film. Nei tuoi lavori quanto sono importanti le location, penso ad esempio a Giuda, a Kristo 33 e a Delirium....
Sono essenziali, come tutti gli elementi che immetto. Nella ricerca di una location e nella sua trasposizione cerco spesso posti classici in cui immettere il contemporaneo o l’inverso ( luoghi contemporanei in cui inserire il classico) in modo che si crei un’implosione. Naturalmente il tutto non è così matematico, credo che una delle caratteristiche dei miei video (ma anche dei live) è l’accorgersi che da un momento all’altro può succedere di tutto. Per farti un esempio, in Giuda, girato in dei sotterranei, c’era un ambiente ‘classico’ in cui regnavano elementi moderni (una scala, una lampadina) che ho lasciato e poi il caso ha portato altre cose (le campane, un cane bianco). In contrapposizione a location molto ben definite, in altri video opero in ambienti asettici o fortemente stilizzati (i rimandi beat ai sessanta-settanta mi ossessionano). In questi casi, per demolire la pulizia della scenografia e renderla antiscenografia la devasto, ad esempio, sporcando un lato dell’inquadratura, mostrando un filo, una luce, l’ombra dell’operatore. Questo per dare risalto al contenuto e/o al non contenuto, all’estetica e/o alla non estetica.

 

 

Nei tuoi tanti lavori video è sempre presente il mare. Quanto è importante questo elemento?
Il mare ha un valore catartico e visionario ed è spesso presente nelle mie opere, anche in sua assenza. In Matermare, uno dei video in cui è mostrato esplicitamente, disegna anche il mio essere apolide, tra due nazioni (Croazia, mia madre - Italia, mio padre) ed un solo mare (l’Adriatico). Il mare comunque, come la pioggia ( in cui mi riconosco fin dall’adolescenza e che fa di me un ateo bagnato di panteismo) e l’acqua, serve a darmi l’intenzione del detergermi. Quest’azione l’ho ricercata fin da quando sedicenne scrivevo poesie e già parlavo di depurazione. La mia azione va intesa come ricerca di uno stato puro simile all’infanzia, come un allontanare tutte le impurità ed avere una Vita Pura, un’Arte Pura. Scevri da compromessi si hanno meno agevolazioni ma si vive senza rimorsi e sempre pronti al finale e, soprattutto, al presente. Nel mio ultimo lungometraggio: Mondo Delirium (terzo titolo del Ciclo Delirium, che ho terminato a fine 2011 dopo circa quattro anni) il mare è presente in buona parte del film. Nel ciclo decadente (trilogia del 2010 presentata a Romaeuropa, a New York ed al Macro) la pioggia domina ed impera.

 

Come si sviluppa in te il binomio arte-vita?
Mi rivedo in quella descrizione. Aggiungerei altre ‘sostanze’ di cui è intrisa la mia esistenza: poesia, arte, performance, palchi, teatro e teatri, musei, musica, concerti, libri, sole, pioggia, mare, persone, affetti, disaffezione, asocialità, distanze, visioni, evocazioni. Per me Arte e Vita coincidono totalmente, ho agito da sempre alla ricerca di stati reali e non preconfezionati, cerco in ogni momento di essere ‘vero’, vivo l’Arte per l’Arte (le dedico anche video, live, poesie) in ogni attimo. Trovo impossibile la dicotomia tra un ruolo ed un altro ruolo, sicuramente c’è qualcosa di sbagliato, in una delle due parti che si sta recitando. Ecco, io paradossalmente detesto recitare, mentire, fingere. Tutto questo comporta sicuramente scelte drastiche, tagli, strappi ma anche pace, serenità, gioia, creazione, restituzioni. Questo percorso lo calpesterò una sola volta e voglio farlo nel miglior modo possibile. Polvere ritornerò, polvere ritornerete. Arte, così sia, portami via.

 

Dieci visioni (s)consigliate secondo Flavio Sciolè.
Ci provo, anche se 100 sarebbe il numero giusto e credo che i titoli potrebbero cambiare se ti rispondessi in un altro giorno.
1- Nelle Pieghe Della Carne di Sergio Bergonzelli
2- Anna di Alberto Grifi
3- Pig di Rozz Williams e Nico B
4- Tutto di Fernando Di Leo, Antonio Margheriti, Mario Bava, Alfred Hitchcock, Luis Bunuel, Stan Brakhage
5- Salò o le 120 giornate di Sodoma di Pier Paolo Pasolini
6- L’uomo, la donna e la bestia (Dolce mattatoio) di Alberto Cavallone
7- Le sang d’un poète di Jean Cocteau
8- Tutto Carmelo Bene e tutto Guy Debord
9- Paganini di Klaus Kinski
10- Tutto Flavio Sciolè, tanto per restare autoreferenziale

 

 

Intervista a cura di Daniela Nativio

 

 

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