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Intervista a Giulio Petroni (parte 2)
Scritto da Eugenio Ercolani   
Monday 25 June 2012

Ultima parte del nostro viaggio alla ri-scoperta di Giulio Petroni. Questa volta, il regista romano ci racconta di La Vita a Volte è Molto Dura, Vero Provvidenza?, E per Tetto un Cielo di Stelle e Tepepa

 

Quella che segue è una raccolta di interviste realizzate tra il 2008 e il 2009, in cui con difficoltà si è cercato di estrapolare il più possibile dal carattere difficile e scontroso di Petroni…

 

Intervista a Giulio Petroni (Parte 2)

►► Leggi la prima parte dell'intervista ►►


Parliamo di La Vita a Volte è Molto Dura, Vero Provvidenza?
Cominciamo col dire che a me questo titolo non piaceva. Troppo lungo e pieno di punteggiatura. Ma i produttori insistevano, così ho lasciato perdere. Il nome Provvidenza nasce dalla moda che c’era in quel momento, ovvero dare ai personaggi dei nomi, diciamo, evangelici: Trinità, quelli dell’Ave Maria e così via…

 

Come erano i rapporti con Castellano e Pipolo?
Non c’è mai stato un rapporto con loro. Quello che posso dire è che quando lessi per la prima volta la loro sceneggiatura rimasi basito dalla bruttezza e dalla volgarità delle idee. C’erano gag davvero avvilenti. Inaccettabile, semplicemente inaccettabile. Infatti cambiai moltissimo sul set. Un gran numero di situazioni e di trovate, furono inventate lì per lì, da parte mia con l’aiuto degli attori.

 

Di chi fu la scelta di infilarci dentro Mike Bongiorno?
Mia. Anzi fui molto ostacolato in questa mia decisione. “Ma che c’entra Bongiorno nel West?” mi dicevano. Io però puntai i piedi e l’ebbi vinta, perché in sceneggiatura era prevista una scena in cui, per capire chi tra Palmer e Milian fosse il vero Provvidenza, veniva fatto una specie di quiz. Andai a vedere il film al cinema, il Super Cinema di Roma, e quando apparve questo personaggio interpretato da Bongiorno, la gente scoppiò a ridere. Io mi trovavo in piedi perché il cinema era stracolmo e diedi delle gomitate, non ricordo se a Colombo o Papi. Avevo ragione io.

 

Hai avuto modo di vedere il sequel? Che ne pensi?
Sì, lo vidi una volta. Beh, francamente lo trovai brutto. Milian è lasciato allo sbando, cosa da evitare per qualsiasi attore ma nel caso suo è la cosa peggiore che possa accadere. Tomas Milian, come ho già detto, necessita di un regista che lo sappia contenere, che sappia dire stop quando supera un certo limite. Chi è che lo ha diretto?

 

 

Alberto de Martino...
No, un filmetto insipido. Infatti fu un flop, al contrario del primo, che invece fece bei soldi, per i produttori ben inteso. Io non mi sono mai arricchito con i miei film. Colpa mia.

 

Che vuoi dire?
Beh, considerando che i miei film, o almeno gran parte di essi, hanno avuto un discreto successo (nel caso di un paio addirittura eclatante) non dovrei abitare in un seminterrato. Ma io sono sempre stato poco furbo come uomo d’affari, non sono mai stato bravo a gestire soldi.

 

Guardavi i film dei tuoi colleghi?
No. L’hai letta l’intervista che mi ha fatto Alberto Pezzotta? Il titolo di quell’intervista è “Io non sono mai stato cinefilo”. Ed è cosi, non lo sono mai stato. Ho grande rispetto per il cinema, sia come mezzo di comunicazione che come espressione artistica, ma la storia del cinema come argomento non è che mi interessi molto…

 

Sei entrato nella storia del cinema italiano come regista western. Come ti fa sentire questo?
Bene, anche se penso che avrei potuto fare di più. Film diversi, più ambiziosi, ma non mi è stata data l’occasione… di questo mi dispiace… sono sempre dovuto scendere a dei compromessi ingiusti.

 

Ti reputi in parte responsabile di questa emarginazione?
L’unica cosa che posso dire è che mi sono sempre rifiutato di rinunciare alle mie idee e di abbracciare ideologie politiche che non mi appartenevano.

 

Parliamo di …e per Tetto un Cielo di Stelle.
In questo film mi sono trovato molto bene. Tra le qualità che, diciamo, sento di aver avuto come regista, c’è quella di aver quasi sempre creato buoni legami sul set. Con gli attori si instauravano rapporti basati sulla fiducia. Ho sempre avuto rispetto per il lavoro dell’attore: la chiave è cogliere, capire, di che cosa ha bisogno l’attore. Colgo l’occasione per raccontare un aneddoto che ha come protagonista uno dei più grandi bluff del cinema italiano, Gillo Pontecorvo. Conoscevo alcune persone che lavoravano sul set di Queimada, e io stesso una volta andai sul set. Insomma, Gillo faceva ripetere le scena a Brando decine di volte, una volta in particolare arrivò ad oltre 40 ciak. Brando si alzò e disse: “Gillo, non ti preoccupare, continua pure. Io torno in albergo”. Tornando al mio film, è stata una bella esperienza. Con Gemma c’era grande sintonia.

 

Ma se mi posso permettere, l’anima del film è Mario Adorf...
Questo è indubbio, anche se con delle differenze, quello di Gemma era un personaggio che aveva già interpretato in altri film. Adorf era sicuramente meno alla mano, più solitario, ma anche con lui nessun problema.

 

È interessante anche il duo femminile, Konopka e Menard. Furono scelte tue?
Magda Konopka sì, la scelsi io. Poi con me ha fatto anche La Notte dei Serpenti. Quanto a Julie Menard onestamente non ricordo più, credo che fosse una scelta di Gianni Lucari.

 

Come è nata l’idea di questo miscuglio agrodolce?
Il genere, arrivati a questo punto, si era inflazionato di tanti filmetti di poco conto, improvvisati, quindi capimmo che bisognava un attimo cambiare registro. Siamo arrivati prima di Trinità, con l’idea della coppia, braccio-mente.

 

Per molto tempo prima di iniziare la tua carriera di regista hai diretto molteplici documentari. Quanto di quell’esperienza si è insinuata nei tuoi western?
L’attenzione per i volti, per le mani... ovvero quei dettagli che quando giri un documentario devi saper cogliere immediatamente e aggiungono un ulteriore strato di verità a quello che si sta descrivendo.

 

 

Sia Tepepa ma soprattutto Da uomo a Uomo e La Notte dei Serpenti sono film molto violenti; stranamente però la violenza all’interno di “…e per tetto” colpisce di più proprio perché inaspettata…
Mi hanno di recente mandato il DVD giapponese del film e l’altro giorno l’ho rivisto. L’unico mio film che ho rivisto di recente... e in effetti rivedendolo mi sono reso conto di quanto non segua una linea precisa, nel senso che cambia registro anche piuttosto repentinamente, pur mantenendo una certa fluidità, un'armonia. Quindi capisco cosa vuoi dire... ma me ne rendo conto solo ora.

 

Solinas ha spesso dichiarato che il suo contributo è stato minimo e che in realtà la sceneggiatura di Tepepa è di Ivan della Mea.
Questa è una balla colossale. Io avrò incontrato questo signor della Mea si e no due volte di sfuggita, quasi per sbaglio oserei dire. La sceneggiatura è di Solinas. Punto.

 

In certe versioni, lo sai, il finale è stato modificato eliminando l’immagine di Tepepa che cavalca con la musica di Morricone in sottofondo.
Allora il finale si, in effetti, ha subito dei cambiamenti. Io in un primo tempo avevo tolto quella allegoria finale perché Solinas non l’aveva gradita, semplicemente perché non scritta da lui. Poi rendendomi conto che in effetti ci stava benissimo, ce l’ho rimessa. Tu ti riferisci ai tagli di censura. Sì, poi venni a sapere che per la distribuzione americana la Paramount aveva levato l’immagine di Tepepa che cavalca. Questo quasi sicuramente è legato all’ambiguità del personaggio. All’epoca non era visto di buon grado che un personaggio macchiatosi di crimini, anche efferati, fosse trattato come un eroe, mitizzato. Del film esistono due versioni: quella vera, uscita non troppo tempo fa in DVD, di circa 130 minuti e poi una versione molto più corta voluta da Alfredo Cuomo.

 

Come mai?
Sosteneva, non si sa bene sulla base di cosa, che il film fosse troppo lungo e feci dei tagli non solo facendo danni alla narrazione ma anche massacrando la colonna sonora di Morricone.

 

Orson Welles?
Guarda, Cuomo riuscì ad averlo, a contattarlo tramite agenzie. Io non potevo credere che stavo per dirigere Orson Welles e lo informai del fatto che ero un po’ intimidito all’idea di dirigere il regista di Quarto Potere, ma lui mi rispose “Don’t be silly”. Arrivato a Tepepa, non ero più tanto giovane e questo fu motivo di sollievo per lui che non sopportava i nuovi virgulti. Neanche a dirlo, lo aveva preceduto una reputazione di uomo intrattabile, burbero... e in effetti lo era, ma non con me. Welles ed io abbiamo passato più sere a conversare, a discutere davanti a una bottiglia di whiskey. A lui piaceva molto bere. Mi parlava molto di Rita Hayworth, gli deve essere rimasta proprio sul gozzo. Non interferì mai con il mio lavoro di regista, solo un consiglio una volta, e aveva perfettamente ragione. Ahimè Tomas Milian è stato il target di molte sue angherie. Lo chiamava “il piccolo cubano”.

 

 

Che altro mi puoi dire di Tomas Milian?
Un bravo attore, talvolta però difficile da contenere. Era un vulcano di idee e perciò aveva la tendenza a strafare, non ne parliamo, su Provvidenza veniva da me con delle proposte strampalate e io lo dovevo frenare. “No, questo no!”. In quel film, era sua l’idea dello yoga ad esempio. Ma come ho detto, andava frenato. Sembra strano a dirsi, ma ho sempre avuto l’impressione che fosse piuttosto insicuro. Insicuro rispetto alla sua presenza fisica. Un personaggio complicato Milian, più di quanto si possa immaginare.

 

Tu l’hai mai visto Quien Sabe? di Damiani?
Sì, ma lo ricordo poco. Le analogie tra il mio film e quello di Damiani derivano dallo sceneggiatore. A Solinas capitava spesso di scrivere lo stesso film. Questo è palese guardando alcune opere scritte da lui.

 

 

A cura di Eugenio Ercolani

 

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