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Intervista a Giulio Petroni (parte 1)
Scritto da Eugenio Ercolani   
Tuesday 19 June 2012

Continua il nostro viaggio alla ri-scoperta di Giulio Petroni. In questa prima tranche di intervista, il regista romano ci racconta dei suoi film Da uomo a uomo e La notte dei serpenti

 

Quella che segue è una raccolta di interviste realizzate tra il 2008 e il 2009, in cui con difficoltà si è cercato di estrapolare il più possibile dal carattere difficile e scontroso di Petroni…

 

Intervista a Giulio Petroni

 

Giulio, in questa intervista vorrei concentrarmi sulla tua produzione western.
Ancora?

 

Ma stavolta svisceriamo un po’ di più..
Va bene ma diamoci una mossa…

 

Cominciamo bene…
Diciamo che la durata dell’intervista dipende dallo spessore... delle domande, diciamo così…

 


Nella foto: Giulio Petroni

 

Allora, tu hai diretto esattamente cinque western. Hai iniziato negli anni d’oro del genere ma ti sei fermato relativamente presto. I western stavano andando ancora abbastanza bene…
Non solo andavano bene ma l’ultimo mio western andò benissimo al botteghino, ma arrivati a Provvidenza, per l’appunto l’ultimo che ho firmato, il genere si stava avvilendo e inflazionando di troppi titoli spesso messi in piedi da produttori improvvisati e con attorucci presi chissà dove. Diciamo che il controllo qualità che c’era stato fino alla fine dei sessanta era venuto a mancare e le sale erano inondate di film veramente indegni.

 

L’industria cinematografica italiana con il suo solito modus operandi cannibalesco nei confronti dei generi...
Purtroppo è cosi e le cose non sono cambiate. Francamente, per quanto mi riguardava, era arrivato il momento di passare ad altro. Avrei potuto continuare tranquillamente, ma non ne avevo voglia. Mi offrirono, per esempio, il seguito di Provvidenza - Ci Risiamo Vero Provvidenza?, mi pare si chiamasse - ma quel genere di film lì, cosi assurdo, sopra le righe lo puoi fare una volta ma poi basta insomma… Sai poi c’è un’altra cosa che vorrei aggiungere al riguardo e cioè che io, al contrario di altri miei colleghi attivi in quel periodo, non è che avessi chissà quale amore per il genere. Quindi quando vidi che il western stava morendo, pensai che anche per me fosse giunta l’ora di passare ad un cinema diverso, più personale…

 

Leone realizza il suo primo western nel ’64. Qual era il tuo rapporto con il genere prima di arrivare a Da Uomo a Uomo?
Gli unici western che ho amato sono quelli americani. Come ha risposto Orson Welles quando gli fu chiesto quali erano i suoi maestri: John Ford, John Ford, John Ford. Ombre Rosse ad esempio è uno di quelli che ho visto di più. Ma anche Il Massacro di Fort Apache, Sentieri Selvaggi e poi Viva Zapata! di Kazan. Insomma i classici. Poi, come ho spesso detto, io non sono mai stato un cinefilo. Può sembrare assurdo ma i miei interessi più grandi sono sempre stati altri. Io sono, come mi hanno spesso definito, un artigiano del cinema italiano.

 

Come ti ho sempre detto, i tuoi film mi ricordano più Hawks che Ford e forse anche Siegel nell’asciuttezza e l’immediatezza della messa in scena, come ne La Notte dei Serpenti.
Forse hai ragione… di Hawks ho visto di meno ma senza dubbio è stato un grande regista. Un dollaro d’onore è un capolavoro. I film di Leone li ho visti anche con un certo coinvolgimento ma di tutti quei prodotti che sono venuti dopo in Italia pochi si possono realmente salvare. Leone era un vero cultore, un esperto del western. Io non posso definirmi tale. Detto ciò, credo comunque di essere riuscito ad entrare in sintonia con il genere. La maggior parte dei registucoli che si sono cimentati hanno partorito solo prodotti grossolani, veramente indegni. Basti vedere il Requiescant di Lizzani, regista che non sa neanche fare lo spelling di western.

 

Si è spesso parlato di similitudini tra Da Uomo a Uomo e Notte senza Fine di Raul Walsh.
Si lo so. Io ripeto sempre la stessa cosa: il film di Walsh non l’ho neanche visto, anche perché la sceneggiatura di Da Uomo a Uomo è nata in maniera molto spontanea, con tanti elementi che mano a mano si sono andati ad incastrare insieme e molto di questo è avvenuto sul set.

 

Nel Dizionario del Western all'italiana, Marco Giusti sostiene che alla sceneggiatura collaborò Antonio Margheriti. Che dici in merito?
Dico che non è vero. Gli unici responsabili della sceneggiatura di quel film sono stati il sottoscritto e Luciano Vincenzoni.

 

Il rapporto con Vincenzoni com’era?
Vincenzoni credo che considerasse il western un genere non meritevole del suo intelletto. Comunque il film ha giovato del suo contributo.

 

 

Lee Van Cleef chi l’ha scelto?
Quando Alfonso Sansone e Enrico Chroscicki vennero da me con l’idea di fare un western, avevano già in mente il suo nome. Lui era un grande cavallerizzo ma molto arrugginito. Comunque un professionista di altissimo livello. Perché c’è da dire che tra gli innumerevoli meriti di Leone, c’è stato anche quello di riportare alla luce vecchi attori, vecchi caratteristi ormai sulla via del declino. Van Cleef aveva ancora qualche problema con l’alcool. Ricordo ad esempio quando a capodanno venne il momento di brindare, lui lo fece con un bicchiere pieno di coca cola.

 

Questo film segna l’inizio del tuo sodalizio con Ennio Morricone.
Sì, un rapporto duraturo nel tempo. Ma vorrei aprire una parentesi: io con Morricone ho fatto ben sei film, eppure sistematicamente i miei non vengono mai citati. Mai. Quando due anni fa ha vinto - meritatamente, nemmeno ci sarebbe bisogno di dirlo - l’Oscar alla carriera, Walter Veltroni ha fatto un eloquente discorso in cui, tra le altre cose, citava tutti i registi con cui Ennio ha lavorato. Il mio nome, o i titoli dei miei film, neanche a parlarne. Sospetto, no?

 

Death Rides a Horse (Da uomo a uomo) negli Stati Uniti è a tutti gli effetti un classico, soprattutto dopo le dichiarazioni di Tarantino.
Guarda, non mi stupisce che questi miei western siano rimasti, insomma che abbiano superato la prova del tempo, perché anche da parte mia c’è stato un maggior coinvolgimento, intendo emotivo. Nelle commedie che avevo diretto precedentemente - pur avendole approcciate con professionalità - il distacco era enorme. Mi davano la possibilità di lavorare, perfezionarmi nel mestiere e di farmi conoscere. I film western - anche se da parte di molti c’era un certo snobismo nei confronti del genere - mi davano modo di fare qualcosa di più importante. L’aspetto del west che più mi intrigava era l’avventura, la natura selvaggia. L’idea di fare dei film d’avventura come certi romanzi che avevo amato da ragazzo mi attirava. Poi Da Uomo a Uomo si presentava subito come un progetto di un certo spessore. Sansone e Chroshiski avevano ottimi rapporti con produzioni estere, sapevo già che sarebbe stato distribuito dalla United Artists e in Italia dalla Titanus. Tarantino ha spesso e volentieri parlato molto bene di me…

 

 

Ha fatto anche di più, in Kill Bill ci sono espliciti omaggi al film.
L’inizio, giusto l’inizio per la violenza, ma per il resto… mah. Le musiche di Morricone anche, ma devo dire che il film mi ha un po’ annoiato. C’è troppo di tutto, un minestrone fumettistico.

 

Tornando a quello che dicevi riguardo al tuo atteggiamento nei confronti del cinema, consentimi di dire che ci trovo una contraddizione. Parli sempre di distacco ma i tuoi western sono gremiti di temi ricorrenti, troppi per essere casuali.
Io cercavo di inserire nei miei western certi elementi dei romanzi d’avventura che leggevo da ragazzo. Pensandoci bene forse mi viene da dire che i miei western erano soprattutto film d’avventura. Del resto parlano tutti di viaggi e ostacoli. I miei personaggi sono in cerca di qualcosa, qualcosa che li porta a viaggiare e vagare...

 

Poi la coppia, hai sempre trattato "la coppia": Milian-Steiner, Milian-Palmer, Gemma-Adorf e cosi via. Amici, nemici che si incontrano, si perdono, si scontrano…
L’amicizia, l’incontro, la competizione virile… sono componenti tipiche del cinema western.

 

Mi incuriosisce un elemento di cui non abbiamo mai parlato: la presenza dei bambini. Releghi alla figura del bambino il ruolo di agnello sacrificale o di spietato aguzzino. I bambini, che siano vittime o carnefici, sono sempre presenze “contaminate” dalla società e dalla violenza che la circonda.
Si, è vero... (lunga pausa) è vero. Beh, poi i bambini sono stati al centro di tanti documentari da me realizzati negli anni cinquanta. Quello dell’innocenza perduta è un tema ricorrente sia nel mio cinema che nei miei libri, forse dovuto al fatto che sono stato costretto a crescere molto presto, a bruciare tante tappe… Questo è un discorso complesso che non so quanto ho voglia di scandagliare…

 

A proposito di inconscio, tu sembri avere un odio particolare per La Notte dei Serpenti. Odio sospetto e comunque ingiustificato: anche se non può competere con Tepepa o Da Uomo a Uomo è comunque un bel film e ha anche un nutrito seguito.
Mah, odio no. Sicuramente tra i miei western è quello che amo di meno.

 

Ma ne parli sempre poco volentieri…
Fu un film che mi impegnò molto.

 

Mi dicesti che lo avevi fatto svogliatamente!
Ah si? No, diciamo forse l’ho fatto con il pilota automatico. Forse mi riferivo alla fase di scrittura. Quello è stato un film in cui il mio apporto alla sceneggiatura fu minimo: probabilmente se tornassi indietro mi impunterei nel cambiare quello che non mi convinceva. All’epoca lasciai andare così e fu un errore…

 

Luke Askew è stata una scelta singolare.
Askew lo scelsi io. La produzione mi mandò a Los Angeles con lo scopo di farmi tornare con una scoperta. Tramite una grande agenzia di attori nel cuore di Hollywood scelsi lui. Aveva avuto un ruolo in Easy Rider. Lo scelsi principalmente perché lo trovavo credibile in un contesto western ma al contempo aveva una faccia attuale, moderna. Non me ne pentii, come tutti gli attori americani era puntuale e preciso. Lo erano tutti, al di là delle loro capacità artistiche.

 

 

Bello il titolo, di chi è?
Mio. Non ricordo il titolo che aveva originariamente.

 

Tra l’altro un film con delle atmosfere gotiche molto forti, quasi horror. I personaggi sono mostruosi e il tutto sembra una sorta di girone infernale.
Si, è senza dubbio il mio film più cinico. Anche in Tepepa in cui il finale è tragico e tutti muoiono, c’è comunque un alone di speranza e sopravvive un certo idealismo; invece La Notte dei Serpenti è molto terreno e tutti sono peccatori che pensano solo a se stessi. Quello che cambierei senz’altro è il finale, troppo solare per quel film, probabilmente il protagonista, dopo essersi riscattato, doveva soccombere…

 

A cura di Eugenio Ercolani

Continua Lunedì 25 Giugno

 

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