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Incontri d'attore: Giovanni Lombardo Radice (intervista esclusiva)
Scritto da Edoardo Favaron   
Tuesday 07 December 2010

Una lunga chiacchierata con l'attore Giovanni Lombardo Radice, interprete di alcuni capolavori del nostro cinema popolare come Apocalypse Domani, La Casa sperduta nel parco, Paura nella città dei morti viventi.

 

Giovanni Lombardo Radice è uno degli attori più importanti del cinema di genere italiano anni ’80. Anche noto con lo pseudonimo di John Morghen, ha partecipato a capolavori del nostro cinema popolare come Apocalypse Domani, La Casa sperduta nel parco, Paura nella città dei morti viventi, Deliria e Cannibal Ferox, lavorando con i più grandi maestri del cinema bis (da Fulci a Margheriti, da Deodato a Soavi). Attore versatile e di indiscusso talento, Radice è un interprete che ancora oggi si divide tra il teatro e il cinema indipendente, non disdegnando mega produzioni hollywoodiane come The Omen di John Moore e Gangs of New York di Martin Scorsese.

 

Intervista a Giovanni Lombardo Radice

 

Il film che ti ha lanciato a livello internazionale è stato Apocalypse domani di Antonio Margheriti. Horror cannibalico che in realtà è una metafora della guerra in Vietnam, una denuncia degli orrori e dei traumi di chi l'ha vissuta...
In effetti, fra gli horror e simili che ho fatto, è il mio preferito. Rivedendolo - come ho dovuto fare per le interviste e gli extra dei dvd - l’ho trovato quasi profetico. A parte la guerra del Vietnam, la tragedia dell’AIDS sarebbe scoppiata di lì a poco. Morbo cannibale anche quello…

Che ricordi hai di Antonio Margheriti? Com'era solito dirigere i suoi attori?
Io ho adorato Antonio, con lui ho fatto anche L’isola del tesoro versione spaziale (purtroppo una mezza porcheria). Era un gran signore, un uomo spiritosissimo che non si dava nessuna aria da Gran Maestro, anzi si sfotteva da solo. Diceva “io faccio il cinema come i macellai: un tanto al chilo”, e invece era un ottimo professionista. Con gli attori era molto bravo e rispettoso: uno dei pochi a zittire le troupes nel loro costante chiacchiericcio (vizio endemico italiano), per far concentrare gli attori. Mi stimava molto e me lo faceva capire. Ho lavorato benissimo con lui e ho continuato a sentirlo sporadicamente fino alla sua morte.

 


Giovanni Lombardo Radice in Apocalypse Domani

 

In Apocalypse Domani hai recitato con un'icona del cinema di genere, John Saxon...
Saxon non sembrava entusiasta del film, era una persona molto riservata, che stava sempre per fatti suoi. Ottimo professionista, ma non posso dire di averlo “conosciuto”, set a parte. Non credo sia un uomo espansivo: l’ho rivisto pochi anni fa ad una convention e a mala pena ha fatto un sorriso. Comunque nel film è bravo ed è questo quello che conta.

Paura nella città dei morti viventi
è un altro horror seminale, diretto da Lucio Fulci. Che ricordi hai del set e del regista?
Il set era molto divertente perché eravamo una banda di ragazzetti scatenati: Antonella Interlenghi, Michele Soavi, io, una checca pazza della produzione americana… ne combinavamo di tutti i colori. Antonella soprattutto era scatenata e, Dio com’era bella (anche adesso devo dire si tiene benissimo). Proprio in questa occasione, tra me e Soavi nacque un'amicizia molto intensa, e che dura anche oggi nonostante i suoi mille impegni: beato chi lo vede. Questo è stato il mio secondo film, ed lè qui che ho cominciato a pormi dei problemi specifici di interpretazione cinematografica (prima avevo fatto teatro e La Casa sperduta nel parco che a modo suo era un film molto “teatrale”). Sergio Salvati mi aiutò molto. Gli piaceva la mia faccia, e mi ha insegnato trucchi e segreti per entrare in rapporto con la macchina da presa. Gli sono molto grato. Lucio era un caratteraccio, ma con me fu sempre gentilissimo. Era un uomo colto, apprezzava il background culturale della mia famiglia e il fatto che facessi teatro. Urlava tanto, ma solo con chi se lo meritava, e soprattutto con la produzione. Mi spiegò: “La produzione va sgridata il primo giorno, per qualsiasi motivo, anche inesistente. Un’urlata pazzesca e avrai sempre quello che vuoi”. Era un uomo cupo, anche tragico a suo modo (la vita gli aveva fatto scherzi molto brutti) e soffriva per il fatto di non essere considerato abbastanza (almeno in Italia). Un grande professionista con un senso visuale intensissimo, che credo abbia influenzato molti altri registi. Aveva una straordinaria conoscenza degli zombie: “Camminano così… guardano così…”, sembrava che li avesse visti davvero!

 


Radice in un momento "perforante" di Paura nella città dei morti viventi

 

Ne La casa sperduta nel parco sei credibilissimo nel ruolo dello psicopatico, ci offri un'interpretazione altamente inquietante. Per costruire il personaggio e la sua psicologia ti sei ispirato a fatti di cronaca realmente accaduti?
No, veramente mi sono ispirato a me stesso. Non che abbia mai fatto il delinquente stupratore, intendiamoci, ma ho avuto un’adolescenza e una prima giovinezza assolutamente sregolate e ribelli. Sono andato via di casa, ho vissuto per strada. Di gente come Alex e Ricky ne ho conosciuta, quindi non è stato difficile.

Nel film reciti accanto a David Hess. Che ricordo hai di questo attore?
Ho dei ricordi fantastici. Simpaticissimo, un vulcano inarrestabile di idee, storie, canzoni. Come si dice a Roma: “Non s’azzittava mai” (e Deodato ogni tanto non ne poteva più). Con me è stato delizioso, mi ha aiutato, è stato molto affettuoso e si è creato un legame molto forte, che di riflesso ci ha aiutati a costruire una bella intesa anche tra i nostri personaggi. Dopo tanti anni l’ho rivisto a un Festival in Scozia. Immutato. Chitarra in mano, risata omerica… divino.

Raccontami del regista Ruggero Deodato...
Ruggero è il classico “burbero benefico”: abbaia ma non morde, anzi è molto generoso. Sul set de La Casa sperduta nel parco era molto nervoso, anche perché aveva pochissimo tempo (abbiamo girato tutto in 3 settimane). Le abbaiate si sprecavano. Ma è uno che sa il fatto suo e credo abbia fatto un ottimo lavoro. Troppo sesso sado (è d’accordo anche lui), ma quello voleva il mercato. Ci sentiamo ogni tanto, siamo stati a delle convention insieme. É sempre vulcanico, sempre di buon umore, anche nei più sperduti anfratti della provincia americana. Curioso di tutto. Un uomo che ama la vita, il che è una gran dote.

In Cannibal Ferox hai avuto modo di lavorare anche con Umberto Lenzi, un altro grande maestro del nostro cinema popolare. Che differenze hai riscontrato tra il suo stile di regia e quello di Margheriti?
Se stendessimo un velo pietoso? Io non ho amato Lenzi (per dirla in metafora) e di questo non ne ho mai fatto mistero, ma continuare a parlarne male ora che è molto anziano, mi sembra come sparare sulla Croce Rossa. Per altro io non amo il genere horror né i consimili e non ho mai visto nessun altro dei suoi film. Cannibal Ferox è l’unico lavoro che mi vergogno di aver fatto, e nessun paragone fra Margheriti e Lenzi è possibile.

 



Che ricordo hai delle attrici Lorraine De Selle e Zora Kerowa, due habituées del cinema bis di quegli anni?
Con Lorraine sono stato molto in sintonia e mi sono divertito parecchio. Era una “zingara di lusso”, un po’ come me, grande famiglia, trilingue. Infatti fra di noi parlavamo sempre in francese per non farci capire dagli altri (dicendo non esattamente complimenti). Un po’ rompipalle sulle scene di sesso: mi chiedeva sempre di impallarle le parti intime e Deodato si incazzava. E durante Cannibal era terrorizzata dall’habitat amazzonico. Mi chiamava sempre per ammazzarle ragni e zanzare. Però spiritosa, di classe. Con Zora ho avuto meno rapporti. Durante il film aveva una tresca con Danilo Mattei e facevano vita a parte. Simpatica, ma non potrei dire molto.

Nella miniserie Nata d'amore hai lavorato con Duccio Tessari, ormai a fine carriera
...
Duccio… l’amore della mia vita. L’ho amato come un padre, e ho lavorato con lui in quella serie proprio quando il mio vero padre (a cui ero legatissimo) era appena morto. Lui e Lorella sono stati incantevoli con me. Deliziosi. Ci siamo frequentati molto anche nella vita. Loro avevano una “casa aperta”: la gente del cinema e del teatro ci andava dopo cena a fare giochi di società, a spettegolare. Un salotto vero, come quelli dell’Ottocento. Classe, gusto. Da loro ho conosciuto Villaggio, Cristaldi, Monica Vitti. Sul set Duccio aveva un fiore fresco all’occhiello ogni mattina. E un senso dell’umorismo mai più rivisto. Scherzava sempre e organizzava scherzi, il che era anche un po’ faticoso visto che stavamo girando una storia d’amore strappalacrime. Io cercavo di essere serio ma, capirai, a dare man forte a Duccio c’erano Tullio Solenghi e Mattia Sbragia… impossibile. Che bella persona era Duccio e come rivedrei volentieri Lorella… se mai leggesse queste pagine, la bacio con amore.

Ho trovato particolarmente divertente Impatto mortale (nonostante sia un film d'azione senza pretese) di Fabrizio De Angelis, un regista e produttore che ha creduto fino all'ultimo nel potenziale internazionale del nostro cinema di genere...
Nel film De Angelis era sia regista che produttore, capirai: e con chi ti lamentavi? E da lamentarsi ce n’era, eccome. Rischi continui, niente stuntmen per gli italiani… ho girato delle scene che solo a ripensarci mi cago addosso anche adesso. Però, concordo, il film non è male e io in particolare non mi dispiaccio.

Ci parli dei due protagonisti Fred Williamson e Bo Svenson?
Con Williamson credo di aver scambiato dieci parole in tutto. Pacioso. Professionale. Bo era faticoso. Beveva molto ed era geloso di me. Nelle colluttazioni mi faceva male davvero. Meno male che io sono diplomatico. Poi, quando siamo venuti a girare degli interni in Italia, è cambiato dal giorno alla notte. Si sentiva sperso (forse per la lingua), era diventato buono buono. Una volta mi trascinò nel suo camerino e mi raccontò un sacco di problemi personali, litigi con la moglie. Credo fosse un uomo molto insicuro nel fondo.

Dopo anni di cinema bis, sul set de I soliti ignoti vent'anni dopo, ti sei ritrovato a recitare accanto a Mastroianni e Vittorio Gassman. É stato emozionante condividere il set con questi mostri sacri?
Eccome. A dir la verità, Vittorio sul set non l’ho neanche visto (non avevamo scene insieme), ma l’ho conosciuto nella vita privata ed era emozionante perfino vedergli mangiare la pizza. Marcello era fantastico: l’uomo più generoso che ho conosciuto in vita mia. Se c’era lui nel giro di un chilometro non riuscivi a pagarti un caffè neanche morto. Una domenica affittò uno yacht per tutta la troupe e ci portò in giro per il golfo di Trieste. E anche sul set: intuiva che avevo paura di girare con lui e faceva finta di voler provare le scene perché lui non si sentiva sicuro. Che persona straordinaria. Anche lui l’ho frequentato poi in privato perché era amicissimo di Paolo Panelli, il padre di Alessandra, la mia ex-moglie. Una volta, a una festa a casa di non mi ricordo chi, poco prima del mio matrimonio, mi portò in cucina, mi prese per il bavero e mi disse “Se non ti comporti bene con lei ti gonfio!”. Poi risata e aggiunse “anche se non dovrei essere io a dare lezioni in proposito”. Un uomo magico. Doveva vivere fino a 110 anni.

 



Hai anche lavorato con Joe D'Amato in Undici giorni, undici notti, dramma pseudo-romantico con accenti erotici scritto da Rosella Drudi. Massaccesi come dirigeva i suoi attori?
Correggo. Io risulto nel cast di quel film solo perché ci sono degli spezzoni di Deliria, che Massaccesi aveva prodotto. Quindi non saprei. Sul set di Deliria era molto partecipe, girò anche delle scene come operatore (cosa in cui eccelleva).

Veniamo ora proprio a Deliria, ottimo thriller di Michele Soavi che unisce al giallo argentiano lo slasher in voga in quegli anni. Il film è ben costruito e Soavi riesce a mantenere sempre alta la tensione...
Soavi è tutt'altra pasta rispetto ai registi horror con cui ho lavorato. Nel senso che per lui, come per Argento, l’horror è una vera passione, non un genere come un altro, richiesto dal mercato. Michele è un cultore di Lovecraft (di cui mi regalò l’opera omnia), un poeta, un pittore (dipinge davvero bene), un visionario. Non ha logica (il che a me qualche volta ha creato problemi): essere diretti da lui è un po’ come essere diretti da Chagall. Non male, se ti lasci andare…

Durante le riprese Soavi si è tenuto fedele alla sceneggiatura scritta da George Eastman - Luigi Montefiori, o i personaggi e l'intreccio sono stati modificati durante le riprese?
Sostanzialmente fedele, direi. Io, su richiesta di Michele, ho rivisto un po’ i dialoghi miei e di Mary Sellers per via della mia esperienza in teatro (bisticci fra attori compresi), cosa che ho poi continuato a fare anche negli altri film. Perfino per il San Francesco televisivo, in cui non c’ero, mi ha chiesto di leggere il copione e di fargli sapere cosa ne pensavo.

Come si è svolta la lavorazione della miniserie L'isola del tesoro di Margheriti? Nel cast c'erano grandi nomi come Anthony Quinn, Philippe Leroy ed Ernest Borgnine ma la serie, nonostante l'idea originale di trasporre l'opera di Stevenson nello spazio, trovo che risulti un po' debole nella costruzione e nel ritmo...
L’isola del tesoro è stata una tragedia. Un’operazione sbagliata all’origine perché era una produzione interna RAI, l’ultima che io sappia, e nessuno dei tecnici era in grado di fare quello che andava fatto. Gli effetti speciali facevano ridere, era tutto di cartapesta; una volta aspettammo di girare per tre, perché non c’era il ciacchista; poi i sindacati, le pause... il povero Margheriti era disperato. In quanto ai grandi nomi (de mortibus aut bene aut nihil, ma...) Anthony Quinn era un mostro di egocentrismo e cattiveria. Faceva piangere le sarte, faceva le ombre in faccia a chi recitava con lui, riscriveva le scene… pesantissimo. Philippe era svagato come sempre, a stento sapeva cosa si girava e Borgnine non l’ho mai incontrato.

Con Un delitto poco comune torni a lavorare con Deodato e hai modo di lavorare con altri due attori di indiscusso talento, Michael York e soprattutto il grande Donald Pleasance...

Pleasance, che credo fosse anche ne L’isola del tesoro, non l’ho mai visto. Conoscere York invece, è stata un’esperienza oserei dire mistica. Emanava vibrazioni allo stato puro. Ero come magnetizzato. Fuori dal set, un uomo gradevolissimo: abbiamo parlato di teatro e mi ha raccontato di una compagnia che aveva messo su a Los Angeles. Davvero molto piacevole.

 



Parli del dittico satanico di Soavi, La chiesa e La setta. Entrambi i film sono molto ben realizzati e ancora oggi, rivedendoli, si percepisce un'atmosfera malsana e inquietante...

La Chiesa è Soavi puro. Nessuna logica, visualità pura, umorismo macabro. Girarlo fu divertente e a Budapest ho anche concepito mio figlio, complice una visita di Alessandra. Belle memorie, compreso Fedor Chaliapin che non si ricordava una battuta neanche a morire e non sentiva i suggeritori nascosti dappertutto (sotto i tavoli, dentro il pulpito). Era talmente deliziosamente rimbambito che una volta andò a fare pipì e tornò sul set col pisello di fuori. Nessuno aveva il coraggio di farglielo notare! La Setta non l’ho mai visto, a parte le mie scene al doppiaggio. Non saprei dire.

Sai dirmi qual è stata l'ispirazione principale di Argento e Soavi nel redigere lo script dei film? Veniva dalla cronaca (Charles Manson, Crowley e il dilagante satanismo) oppure il film nasceva più semplicemente come successore dai tanti film a sfondo demoniaco?
A me La Chiesa pare Lovecraft allo stato puro. Gorghi di corpi putrescenti, mostri senza nome…

Come ti sei trovato a lavorare con Lamberto Bava? In Body Puzzle hai un ruolo ambiguo ed enigmatico, a mio avviso il ruolo migliore del film...
Ho dei ricordi vaghi. Non era un ruolo molto importante mi pare, il film intero non l’ho mai visto. Bava era molto professionale, nessun problema con lui.

Il successo commerciale e la riscoperta critica internazionale del nostro cinema di genere ti hanno riaperto a distanza di anni le porte di Hollywood. Come sei stato scelto e come ti sei trovato sui set di Gangs of New York e di The Omen? Nel film di John Moore tra l'altro hai un ruolo di particolare rilievo...
Per quanto riguarda Gangs of New York direi che “mi sono trovato sul set” proprio in senso letterale. Mi si vede a stento nel film. All'inizio dovevo pronunciare delle battute, ma prima di girare sono state tagliate dal copione perché il film era lunghissimo. Io comunque sono rimasto (a paga immutata). La mia agente neanche voleva che lo facessi. Ma a parte il cronico bisogno di denaro, ero curioso di vedere il set che in effetti era sbalorditivo. Una vera città ricostruita per intero. Se andavi in giro da solo ti perdevi. Omen invece è stato molto gratificante. Il ruolo era piccolo, ma significativo per la storia, Moore (che evidentemente è un horror fan) mi ha trattato come fossi stato un re in visita. E ho scoperto Praga che è la città più bella che ho mai visto. Unica pecca: la tortura della maschera per il volto bruciato alla fine. Ma insomma… un po’ bisogna patire sempre.

Ci parli dei tuoi ultimi progetti House of Flesh Mannequins e A day of violence?
Sono attualmente tutti e due in vendita in dvd su Internet e invito gli amanti del genere a comprarli. House of flesh Mannequins è un film visionario e molto bizzarro, con commistioni fra reality movie e fantasia assoluta, dove io ho un ruolo molto bello (il primo cieco della mia vita). Tutto girato a Los Angeles, con delle immagini molto suggestive. A day of violence è un film violentissimo, ma affascinante: faccio un cameo all’inizio (vecchio spacciatore zozzone) divertente, e per i miei fan c'è un'ulteriore morte orribile. La sceneggiatura mi era piaciuta molto e così ho accettato. Per finire, nel weekend di Halloween sono stato negli Stati Uniti per una mega-convention nel New Jersey in cui si sono celebrati i trent’anni di Paura nella città dei morti viventi. Con me Antonella Interlenghi, Carlo De Mejo, Catriona McCall, i Venantini padre e figlio e Fabrizio Jovine. A seguire andrò in Texas per girare The Infliction, un poliziesco di Nathan Harris in cui faccio (udite udite!) il poliziotto buono. La vita riserva sempre sorprese.

 

Intervista a cura di Edoardo Favaron

 

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