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NeroSuBianco: Il Cinema Poliziottesco
Scritto da A. Sciamanna, D. Silipo   
Tuesday 18 October 2011

NeroSuBianco: un libro, una storia. Daniele Magni e Silvio Giobbio, curatori del libro Ancora più... cinici, infami e violenti (Dizionario dei film polizieschi italiani anni '70), ripercorrono assieme a noi il cinema "poliziottesco" italiano.

 

Il Libro

Ancora più… Cinici, infami e violenti
Dizionario dei film polizieschi italiani anni '70
di Daniele Magni e Silvio Giobbio (Bloodbuster Edizioni)

Ancora più… Cinici, infami e violenti vuole essere un utile e rapido strumento di consultazione per quanti abbiano intenzione di iniziare a esplorare il poliziesco all’italiana degli anni ’70. Dal 1971, anno in cui esce Confessione di un commissario di polizia al Procuratore della Repubblica (dove il regista Damiano Damiani introduce la figura del poliziotto ribelle e giustiziere - elemento centrale del poliziottesco - facendo del film un ideale punto di partenza del genere) al 1980 di Poliziotto solitudine e rabbia di Stelvio Massi (titolo che secondo opinione comune coincide con il tramonto del filone) troverete tutti i polizieschi, i noir gangsteristici, i mafia-movie prodotti in Italia; ma anche drammi carcerari, film di denuncia civile o thriller che per un motivo o per l’altro possono attrarre, magari solo per il titolo (e spesso a sproposito), i fan del poliziottesco. In questa edizione abbiamo inoltre inserito anche quelle parodie o commedie a tema che testimoniano la popolarità del filone in quel periodo e che non di rado presentano qualche motivo d’interesse per gli appassionati del genere.

Acquista on line:
/www.bloodbuster.com/

 

Intervista agli autori

a cura di: Alessandra Sciamanna e Daniele 'Danno' Silipo

 

Quali sono le caratteristiche che rendono il “Poliziottesco” così diverso da qualsiasi altro filone a base di “crimini e sbirri”?

Bene, iniziamo subito con una domanda molto difficile, perché il “poliziottesco” è il genere che in assoluto ha subito più contaminazioni sia con gli altri generi italiani (thriller, commedia, dramma, etc…), sia con il cinema straniero (polar francese, arti marziali, poliziesco americano, etc…). Però, se pensiamo al “poliziottesco” duro e puro, ci sono alcune peculiarità che lo rendono un genere unico e, probabilmente, irripetibile. Innanzitutto la presenza del Commissario di Ferro (i vari Merli, Merenda, Nero, Gasparri etc…) atletico e incazzato, che mena e spara prima di intimare l’alt, in perenne scontro ideologico con i superiori e adorato dai suoi uomini. È un personaggio che discende evidentemente dal Callaghan di Clint Eastwood, ma che diviene a sua volta archetipo. Insieme al commissario è l’azione il vero driver della trama (e non viceversa come ad esempio accade nel poliziesco americano); scippi, rapine, omicidi sono spesso un pretesto per mantenere alto il tasso di adrenalina e non un’esigenza narrativa. In questo senso gli inseguimenti in auto (dalla Giulia “democratica” alla Citroen Squalo), rappresentano una costante all’interno dell’intera filmografia poliziottesca e il climax di ogni pellicola. Infine è presente, più che in ogni altro genere cinematografico degli anni ’70, il continuo rimando ai fatti di cronaca e alla situazione sociale delle principali città italiane (Milano e Roma in testa, ma anche Napoli, Torino, Genova e tante città di provincia). Questa compenetrazione tra fiction e realtà (alimentata dai flani e dalle locandine) è forse uno dei punti chiave del successo del poliziottesco presso il pubblico in anni particolarmente densi di crimini, misteri, attentati, rapimenti e fatti delittuosi e uno dei motivi d'interesse per il genere anche oggi.

 

Quali sono stati i primi poliziotteschi della storia?

Questa è una domanda che crea spesso contrasti tra gli appassionati e non ha, ovviamente, una risposta definitiva. Premesso che tracce di “poliziottesco” si possono trovare in alcuni film fin dagli anni ’60 (a tal proposito la nuova edizione di Cinici si apre con un bel saggio a cura di Matteo di Giulio sulle origini del poliziesco dal cinema muto al 1970), si possono individuare tre film seminali per lo sviluppo del genere. Il primo è Confessioni di un commissario di polizia al Procuratore della Repubblica, di Damiano Damiani, con Franco Nero e Martin Balsam del 1971 (non a caso l’anno di inizio del periodo preso in considerazione da Cinici, Infami e Violenti). Il secondo è La Polizia Ringrazia, di Steno (1972), con Enrico Maria Salerno e Mario Adorf, e il terzo La polizia incrimina, la legge assolve (1973) di Enzo G. Castellari.

 

“Polizieschi, noir gangsteristici, mafia-movie, film di denuncia civile” quali sono le varianti più interessanti del genere?

Da appassionati di quegli anni, è difficile scegliere un sottogenere, perché in ognuno si trovano motivi e peculiarità. Costretti con le spalle al muro diremmo il poliziesco duro e puro, quello dei capolavori lenziani come Napoli Violenta (1976) o Roma a mano armata (1975) o de Il cittadino si ribella (1974) di Enzo G. Castellari. Siamo consapevoli però, che sia tra le opere di autori “noir” (Di Leo in testa, ma anche Tessari), sia tra quelle di registi “specializzati” in pellicole di denuncia civile (Damiani, Vittorio Salerno) vi sono esempi di grandissimo cinema “medio”.

 

Il genere, negli anni 70, ha conosciuto il suo periodo d'oro. Poi, cosa è cambiato negli anni 80?

Il declino del poliziesco e di tutto il cinema di genere è un argomento che abbiamo cercato di analizzare approfonditamente in Cinici con un appendice scritta da Marco Grassidonio, nella quale l'autore ricerca tracce del poliziesco nel cinema e nella televisione degli ultimi trent’anni. Sintetizzando si può dire che alla fine degli anni 70, l’avvento della televisione a colori e la nascita delle TV private, hanno letteralmente ammazzato l’industria cinematografica nostrana. Il numero di spettatori scende nell’arco di un lustro da oltre 500 milioni all’anno a poco più di 200 milioni, il numero di sale a Milano passa da oltre 150 a poco più di 70. Il cinema di genere che viveva spesso grazie all’equilibrismo di produttori che riuscivano a minimizzare costi e massimizzare profitti, viene letteralmente spazzato via. Nostalgicamente diciamo che la gente non esce più di casa, cullata da mamma tv…



Quali sono i poliziotteschi più bizzarri?

Per rispondere bene, dovremmo citare almeno un buon 25% del dizionario. Il numero di titoli improbabili, di produzioni che vanno oltre la serie Z è più lungo di quanto si pensi. Ci limitiamo qui a citarne quattro. Il Siculo (1974) di Francesco Arminio, con Tony Raccosta, un road movie scassatissimo girato (si fa per dire) tra Milano e Palermo, privo di qualsiasi rudimento di regia e di montaggio. La colonna sonora vale, come si dice in questi casi, il prezzo del biglietto. Quando i Picciotti Sgarrano (1978) di Romolo Cappadonia, che ha come protagonista tale Salvatore Giuliano jr, spacciato come figlio del bandito ma più realisticamente un lontano parente nano di Mario Merola. Anche in questo caso il cast tecnico è alla prima (e unica) esperienza lavorativa. Polizia Selvaggia (1977), di Guido Zurli, una co-produzione italo/turca, difficile da trovare e impossibile da dimenticare una volta visionata. Una vita lunga un Giorno (1974) di Ferdinando Baldi, con protagonista Mino Reitano (!)... e questo basta per rendere il film bizzarro e imperdibile. Citiamo poi due titoli che, a tutt’oggi, restano invisibili: Studio legale per una rapina (1974) di Tano Boccia (l’Ed Wood italiano) e L’uomo di Corleone (1977) di Duilio Coletti.

 

Volendo tracciare una filmografia essenziale, quali le opere imprescindibili per avere un quadro completo del poliziottesco italiano?

Ci sono una cinquantina di titoli da vedere assolutamente, qui ci limitiamo a stilare un decalogo, sapendo già di scontentare tutti i fan del poliziesco. I tre capolavori di Umberto Lenzi (che ha gentilmente scritto la prefazione di Cinici): Milano Odia: la polizia non può sparare (1974), forse il più violento e disturbante poliziesco di sempre, Roma a mano Armata (1976) e Napoli Violenta (1976), exploitation pura al ritmo della soundtrack di Micalizzi, dai titoli di testa alla parola fine. I tre capolavori di Enzo G. Castellari: La polizia incrimina, la legge assolve (1973), una vera e propria tavola delle leggi per chi vuole girare un poliziottesco; Il cittadino si ribella (1974), il cui titolo è talmente famoso da essere diventato un modo di dire; Il Grande Racket (1976), la pellicola che ha, forse, la migliore coreografia di scene d’azione dell’intero filone. I tre capolavori di Fernando Di Leo, la cosidetta Trilogia del Milieu: Milano Calibro 9 (1972), La mala ordina (1972), Il boss (1973), che sono poco poliziotteschi, anzi non lo sono per nulla, ma sono sicuramente i tre noir più belli mai girati in Italia. Infine, come decimo titolo scegliamo Milano trema: la polizia vuole giustizia (1973), di Sergio Martino, un regista che è passato con disinvoltura dal thriller al poliziesco, dalla commedia all’avventuroso, sempre con ottimi risultati. Questo film con Luc Merenda, commissario dallo spassoso accento meneghino, è uno di quelli che non si dimenticano facilmente.

 

Per concludere, una battuta, un pensiero, un ricordo: cosa ha significato per voi lavorare al libro Ancora più… Cinici infami e violenti?

Come tutte le nostre pubblicazioni, Cinici è un libro realizzato da appassionati per appassionati, quindi tutta la lavorazione è stata segnata da una bella, e spesso divertente, condivisione tra noi e tutti i collaboratori sui temi e i contenuti del dizionario. Volevamo scrivere un’opera che non fosse puramente celebrativa del genere, evitando anche l’approccio da critici, perché critici non siamo. Ci interessava soprattutto permettere all’appassionato o al neofita di districarsi tra la miriade di titoli disponibili, distinguendo capolavori, film interessanti, film noiosi, pellicole evitabili e vere ciofeche. Anche se per quest’ultime, accanto a giudizi fortemente negativi, abbiamo cercato di inserire (quasi) sempre una frase, un motivo, una spunto per incoraggiare la ricerca. Rileggendo il dizionario adesso, beh… crediamo di esserci riusciti.

 

 

 

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