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Intervista esclusiva: Ivan Zuccon
Scritto da Edoardo Favaron   
Tuesday 18 January 2011

Una lunga chiacchierata con il regista indipendente di film horror Ivan Zuccon, italiano di nascita ma attivo soprattutto oltreoceano. Tra i suoi film: Colour from the Dark, Nympha, Bad Brains.

 

[Cover: Nympha di Ivan Zuccon]

 

Si dice che l’horror italiano sia morto e sepolto. Eppure, Ivan Zuccon (24/04/1972, Ferrara), è la dimostrazione che le cose son ben più complesse. Regista horror indipendente, Zuccon, lavora e sviluppa i suoi progetti sopratutto oltreoceano, mentre nel Bel Paese continua ad essere pressoché ignorato. Tra i suoi film di maggior successo: Colour from the Dark, tratto da un racconto di H.P. Lovecraft; Nympha, suggestivo horror di ambientazione monacale; Bad Brains, serial killer movie per stomaci forti.

 

Intervista a Ivan Zuccon

 

Fare il regista di film horror in Italia è un'impresa ardua... quando hai fatto questa scelta ti sei preoccupato delle difficoltà distributive e produttive?
Quando inizi non stai certo a pensare alle problematiche produttive o distributive, ti preoccupi solo di seguire il tuo istinto e di raccontare quello che hai dentro. Magari la domanda potrebbe essere “perchè continui a fare il regista horror in Italia nonostante tutte le difficoltà”. Ecco qui non saprei rispondere, ancora me lo domando come mai, evidentemente la passione c’è ancora, il fuoco sacro che brucia dentro è ancora vivo. Non so per quanto ancora questa fiamma resterà viva, ma per ora resiste nonostante le difficoltà.



Quali sono i registi che più ti hanno ispirato nel corso della tua carriera?
I registi sono tanti, i soliti noti direi: Carpenter, Raimi, Romero, Cronenberg e via dicendo. Certo è che la mia formazione registica passa anche attraverso una prima fase che definirei letteraria. L’impianto destrutturato, la visionarietà, la passione per la non linearità di alcune vicende, deriva dalla mia grande passione per scrittori come William Burroughs e James Ballard.



Molti dei tuoi film sono tratti da racconti di HP Lovecraft. Come mai hai deciso di accostarti a questo grande autore della letteratura fantastica?
L’amore per Lovecraft nasce principalmente dal fatto che il mio primo approccio al genere fantastico e gotico è di tipo letterario. Tra tutti gli autori horror che ho letto Lovecraft è quello che più mi è rimasto dentro, per la sua cocciuta volontà di raccontare l’indicibile. Capirai che per un regista è una sfida ancora più grande: come si fa a mostrare ciò che non si può mostrare? Lovecraft ci è riuscito con la sua penna, io mi sono imposto di realizzare tutto ciò con la macchina da presa. Amo le sfide impossibili.

 

Come riesci a trovare spazio distributivo in un mercato difficile come quello statunitense?
Per assurdo il mercato americano è più semplice di quello italiano. Almeno lì esiste un po’ di meritocrazia. Io sono un regista e produttore indipendente, realizzo il mio film e poi lo propongo ai vari mercati. Evidentemente gli americani vedono nei miei film un qualche valore, altrimenti non lo immetterebbero sul mercato. Colour from the dark, uscito l’anno scorso negli USA, sta per uscire nuovamente in una versione in 3D, e penso che questo sia un record: il primo film italiano ad uscire in 3D negli Stati Uniti. Un “nostro” record di cui gli italiani però non sanno nulla o quasi. Il problema qui non è il mercato statunitense, ma è quello italiano.

 

Parlaci di come costruisci i tuoi script. Quali fasi segui per creare le tue storie?
Non c’è una regola vera e propria, dipende. C’è stato un tempo in cui, anche con uno straccio di idea, mettevo la cinepresa sulle spalle e iniziavo a girare un film. Ora non è più così. Questa mutazione, che è segno evidente di una certa maturità, adesso mi fa ritrovare con molte sceneggiature pronte e al contempo mai definitivamente pronte. Scrivo e riscrivo gli script fino a quando non sono estremamente convinto, così il processo si allunga e tra un film e l’altro trascorre un maggior lasso di tempo. Comunque sia sono estremamente convinto che alla base di ogni buon film ci debba essere una buona sceneggiatura; alla fine quello che si racconta al cinema sono delle storie, e le storie devono essere buone, altrimenti è difficile bucare lo schermo e arrivare al cuore dello spettatore. È raro comunque che io scriva tutto un film di mio pugno, spesso mi avvalgo della collaborazione di alcuni validi sceneggiatori. Una cosa però è certa, il soggetto è sempre di mia invenzione, a meno che non si stia prendendo in considerazione un adattamento di un romanzo o un racconto di un qualche scrittore classico come nel caso di Lovecraft. Di solito scrivo soggetti abbastanza estesi, con parecchie linee di dialogo, poi passo tutto allo sceneggiatore che ne fa una prima stesura. Successivamente, lavoro io stesso sulla prima stesura e ne faccio una seconda, poi una terza e via dicendo. Colour From the Dark ha avuto ben dieci stesure.



Nei tuoi primi due film Unknown Beyond e L’Altrove, trovo ci siano numerosi elementi che rimandano al cinema di Mario Bava e di Lucio Fulci...
Senza dubbio, i rimandi a Mario Bava ci sono sicuramente. Il suo era un cinema veramente illuminato, e pensare che girava spesso con budget miseri, e forse proprio per questo ha dovuto fare scelte registiche coraggiose. Oggi è un esempio di cinema altamente creativo espresso con la potenza delle immagini, concepito come immagine in movimento, e quindi come cinema puro. Confesso che il suo modo di fare film mi ha influenzato tantissimo, mentre devo dire che il lavoro di Lucio Fulci ha avuto meno impatto su di me: gli riconosco momenti di genio assoluto, come nel film L’Aldilà, ma molto spesso non è riuscito a convincermi del tutto. Restano in ogni caso due mostri sacri della cinematografia italiana e per questo vanno rispettati e mai dimenticati.



Nei tuoi film si nota una grande cura della fotografia. Che importanza dai all'utilizzo simbolico della luce?

Se consideriamo il regista colui che sta seduto sulla sedia a dire “azione” e “stop”, beh allora io non sono un regista. Amo prendermi cura di ogni aspetto del mio lavoro, il cinema è un arte e io provo ad essere artista, ci provo mettendo le mani in molti aspetti della produzione. La fotografia è in particolare la cosa che dal punto di vista visivo mi preme di più. Lavoro molto sulla luce, la uso come un pittore usa i suoi pennelli, cerco di dare una impronta estetica personale al mio lavoro, non so se ci riesco, ma almeno ci provo.



In Nympha e Colour from the dark hai lavorato con due Scream Queens come Tiffany Shepis e Debbie Rochon. Come ti sei trovato a lavorare con queste due horror stars americane?
Entrambe sono state delle vere e proprie rivelazioni, due persone dal talento straordinario. Debbie Rochon è una vera artista, il suo è un talento naturale, la sua arte viene dal cuore, è stato gratificante lavorare con lei. Tiffany Shepis è un’attrice ugualmente dotata, ma il suo è un talento più cerebrale, meno naturale e istintivo e più pensato, preparato. Qualsiasi emozione doveva cercare per la scena, la trovava dentro di sé in pochi attimi; è molto preparata quindi “tecnicamente” ed è facile e gratificante lavorare con lei. La Rochon ha tempi un po’ più lunghi, per trovare le giuste emozioni deve prima sondare il suo animo, ed è per questo forse che le sue performance sono sempre oltre l’eccellenza.



La loro presenza nel cast ha facilitato la distribuzione dei film?
Senza dubbio. Soprattutto il successo di NyMpha, Top10 tra i film horror indipendenti negli USA, è dovuto anche all’enorme base di fan che Tiffany Shepis ha al suo seguito. Ma Debbie Rochon per Colour From the Dark ha fatto molto di più, si è esposta in prima persona per la promozione del film, mi ha aiutato nell’organizzazione della prima mondiale a New York, ha sostenuto il film con una passione e un amore per il progetto che mi ha portato a considerarla non solo come una grande artista, ma anche come un'amica, come una persona che mi resterà sempre nel cuore.



Leggendo da anni riviste straniere specializzate sul cinema fantastico (come le francesi Mad Movies ed Ecran Fantastique o la storica Fangoria), ho riscontrato che ti è stata riservata una notevole attenzione fin dai tuoi primi film. In Italia invece, ancora oggi, le tue opere faticano a trovare distribuzione anche nell'homevideo. Come mai la critica e i distributori nostrani sono restii a concederti il giusto spazio nonostante all'estero tu sia considerato un autore cult?
Una volta questo problema mi dava parecchi pensieri, ora onestamente me ne infischio. Se l’Italia non vuole interessarsi al mio cinema alla fine è un problema che mi riguarda solo perché sono italiano, ma ciò non significa che il mio lavoro è ignorato. Una parte del resto del mondo si è accorta dei miei film, questo per ora mi basta.



Quali sono i tuoi futuri progetti?
È probabile che nell’estate 2011 riesca a tornare sul set per girare un nuovo film. Di che film si tratta? Non lo so, sul serio! Sulla mia scrivania ci sono almeno tre sceneggiature e ognuna di queste urla e scalpita, per convincermi che lei è quella giusta. Aspetto di sentire quale di queste ha la voce più grossa, quale è la più convincente, la più suadente. Resto quindi in ascolto, quando saprò, dirò. Del resto è così, non sono io a decidere quale film girare, è il film che dice a me quando è ora di trasportarlo dalla cellulosa alla celluloide. Sembrerà una battuta ma io invece ne sono convinto, i film sono delle creature pensanti, sono vivi, anche quelli che ancora non esistono, respirano, ansimano, parlano...

 

INTERVISTA A CURA DI EDOARDO FAVARON

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