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Intervista esclusiva a Davide Manuli
Scritto da Daniele 'Danno' Silipo   
Tuesday 08 June 2010

In occasione dell’uscita in dvd di Beket (uno dei pochi capolavori “bizzarri” dell’odierno cinema italiano), abbiamo intervistato Davide Manuli, filmaker talentuoso e trasversale capace di scuotere la sonnolenza d’idee, visioni e temi del nostro povero cinema nazionale.

 

Il DVD: Uscito il 21 Aprile per Minerva/Rarovideo e già in ristampa, il dvd di Beket è un’edizione molto curata e ricca di contenuti. Oltre, chiaramente, al film (audio italiano e sottotitoli in inglese e francese), nel compartimento degli extra è presente un intervista esclusiva a Rick Cluchey (Beket directs Beket), unico attore vivente al mondo ad aver conosciuto Samuel Beckett (ispiratore del film), lavorando con lui per vent’anni. Si prosegue con i due stranianti videoclip inediti Franky Robot 2010 e Diventare Santo di Ironikontemporaneo (duo musicale composto da Roberto “Freak” Antoni e Alassendra Mostacci), per concludere con gli immancabili Backstage e Trailer. In allegato al DVD un booklet a colori di otto pagine contenente interventi di Bruno Di Marino, Roberto Silvestri e dello stesso Davide Manuli. Da non perdere! Leggi la recensione del film

 

 

Intervista a Davide Manuli

 

Partiamo dai fondamentali: come nasce la tua passione per il cinema e quali sono stati i tuoi primi passi nel mondo della settima arte?
La passione per il cinema nasce in modo spontaneo, progressivo e non calcolato. Ho iniziato come attore teatrale a New York, poi sono passato alla scrittura e alla regia teatrale. Poi ho fatto l’attore per il cinema, e da lì sono arrivato alla scrittura e alla regia cinematografica. Ho iniziato a vedere i cosiddetti film “seri” a diciotto anni. Prima di quell’età vedevo molto volentieri solo Abatantuono, Banfi e Celentano.

 

Prima di realizzare il tuo primo lavoro da regista, hai collaborato in varie vesti con alcuni pezzi grossi del cinema mondiale (ne cito alcuni: Al pacino, Milos Forman, Abel Ferrara). Cosa ricordi di questi incontri e cosa ti ha insegnato ognuno di loro?
Dei grossi nomi che ho frequentato, quelli che mi hanno insegnato di più sono senza dubbio Al Pacino e Abel Ferrara poiché sono entrato nei dettagli e negli ingranaggi della loro testa e del loro lavoro. Per Al Pacino ho fatto l’assistente di produzione in Chal Productions a New York nel 1992/1993 quando preparava Carlito’s Way con De Palma. Ma ho fatto soprattutto l’assistente personale del padre adottivo di Pacino dal 1987: il suo coach e mentore Charly Laugthon al quale Al deve la vita (lo ha salvato dalla delinquenza quando era un ragazzo di strada e senza famiglia). Io mi occupavo di Charly 24 ore al giorno, poiché era malato di sclerosi multipla e paralizzato su una sedia a rotelle. Ho imparato molto in casa Pacino/Laughton. Con Abel Ferrara stesso discorso: ero il suo uomo di riferimento e tuttofare quando è arrivato a Roma nel 2003. Lui e Pacino appartengono alla stessa scuola di vita New Yorkese. Con Milos Forman e Mike Newell è stato un toccata e fuga in due grossi lavori da attore.

 

Tenendo momentaneamente da parte i lunghi, concentriamoci sul resto: nella tua carriera hai realizzato diversi cortometraggi e documentari, nonché un libro di poesie e foto (La mia incapacità di stare al mondo). A quale di questi lavori ti senti più legato e perché?
Lunghi a parte, considero tutti gli altri lavori molto importanti e ci sono molto affezionato. Sono i lavori che mi hanno fatto prendere coscienza del mio potenziale talento quando ero il solo a crederci, e da solo dovevo sostenerlo. Ci sono voluti anni prima che qualcun altro capisse. Per esempio Bombay Arthur Road Prison ha vinto la vela d’oro a Bellaria nel 1999 ma l’avevo girato nel 1996 e tenuto in un cassetto. Per iscriverlo al festival ho dovuto taroccare l’anno di produzione.

 

Come mai il tuo documentario su Abel Ferrara è rimasto incompleto?
Eravamo d’accordo (con firma) che io dovevo seguirlo a Roma per riprenderlo in tutti i suoi appuntamenti mentre cercava i finanziatori di Go go tales, lui voleva minacciare i possibili interessati riprendendoli in una specie di reality. Il carattere altalenante di Abel ha fatto il resto, e il progetto si è arenato dopo poche riprese.

 

Veniamo al tuo primo lungometraggio Girotondo, giro intorno al mondo. Nato da una tua sceneggiatura che ha vinto una borsa di studio al Premio Solinas, in breve tempo si è trasformato in un film “maledetto”. Raccontaci cos’è successo esattamente...
Nel 1995, dopo il Solinas, Gianluca Arcopinto doveva produrre il film con l’Axelotil solo che, dopo un paio di anni persi a parlare sporadicamente, ho deciso che non c’erano le condizioni produttive ed economiche per fare il film che avevo in testa. Sono sparito per un altro anno, sono andato a Parigi dove ho girato il film in modo completamente clandestino e abusivo: in sei persone e un furgoncino abbiamo girato per tre settimane spendendo trenta milioni di vecchie lire. Nel 1998 sono tornato a Roma e ho fatto vedere il montato ad Arcopinto per chiedergli se fosse ancora interessato: lui ha preso il film e mi ha mandato in montaggio da Claudio Di Mauro per tagliare un po’ di cose. Poi siamo usciti in sala senza visto censura e senza nazionalità. Un vero record.

 

Passiamo alla tua opera seconda, Beket (che si è rivelata anch’essa un’opera molto travagliata). Parlaci di com’è nato il film, del tuo rapporto con il teatro dell’assurdo e di quello che è successo dalla sua realizzazione ad oggi...
Il film è nato da una profonda frustrazione, esplosa dopo due anni passati nei corridoi ministeriali aspettando i finanziamenti per un altro film: Do???....Ping!. Ho passato sedici mesi subendo quattro rinvii per approfondimenti istruttori e facendo cinque audizioni per poi finire con un “approvato ma non finanziato”, equivalente a bocciato. Il rischio di rimanere fermo a lungo era molto concreto, soprattutto a 10 anni di distanza da Girotondo. Così è nata l’urgenza di fare un altro film molto velocemente per sbloccarsi e uscire dall’impasse produttiva del sistema. Essendoci autofinanziati, io e Blue Film, era d’obbligo fare un film ricco di contenuti ma poverissimo di soldi: è nata così l’idea di mettere due personaggi in mezzo al nulla riallacciando tutto ad Aspettando Godot e a Finale di partita di Samuel Beckett (che ritengo essere il profeta dei tempi moderni vista l’assurdità del vivere odierno). Una volta finito il girato è stato per fortuna tutto molto veloce: due mesi dopo era in Concorso a Locarno nella sezione ‘Cineasti del Presente’ dove ha vinto il ‘Premio della critica indipendente’, poi ha vinto il Festival di Miami e ha fatto una cinquantina di altri Festival, molti dei quali all’estero. È uscito in sala al Filmstudio di Roma (dove continua ad uscire di tanto in tanto) in autodistribuzione grazie anche alla Blue Film di Bruno Tribbioli e Alessandro Bonifazi che hanno instaurato un legame diretto con gli esercenti. Infine è uscito da poco il DVD con Raro Video della Minerva che sta andando abbastanza bene visto che è già in ristampa. Tra l’altro consiglio vivamente di acquistare il DVD poiché ci sono dentro dei contenuti extra davvero importanti: un'intervista in esclusiva a Rick Cluchey per Volterra Teatro 2008 dove era l’ospite d’onore. Cluchey (ex-ergastolano di San Quentino) è ad oggi l’unico attore vivente al mondo ad avere lavorato con Samuel Beckett per 20 anni a teatro sotto le sue regie. Nel DVD ci sono anche due videoclip inediti di Roberto Freak Antoni e Alessandra Mostacci e il backstage.

 

Raccontaci qualcosa in più del progetto Do???....Ping!
Do???....Ping! voleva essere una poesia molto realistica sul mondo stralunato dei ciclisti professionisti, che sono obbligati a doparsi tutti in modo molto pesante per portare avanti le loro carriere. La linea tra il Doping professionistico e la tossicomania è molto sottile, e i ciclisti la percorrono come su un filo, mandando avanti vite surreali e facendo sacrifici pazzeschi. Tema molto interessante.

 

I tuoi due lunghi sono interpretati da Luciano Curreli, attore straordinario con un volto incisivo come pochi; come vi siete conosciuti e cosa “ti piace” così tanto di lui?
Io e Luciano ci siamo conosciuti a Roma nel 1990 dopo che ero tornato per la prima volta da New York, grazie a Kim Rossi Stuart. Da quel momento abbiamo diviso tanti momenti insieme di vita personale e professionale. Ci lega un rapporto molto forte che va al di là delle parole. Riguardo all’attore, Luciano incarna il mio interprete perfetto, non troppo immedesimato e non troppo distaccato. In Beket ha fatto un lavoro eccezionale interpretando nel senso più puro la recitazione Brechtiana alla terza persona.

 

Ora sei a lavoro su un nuovo progetto Kaspar Hauser re dell’Asinara. Raccontaci difficoltà e qualche anticipazione...
Il progetto è partito abbastanza bene ottenendo dopo un anno il contributo del Ministero dei Beni Culturali, adesso però siamo un po’ fermi poiché ci mancano altri fondi per coprire il piano finanziario. Se arrivano tutti i soldi di cui abbiamo bisogno, si farà il film con Vincent Gallo, Denis Lavant, Sabina Guzzanti, Fabrizio Gifuni e Amira Casar. Però non sarà facile arrivare a quel punto, ci stiamo provando con tutte le forze. Kaspar Hauser e Beket formano un dittico sull’assurdità dell’esistenza, stessa Sardegna, stesso bianco e nero, stessa assenza di personaggi.

 

Perché, nonostante le difficoltà produttive in cui sei incorso praticamente sempre, non hai mai pensato di abbandonare la pellicola abbracciando il più economico digitale?
La pellicola costa meno del digitale, è provato. È una leggenda metropolitana quella che vuole il digitale più economico della pellicola. Oramai lo sanno tutti e non ci casca più nessuno.

 

Spiegati meglio...
È abbastanza semplice: se si vuol girare in digitale ad alta definizione per poi finalizzare in pellicola (vidigrafando per il cinema), i preventivi saranno sempre più cari che girare in Super16 e poi gonfiare a 35mm. Cineprese e pellicole Super16 sono usate molto poco e in genere sono date via con grandi sconti.

 

Fuori dai denti: la tua opinione sul cinema italiano a livello artistico e “strutturale”...
No comment!

 

A cura di Daniele 'Danno' Silipo

 

 
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