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Professione sceneggiatore: intervista a Rossella Drudi (parte 2)
Scritto da Jacopo Coccia   
Tuesday 04 May 2010

Continua la nostra chiacchierata con la sceneggiatrice Rossella Drudi: tutto quello che avreste sempre voluto sapere su Troll 2, qualche anticipazione su Le ultime 56 ore e tanto altro ancora...

 

Conversazione con Rossella Drudi (parte seconda)

 

►►Leggi la prima parte dell'intervista►►

 

Soffermiamoci ancora sull'ormai cult internazionale Troll 2. Come è nata l'idea alla base del film e soprattutto a quali elementi attribuisci l'incredibile successo della pellicola?
L’idea e quindi il soggetto di quel film nasce dall’esigenza del produttore ed è una cosa comica, come il film. Mi spiego: Eduard aveva comprato i diritti di una sola maschera dell’originale Troll, mi convoca, me la mostra e mi dice che l’aveva pagata tanti soldi e che voleva sfruttarla, ma non sapeva come. Quindi - come all’inizio del mio rapporto lavorativo con lui - mi dice: “Rossella inventati un film horror un po’ splatter che però deve andar bene per i bambini, senza sangue altrimenti lo censurano e, non so come o perché, ma infilaci questa maschera dentro, è un folletto”. In quegli anni la censura dei film horror più sanguinolenti era molto forte in America, mentre in Giappone era il contrario: se non c’erano laghi di sangue esagerati non si riusciva a venderli. Questo era ed è ancora il mercato estero. Come ho già detto non avevo visto il film Troll e poi Eduard non voleva un vero seguito per i motivi di cui sopra, quindi prendendo spunto sempre dalle favole nordiche con i fantastici personaggi dei boschi, nasce Goblin. Non potevo mettere sangue, doveva andar bene per i bambini, e allora perché non inventare una favola horror-comico-demenziale con simbologie esoteriche al suo interno? Detto fatto, converto i vampiri nei goblin, folletti mostruosi, vegetariani estremi che odiano la carne in quanto infetta, “è come mangiare cadaveri” (prendo a pretesto i vegan, fanatici vegetariani che all’epoca andavano tanto di moda). Assumono sembianze umane per adescare le persone da divorare, ma solo dopo averle purificate trasformandole in grandi baccelli vegetali. I goblin vivono in un paesino montano (nei boschi di Park City Utah dove è stato girato) che si chiama Nilbog (goblin al contrario!). Un po’ come accade in Alice nel paese delle meraviglie, il piccolo protagonista, un bambino di città, scopre tutto ed evita di far mangiare ai suoi genitori il cibo vegetariano preparato dagli abitanti di Nilbog, salvandoli. La storia si snoda come una commedia dove tutto è volutamente esagerato e comico, doveva far ridere spaventando e così è stato. C’è la regina cattiva, (volutamente teatrale) come in tutte le favole che si rispettino: la mamma dei goblin, una sorta di regina Grimilde con poteri magici rubati alle sacerdotesse Celtiche dei Druidi, per questo nel suo antro alchemico c’è una sorta di mini Stonehenge che lei usa per rigenerarsi e compiere le magie. Questa mamma difende le sue creature procurando loro il cibo per la sopravvivenza con i suoi deliziosi manicaretti vegetali. Mi sono molto divertita ed ho potuto usare il misticismo delle favole nordiche. Raccontare tutto attraverso un bimbo che non viene creduto dalla sua famiglia e che parla con il nonno defunto capace di aiutarlo nell’impresa. C’è anche il rapporto con la sorella che ha tutti i problemi legati all’adolescenza nonché un ragazzo troppo legato agli amici e poco scaltro con lei. L’ingenuità della famiglia americana media e la diffidenza dell’altro e del diverso della comunità montanara (gli abitanti di Nilbog), il predicatore puritano fanatico che fa un sermone memorabile per demenzialità sulla carne e la sua pericolosità e tante altre cose che volevo evidenziare giocando. Ma come ben sai poi è stato tutto equivocato, facendo passare dalla solita distribuzione il film per un horror classico, per il seguito del primo Troll. Questo ha creato il dissenso iniziale...

 

Poi però il film, in un certo senso, è stato riscoperto...
Si, fortunatamente è stato capito dopo, dalle nuove generazioni che ridono a crepapelle vedendolo. Grazie a loro il film è stato inserito nella sua giusta collocazione, quella per cui era nato: horror-comico-demenziale. Pensa che per trasformare i vampiri in goblin vegetariani ho usato l’hamburger come deterrente al pari del crocefisso e dell’acqua santa: i mostriciattoli sono costretti a scappare davanti al panino brandito dal piccolo eroe. La clorofilla verde al posto del sangue e le persone trasformate in piante, in questo modo si poteva far vedere tutto senza cadere nelle maglie della censura. Ho riso da sola mentre lo scrivevo, un piccolo film pieno di idee che mai avrei immaginato potesse diventare un fenomeno nel mondo di tale portata. La scena dove la regina cattiva si trasforma in una bella donna per sedurre il ragazzo in piena esplosione ormonale (quella con la pannocchia), è stata il massimo della mia follia, divertente e simbolica a un tempo. Quale ragazzo non sogna di essere sedotto e iniziato all’amore da una bella donna matura? Nei puritani americani di allora questa scena creò molte perplessità, però poi alla fine è andata. Oggi, quando viene proiettato il film in sala, i fan gettano quantità industriali di popcorn in aria all’apparire della scena, si vestono come i protagonisti del film, riproducono i famosi dolci vegetariani, ripetono a memoria ogni battuta e cantano le canzoni del film. Un vero spettacolo vedere tutto ciò, Claudio ed io non volevamo crederci. Due anni fa siamo tornati a Los Angeles (avevamo fatto il giro completo già nel 2007) per l’ennesima proiezione del film, così come a New York e in ogni città d’America, siamo stati acclamati come star, davvero pazzesco. In Canada, i docenti d’antropologia, ci hanno dato la Laurea honoris causa e ancora mi domando il perché. Il successo del film si è espanso fino in Nuova Zelanda e parte dell’Africa. Anche in Inghilterra, Austria, Polonia e Ungheria. Nel 2008 è stato organizzato un festival dedicato al film “Nilbog Invasion” nei luoghi dove venne girato 18 anni prima, tra Morgan e Park City nello Utah. È stata una esperienza bellissima, la rete è piena di filmati. Sono venuti i fan dall’America, dal Canada e da parte dell’Europa. Dei veri pazzi secondo me, ma è stato fantastico esserci. Alla fine l’MGM titolare dei diritti come casa distributrice del film, ha commissionato a Michael Stephenson (il bambino protagonista del film, oggi diventato regista) il documentario sul fenomeno di Troll 2, con interviste alla troupe di allora (quasi tutta italiana) ripercorrendo insieme a noi i luoghi del film. Non abbiamo più visto Eduard Sarlui ma i diritti del film sono ancora suoi, sono anni che li rivende all’ MGM per i dvd e i cofanetti (contenenti sia Troll che Troll 2), ma noi non ci guadagnamo nulla purtroppo. E non guadagnamo nemmeno dai gadget legati al film che vengono venduti in rete: le maschere dei personaggi, i famosi dolci e il latte di Nilbog. Sui diritti d’autore con l’America siamo ancora all’età della pietra altrimenti, con il successo del film, potevano vivere di rendita. I motivi di tanto successo? L’assoluta semplicità e sincerità degli intenti: tante idee a sopperire i pochi mezzi. Il film non è costato più di duecentomila dollari ed è stato girato in sole 4 settimane. Claudio si è divertito tantissimo nel realizzarlo, come tutti gli altri, ed era un piacere vederlo dirigere. Gli attori non erano veri attori (al massimo avevano partecipato alla recita parrocchiale del paese), ed erano assolutamente “ignoranti” in qualunque tipo di cultura se non la loro, quella dei mormoni (gli abitanti di Park City, come quelli di tutta Salt Lake City, sono mormoni). La maggior parte di loro non è mai uscito dalla propria città, e non sa nulla del resto del mondo. A me chiedevano se in Italia esistevano le automobili, se avevamo le case, le strade e tante amenità del genere...

 

Nella foto: Claudio Fragasso

Tu e Claudio avete sempre, coraggiosamente, lavorato per difendere il cinema di genere in Italia. Probabilmente siete considerati gli unici, insieme allo scomparso Mattei, ad aver portato avanti con coerenza un discorso cinematografico ben definito. Cosa pensi del cinema Italiano contemporaneo e della scelta di alcuni registi "di genere" di cedere alle lusinghe produttive della fiction tv?
Quali sarebbero oggi i registi o gli scrittori di genere? Io non ne vedo alcuno, se escludiamo chi fa le commedie o i film pseudo autoriali, non rimane niente, a parte noi. Alcuni film sono belli e altri brutti, ma spesso risultano tutti uguali, fatti con lo stampino: stessi attori che si ripetono, stessa storia, stesso “tutto”. Conclusione: mancanza assoluta di coraggio. Si fanno i film per il cartellone della distribuzione e non per il pubblico. Come ho sempre tenuto a puntualizzare tutto il cinema è genere, non esistono differenze ma solo contaminazioni tra un genere e l’altro, unico modo per sperimentare e creare nuove vie, quelle che perseguiamo da sempre. Non credo che i registi cedano alle lusinghe tv, piuttosto è la tv che si è sostituita da 25 anni al cinema, nel potere e nella disponibilità di denaro per produrre e quindi sopravvivere. In molti fanno la fila per lavorarci creando l’appiattimento che sappiamo. I giovani scrittori e i giovani registi nati in questa situazione hanno grosse difficoltà, non sanno com’era o cos’era il cinema prima, e si trovano già inscatolati nella realtà televisiva. Ed è un vero peccato perché ci sono dei giovani validi, almeno nelle intenzioni, che non trovano spazio o credibilità. La crisi della dittatura duopolio tv ha colpito tutti, impigrito i produttori e trasformato tutti in impiegati, non più liberi artisti. Noi due, grazie all’esperienza e alla gavetta fatta all’estero, siamo in grado di montarci un film da soli, con grande fatica, magari ci mettiamo due anni e a volte anche tre, ma poi lo chiudiamo. Lavoriamo in questo campo da 24 anni io e da più di 30 Claudio. Conosciamo tutti i singoli anelli della catena, dalle produzioni alle distribuzioni fino agli esercenti, ma anche società di post produzione, fornitori, teatri, insomma tutto, agenzie e attori annessi. Adesso possiamo permetterci di lavorare su progetti che nascono da noi e che vogliamo portare sullo schermo, scegliendo produttori indipendenti, giovani e coraggiosi, pieni di passione come la nostra, che non lasciamo mai soli aiutandoli in ogni campo. Sappiamo di essere forti insieme: portiamo sul piatto sceneggiatura e regia, oltre a tutta l’esperienza accumulata, da mettere nelle mani di chi vuole iniziare l’avventura. Con Carlo Bernabei, produttore de Le ultime 56 ore è andata così, siamo sicuri che Carlo diventerà un grande produttore di punta fuori dalle logiche televisive, ma ce ne sono altri che si stanno affacciando. Ottenere la legge sul “Tax Credit” inizia a dare i suoi frutti, ma per riavere l’industria cinematografica in Italia abbiamo bisogno del “Tax Shelter”, e solo allora le cose cambieranno davvero. Spero vivamente che il governo si pronunci al più presto in tal senso, lasciando allo Stato la possibilità d’investire nella cultura con un grande ritorno in denaro: più film si producono e più soldi entrano nelle tasche dello stato. In pochi sanno che il 40% e oltre del costo film, sono tasse che vanno allo stato, senza contare le percentuali trattenute dallo sbigliettamento di qualunque tipo di spettacolo, calcio compreso, ma non voglio andare troppo sul tecnico. Dico solo che l’industria del cinema Italiano può risorgere e tornare come ai tempi d’oro, quando si producevano 400 film all’anno, rendendoci competitivi anche all’estero.


Parlaci della tua fatica letteraria Prendimi e uccidimi, divenuto il vero caso letterario del 2009...
Prendimi e uccidimi è il primo romanzo che sono riuscita a pubblicare e scrivere senza che divenisse un film. Amo spesso dire che mi considero una scrittrice in prestito al cinema: è quello che volevo fare da sempre, ma ogni volta che scrivo seguendo un’idea che mi affascina ed inizio a lavorarci studiando e facendo ricerche, appena sviluppo la bozza, Claudio, curioso come una scimmia, va a leggere di nascosto e se gli piace o si entusiasma mi dice “questo lo giro io!”. Non è che la cosa mi dispiaccia, adoro il cinema e Claudio è un vero maestro nel suo campo, grande artigiano come non ce ne sono più oggi, però il desiderio di realizzare il mio sogno non poteva più attendere. Quindi per poter scrivere Prendimi e uccidimi ho impiegato quasi tre anni, lavorando di nascosto tra una sceneggiatura e l’altra, trovando scuse per non presenziare (come sempre) sul set accanto a lui in Milano Palermo: Il Ritorno. Andavo e venivo tipo piccione viaggiatore, quando non c’ero Claudio mi chiamava anche 4 o 5 volte al giorno, forse perché troppo abituato a lavorare con me che mi occupo degli attori anche sul set. Comunque, con grandi sacrifici, sono riuscita a fare tutto di nascosto. A lavoro ultimato ho cercato un editore e l’ho trovato quasi subito grazie a un incontro causale, una piccolissima casa editrice che mi ha permesso di esordire e realizzare il mio sogno. Andare dalle grandi case editrici non mi avrebbe portata a nulla perché se non conosci o non vieni segnalato, nessuno ti legge o ti prende in considerazione e io non avevo tempo. Quando il libro è uscito ho potuto finalmente farglielo vedere a Claudio facendogli una sorpresa, incredulo l’ha letto subito. É stato felice per me e poi anche orgoglioso per il successo alla prima presentazione romana. L’idea nasce dall’amore/ossessione per la mente umana in ogni sua sfaccettatura, soprattutto mi affascinano le intelligenze votate al male. Ho seguito corsi di specializzazione dell’età evolutiva per diletto, ho letto testi di criminologia, la mia è una vera passione nel campo e continuo a tenermi aggiornata leggendo senza smettere di pormi domande. Per realizzare Prendimi e uccidimi ho consultato dei testi rari da trovare, ma ho le mie amicizie. Ho anche parlato con esperti criminologi e psichiatri, letto le cartelle cliniche e le perizie psichiatriche di quasi cento casi tra i più noti serial killer del mondo. Una vera ossessione e droga per me: il cervello e la mente umana. Cosa pensa, vede, sente e prova la mente di un criminale? I libri di John Douglas sono stati esaustivi e basilari quanto quelli dei luminari nell’ambito della psichiatria. Douglas è stato il primo profiler di serial killer dell’F.B.I. a capire che si poteva entrare nella mente di un assassino provando e pensando come lui, per arrivare a prevederne le mosse. Ma per far questo bisogna essere “empatici”, particolarmente sensibili e percettivi, oltre che intelligenti e bravi poliziotti. Il tema principale della storia è la fame d’amore, la mancanza d’amore in ogni sua forma, da quello della mamma per il figlio, a quello tra uomo e donna, a quello tra amici, tra fratelli. L’amore universale, il motore di tutto nello sviluppo del genere umano. Di principale importanza sono i danni che l’anaffettività può recare in chi nasce nel nucleo famigliare sbagliato, con una intelligenza superiore alla media: se non può esprimere e sviluppare le sue potenzialità implode in negativo, se invece riesce a farlo esplode in positivo. Ma questo è un discorso lungo e complesso non posso esplicitarlo qui. Il libro mi ha dato molte soddisfazioni, nonostante la mancanza assoluta di sponsor e di pubblicità che mi sono fatta da sola in rete, sul mio blog di splinder, su myspace e su youtube creando un video trailer del libro. Ho partecipato a numerose manifestazioni letterarie conoscendo un mondo totalmente diverso da quello del cinema. Il libro mi ha portata persino a fare da relatrice, insieme ad altri autori, in varie università italiane, il tema era il genere: giallo, noir, boiler e gotico Italiano. Ora spero di non far passare ancora troppi anni per riuscire a finire il prossimo libro, un altro giallo, ma non sui serial killer, questa volta parlo dell’odierno Satana, un thriller da brivido e sarà ambientato a Venezia. Mi piacerebbe riuscire a realizzare una collana di gialli ambientati nelle varie città italiane. Sono da sempre contraria ad ambientare gialli e thriller all’estero per dare più credibilità. Prendimi e uccidimi è stato definito da alcuni lettori statunitensi un libro da non portare a letto, nel senso che lo inizi e non lo lasci più fino a che non l’hai finito. Sicuramente ne faremo un film e non vedo l’ora che ciò accada.

 

Arriviamo quindi a Le ultime 56 ore, in sala dal 7 Maggio distribuito da Medusa...
Le ultime 56 ore nasce come sempre da una mia idea, ma in questo caso c’è molto di più. Nasce da una vicenda privata e personale che mi ha molto provata, quindi non voglio parlarne nello specifico. Il film è incentrato sull’uranio impoverito utilizzato nelle armi e su quello che provoca nell’uomo e nella natura: morte sotto forma di tumori. Immaginavo d’incontrare problemi e ostacoli nel proporre questo delicato argomento, ma mai tanti quanti ce ne sono stati effettivamente. In questo caso la rete è stata fondamentale per entrare in contatto con i forum dei militari colpiti, ascoltare le loro storie. Storie provenienti non solo dall’Italia, ma da tutti i contingenti occupati nelle operazioni di bonifica durante la guerra in Bosnia e nelle altre missioni. Anche i soldati americani sono stati toccati da quella che veniva definita come sindrome del deserto o sindrome dei Balcani, in realtà era la leucemia. Ne ha uccisi più della guerra stessa. Claudio si è quindi trovato, per la prima volta, a misurarsi con un psico-social-thriller, dove i sentimenti e le passioni dei personaggi la fanno da padrone. E devo dire che c’è riuscito benissimo, dosando (senza tradire mai il testo) l’azione tra il sentimento e la denuncia.

 

Per concludere, descrivimi di getto queste quattro personalità con cui hai avuto il piacere di lavorare: Claudio Fragasso, Bruno Mattei, Aristide Massaccesi, Francesco Nuti.
Claudio Fragasso: La macchina da presa in carne ed ossa, il cinema fatto persona. Un pugno di nervi ed energia pura, dentro un cuore tenero e generoso di eterno bambino. Bruno Mattei: L’occhio del cinico dentro il fotogramma, la catozza. Aristide Massaccesi: Il Roger Corman Italiano. Genio della luce con mezza lampadina, inventore del carrello con la sedia a rotelle, grande operatore, capace in tutto, ma ancor più grande come produttore. Un “papà” pioniere del genere. Chissà quanti altri talenti avrebbe scoperto oggi... Francesco Nuti: Il regista più preparato e bravo tra i registi-attori. Ma definirlo con un solo aggettivo è davvero poco, così come per gli altri ci sarebbe tanto da dire. È sicuramente l’unico capace di affrontare la commedia surreale con tocchi di rara magia.

A CURA DI JACOPO COCCIA

 

» 1 Commento
1"provaci ancora rossella"
il Friday 30 July 2010 13:02by marco
sono completamente d'accordo con l'intervista rilasciata da rossella drudi che considero tra i migliori autori italiani, ho letto anche il suo libro "prendimi ed uccidimi" e l'ho trovato delizioso, col le particolari atmosfere dei film thriller di qualità, e mi sembra strano che non sia stata presa in considerazione l'idea di tramutarlo in un film, ma probabilmente le ragioni sono da ascriversi a quelle lette nell'intervista rilasciata.  
sei grande comunque rossella, non mi hai deluso mai finora....continua così...
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