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NeroSuBianco: Shinya Tsukamoto raccontato da Chimento e Parachini
Scritto da Alessandra Sciamanna, Daniele "Danno" Silipo   
Tuesday 07 September 2010

NeroSuBianco: un libro, un regista. Andrea Chimento e Paolo Parachini, autori del saggio Shinya Tsukamoto. Dal cyberpunk al mistero dell'anima, ripercorrono assieme a noi la filmografia del "papà" di Tetsuo the iron man.

 

Il Libro

Shinya Tsukamoto. Dal cyberpunk al mistero dell'anima
di Andrea Chimento e Paolo Parachini (Edizioni Falsopiano)

Un viaggio attraverso il cinema di Shinya Tsukamoto: dal cyberpunk dei suoi primi lavori fino al “mistero dell’anima”, passando attraverso suggestive parole chiave come danza, sessualità, degrado, passato che ritorna e morte. Chimento e Parachini ripercorrono la filmografia del maestro giapponese, fatta di visioni estreme e poetiche, sperimentali e artigianali. A corredare il tutto: un ricco apparato iconografico e un’intervista esclusiva a Shinya Tsukamoto.
Web: www.falsopiano.com/tsukamoto.htm

 

 

Intervista ad Andrea Chimento e Paolo Parachini

a cura di Alessandra Sciamanna e Daniele 'Danno' Silipo

GLI AUTORI

Andrea Chimento, nato a Milano nel 1985, dopo essersi laureato alla specialistica (indirizzo cinema) del Dams di Torino è ora dottorando in Culture della comunicazione all'Università Cattolica di Milano. Come critico cinematografico collabora con numerose testate, fra le quali IlSole24Ore e Cineforum.
Paolo Parachini, nato a Gallarate (Varese) nel 1985, ha frequentato il Master in progettazione e comunicazione del cinema dell'Università Cattolica di Milano, dopo essersi laureato alla specialistica (indirizzo cinema) del Dams di Torino. Dal 2006 collabora, nel settore culturale e cronaca bianca, con periodici d’informazione della provincia di Novara. Come critico cinematografico collabora con diversi siti e blog.

 

Cyberpunk, danza, sessualità, degrado, passato che ritorna, morte: alla luce del vostro studio, chi è Shinya Tsukamoto?
Dal punto di vista della storia del cinema, Shinya Tsukamoto è uno dei maggiori esponenti della new wave giapponese degli anni Ottanta, quell’ondata di nuovi registi giovani, sperimentali e indipendenti che hanno mostrato un occhio di riguardo a situazioni estreme e scioccanti. Dal punto di vista registico, Shinya Tsukamoto è un artigiano che cura i suoi film in tutti i loro passaggi: scrive soggetto e sceneggiatura, dirige e cura la fotografia, realizza il montaggio e a volte è interprete, senza dimenticare che è sempre produttore del suo film. Questo controllo totale rende e sue opere personali e riconoscibili. Ma da questo punto di vista Tsukamoto è anche un innovatore, in quanto l’uso di una tecnica come la pixillation (l’animazione a passo uno con attori in carne ed ossa), nel contesto del suo cinema, ha contraddistinto i suoi primi film cyberpunk e ha catturato l’attenzione degli spettatori di ogni generazione. Dal punto di vista poetico, infine, Shinya Tsukamoto è uno dei più forti, lucidi e visionari cantori della società contemporanea, in particolare di tutte le anomalie, in uno spettro molto ampio che va dalla tecnologizzazione senza controllo fino ai suicidi collettivi. Ed è anche uno dei maggiori esponenti del genere cyberpunk (branca della fantascienza che ha indagato i rapporti tra uomo e tecnologia e i punti di contatto tra essi), che ha saputo amalgamare tensioni occidentali a visionarietà orientale, usando un linguaggio (la pixillation, il montaggio frenetico e la musica industrial), oltre che tematiche, prettamente cyberpunk.

 

Genshi San Tsubasa, Jigokusho Shoben Geshuku Nite Tondayo e The phantom of Regular Size, i primi tre corti di Tsukamoto, sono ancora tutti da scoprire. Avete avuto la possibilità di vederli? E che idea vi siete fatti in merito?
Purtroppo i primi due lavori sono del tutto introvabili, mentre The Phantom of Regular Size abbiamo avuto la fortuna di vederlo, ed è un passaggio indispensabile nella carriera del regista. È infatti un vero e proprio prototipo di Tetsuo: un Tetsuo condensato in 20 minuti. La traccia narrativa e gli attori sono gli stessi, ed è stato girato nel 1986, tre anni prima del suo celebre esordio. Può essere considerato come una vera e propria palestra, all'interno della quale si è allenato per la realizzazione di Tetsuo The Iron Man, in quanto contiene anche numerose sequenze in pixillation. È inoltre un’ulteriore dimostrazione di come Tsukamoto abbia veramente a cuore la storia dell’uomo di ferro, vera e propria ossessione che si presenta nel suo cinema per ben quattro volte, compreso questo primo corto.

 

Le avventure del ragazzo del palo elettrico, Tetsuo the iron man, Tetsuo II: body hammer e Tesuo the bullet man: come si è evoluta la poetica di Tsukamoto in questi quattro film, tutti legati al tema della metamorfosi e della fusione tra carne e metallo?
Come dicevamo, l’attenzione di Tsukamoto per la mutazione, e per il salaryman (l’impiegato giapponese) che diventa uomo - anzi mostro - di carne e metallo è centrale, e inizia con il suo cortometraggio The Phantom of Regular Size. Ma l’incarnazione più forte e pura resta quella di Tetsuo the Iron Man, dove è evidente la libertà creativa del regista, non in senso produttivo ma in senso poetico, in quanto Tsukamoto, a differenza di Tetsuo II: Body Hammer, o dell’ultimo Tetsuo the Bullet Man, uscito nel 2009, non sembra curarsi di giustificazioni narrative o altri possibili accorgimenti più marcatamente commerciali. In ogni caso ogni incarnazione di Tetsuo mantiene la sua grandezza e la dimostrazione è in Tetsuo the Bullet Man, che 20 anni dopo dimostra ancora la forza dell’idea originale e della messa in scena di Tsukamoto. Se volessimo tracciare comunque una linea poetica di questi film, potremmo dire che The Phantom of Regular Size rappresenta un esperimento, Tetsuo the Iron Man è la declinazione più pura di quell’idea, Tetsuo II: Body Hammer è un tentativo di renderla adatta ad un pubblico più ampio, mentre Tetsuo the Bullet Man cerca di portare quell’idea 20 anni dopo e per un ampio pubblico occidentale. Le avventure del ragazzo del palo elettrico è invece un discorso a parte, in quanto è un mediometraggio che non è inseribile nel “progetto Tetsuo”. Rappresenta una specie di allenamento alternativo, in cui Tsukamoto tenta una sintesi delle sue prime attenzioni cardine (la mutazione, l’emarginazione e il cyberpunk), ma all’interno di una narrazione leggera e adolescenziale. Ad esclusione di Hiruko the Goblin, che è tra l’altro l’unico lavoro su commissione del regista, Tsukamoto non ha più tentato questo approccio.

 

Con A Snake of June, premiato alla Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia 2002, Tsukamoto ottiene maggior considerazione e, addirittura, viene distribuito nelle sale italiane. È veramente il suo capolavoro?
A nostro avviso, A Snake of June non è in assoluto il capolavoro di Tsukamoto, ma è forse il film che meglio rappresenta tutta la sua poetica. Le varie tematiche che il regista ha affrontato nel corso della sua carriera sono praticamente tutte (o quasi) presenti in A Snake of June: dalla mutazione del corpo alla sessualità, dalla figura demiurgica al voyeurismo, dall’attenzione per la “coppia” giapponese nel mondo contemporaneo al tema della malattia e della morte.

 

Hiruko the Goblin propone uno Tsukamoto più ironico e “fumettato” del solito, ma si tratta della sua opera meno citata e (a nostro modesto parere) anche più sottovalutata. Come è nato il film, e voi che avete una visione d'insieme del cinema di Tsukamoto, cosa ne pensate?
Hiruko the Goblin è in effetti un progetto su commissione che Tsukamoto ha girato perché aveva bisogno di soldi per realizzare in seguito Tetsuo II. Ha accettato quindi di usare un soggetto non originale (ma che ha comunque sceneggiato lui), tratto da un manga, e ha lavorato con un direttore della fotografia assegnato dai produttori. Questi elementi sono condizioni impensabili per tutti gli altri lavori di Tsukamoto, tratti da suoi soggetti originali e in cui era lui stesso il direttore della fotografia e produttore. Pensiamo che in Hiruko the Goblin Tsukamoto si sia sforzato di inserire il suo stile ma che ci sia riuscito soltanto in parte e molto faticosamente (a causa naturalmente delle pressioni produttive), e questo ha fatto sì che venisse fuori un film sicuramente meno personale rispetto agli altri. Per questo motivo è un’opera poco citata e considerata.

 

Con i due Nightmare Detective, il regista sembra avvicinarsi ai J-horror più classici pur senza rinunciare al suo stile ricercato e anomalo...
Siamo d’accordo solo in parte, soprattutto per il primo Nightmare Detective, perché se da una parte è vero che fra tutti i suoi film è quello più vicino ai J-Horror classici, dall’altra se ne distacca fin da subito. Non tanto per lo stile ricercato in questo senso, ma per i contenuti. In Nightmare Detective c’è infatti una delle riflessioni più forti di tutta la filmografia del regista su uno dei problemi della società giapponese contemporanea: quello dei suicidi di coppia o collettivi. Questa tematica (già trattata in maniera molto interessante da un altro giapponese come Sion Sono in Suicide Club) è il vero grande motivo d’interesse di Nightmare Detective, molto più dei sogni/incubi e delle parti più vicine al genere horror. Questo film mostra come i giovani giapponesi (ma non solo naturalmente) di oggi trattino la morte in maniera molto superficiale: chiamano un numero trovato su internet che li invoglia a suicidarsi. Mentre stanno per compiere superficialmente quel gesto, vengono attaccati da un essere che li ucciderà violentemente (seppur nel sonno), trovandosi faccia a faccia con il vero orrore della morte. Su Nightmare Detective 2 invece siamo molto più d’accordo: è molto vicino ai J-Horror più classici (e anche per questo è meno interessante del primo). Ma c’è sempre un’ampia riflessione contenutistica inerente questa volta al senso della famiglia e alla necessità di mantenere i bambini il più “puri” possibile, tenendoli distanti dalla contaminazione della società adulta. Questo negli ultimi film di Tsukamoto viene sempre rappresentato con l’opposizione ambiente naturale/città moderna.

 

Ripercorriamo velocemente la restante parte della filmografia di Tsukamoto...
Dopo la prima fase della sua carriera, conclusa con Tetsuo II, Tsukamoto a metà anni Novanta ha iniziato a dare maggiore importanza a tematiche inerenti alla società giapponese contemporanea con una messa in scena più vicina alla realtà per come appare, piuttosto che all’immaginario cyberpunk degli esordi. Di questa categoria fa parte soprattutto Tokyo Fist (1995) nel quale il protagonista è un impiegato completamente dedito al lavoro, e questo gli crea problemi nella relazione sentimentale con la sua compagna. Su questa linea prosegue in parte Bullet Ballet (1998) che tratta della rassegnazione esistenziale di un gruppo di giovani giapponesi e del protagonista, ossessionato dall’arma con cui si è suicidata la convivente. Il successivo Gemini (1999) è una sorta di corpo estraneo a questa tendenza (e forse a tutto il resto della filmografia di Tsukamoto) soprattutto perché ambientato nel passato, circa all’inizio del secolo scorso: quando si pensa a Tsukamoto difficilmente viene in mente questo film, nonostante sia un lavoro decisamente interessante e personale, soprattutto per il concetto di “doppio”, elemento sempre presente nei film del regista. Nella restante filmografia di Tsukamoto c’è però anche quello che per noi è il suo film più importante: Vital (2004), opera estremamente poetica che sta a rappresentare quel “mistero dell’anima” che abbiamo inserito come punto di approdo del cinema di Tsukamoto nel titolo del nostro libro. Fortunatamente è (da poco) uscito in Italia il dvd di questo film che ha una profondità di contenuti davvero straordinaria, e rappresenta per noi uno dei lavori più importanti di tutto il cinema asiatico del nuovo millennio.

 

Per concludere, una battuta, un pensiero, un ricordo: cosa ha significato per voi lavorare al libro Shinya Tsukamoto. Dal cyberpunk al mistero dell'anima.
Le cose che abbiamo imparato durante quest’avventura sono davvero tante, e tanti sono i pensieri. Ma il ricordo più bello è stato certamente quando abbiamo incontrato Tsukamoto per la prima volta (a Milano nel luglio 2009) e abbiamo conosciuto un grande uomo, ancor prima che un grande regista, sinceramente emozionato nello scoprire che due ragazzi italiani avessero scritto un libro su di lui.

 

 

 
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