Home

Afterschool - incontro con il regista Antonio Campos
Scritto da Emanuele Rauco   
Friday 19 February 2010

Incontri Afterschool, del regista Antonio Campos, da oggi nelle sale, è la storia della morte di due studentesse che diventa una buona occasione per mettere in scena un’idea di regia inusuale, nel segno di Gus Van Sant e di Michael Haneke. Ne abbiamo parlato con il regista.

 

Nella grande melassa di film e affini che ci capita quotidianamente di vedere, raramente ci si imbatte in qualcosa che incuriosisce profondamente, al di là della bellezza della pellicola o della ricchezza dei suoi discorsi. Un’opera che, in poche parole, ci spinga ad andare direttamente dal regista a chiedere numi e “spiegazioni” in merito a ciò che abbiamo visto. Come è successo con il film Afterschool, del regista Antonio Campos, all’interno del quale, la storia della morte - misteriosa ma non troppo - di due studentesse, diventa una buona occasione per mettere in scena un’idea di regia inusuale, fatta di piani fissi e di rado centrati, molto ampi o molti stretti, quasi sempre obliqui rispetto a uno stile medio o alle esigenze della narrazione. Proprio su queste scelte e sul loro significato abbiamo ritenuto opportuno fare qualche domande all’autore.

 

Intervista ad Antonio Campos

Il film sembra ispirato al cinema d'autore americano degli ultimi anni, soprattutto Gus Van Sant: è un'influenza voluta? E quali sono le tue ispirazioni cinematografiche?
Gus Van Sant è sicuramente uno dei più importanti registi americani contemporanei. Anche Paul Thomas Anderson m’ispira molto: realizza grandi film toccando diversi generi, riuscendo a mantenere comunque uno stile molto personale, cosa che può essere abbastanza stimolante e pericolosa. Ma penso che Michael Haneke sia il regista più influente degli ultimi venti anni: Afterschool, probabilmente, non esisterebbe senza Benny’s Video o Storie.

 

Nella foto: Antonio Campos

Nel film si possono rintracciare scelte di regia molto particolari, come ad esempio inquadrare gli sfondi piuttosto che i protagonisti o gli elementi di primo piano…
I personaggi sono presenti ma a volte non li si vede, o se ne sente solo la voce; oppure se ne vede solo una parte specifica; oppure sono inquadrati in campo lungo, senza dettagli. Come regista, mi interessa dare agli attori ampio spazio per i movimenti, soprattutto per non interrompere continuamente la scena. In un certo senso è una scelta a metà strada tra il documentario e il teatro. Questo particolare approccio, nel film è riscontrabile soprattutto in Robert, il personaggio principale: ha una specifica visione del mondo, a volte molto confusa, e sebbene non è necessario vedere attraverso i suoi occhi, questo sentimento ha investito tutte le mie decisioni.

 

Il contesto sociale che fa da sfondo al film è importante: cosa pensi dei giovani e del sistema scolastico americano?
Penso che il sistema scolastico americano non funziona. Credo che i giovani americani abbiano un futuro difficile davanti a loro. Ed essendo giovane anch’io, e vivendo in America, è una tematica che sento molto vicina…

Pur nel rigore delle sequenze questo film sembra quasi un horror: da dove la scelta di questo tipo di atmosfere?
Mi piacciono le atmosfere dei film horror, ma non mi piace l’idea di girare un film horror in senso stretto. In fondo, quando si guarda al mondo in cui viviamo, ci si sente come dentro un horror o un film di fantascienza… Dipende tutto da come lo si guarda e da quale parte la tua lente d’ingrandimento decide d’ingigantirlo.

 

Nel film pare ci sia anche una presa di posizione meta-linguistica (nelle scene del corso di audiovisivi e soprattutto nella proiezione delle due versioni del video). A cosa è dovuta questa scelta e qual è la "poetica" che intendi dichiarare?
Non amo parlare della mia poetica: qualora lo spettatore ne rintracci una, mi piace che sia lui a parlarne. Non sono in grado di raccontare come realizzo un film. Se sto creando qualcosa per uno spot, un video o per conto di qualcun’altro, sono felice di indugiare e riflettere sui vari artifici che utilizzo (la sospensione d’incredulità è la chiave, e a volte bisogna usare trucchi per raggiungerla). Ma quando faccio i miei film, sono interessato a ridurre al minimo gli artifici e a limitare perfino me stesso. Nel film questi due approcci sono mostrati, anche se in un modo molto grezzo e rudimentale, essendo i protagonisti studenti di liceo. Ma i principi sono sempre gli stessi.

VAI ALLA RECENSIONE DEL FILM

 

A cura di Emanuele Rauco

 

Trailer

 

 

» Nessun commento
Non ci sono commenti fino ad ora.
» Invia commento
Email (non verrà pubblicata)
Nome
Titolo
Commento
 caratteri rimanenti
 
< Prec.   Pros. >

Recensioni

Rubriche

 

cineforum

 

 

Non cinema

 

 

Non cinema

 

TRADUTTORE

 

 

 

PARTNER

 

 

 

 

 

 

CI TROVI ANCHE SU