|
 Categoria Saggistica
In breve Il saggio di Alessio Gradogna e Fabio Tasso analizza l’esplosione e l’affermazione del fenomeno J-Horror, passandone in rassegna gli autori più significativi e i film di più alto valore artistico
IL LIBRO
Tokyo Syndrome
Scritto da Alessio Gradogna, Fabio Tasso
Edito da Falsopiano Cinema
Tokyo Syndrome analizza l’esplosione e l’affermazione del fenomeno J-Horror, passandone in rassegna gli autori più significativi e i film di più alto valore artistico e simbolico, cercando i punti in comune tra le diverse tipologie di rappresentazione dell’orrore, e provando a costituire una piccola guida sia per i seguaci del genere, sia per chi si avvicina per la prima volta a questo filone. Il tutto con una scrittura fluida e scorrevole, così da poter essere di facile lettura sia per gli addetti ai lavori sia per i semplici appassionati. Capitoli dedicati a Hideo Nakata, Takashi Miike, Kiyoshi Kurosawa, Takashi Shimizu e Shinya Tsukamoto, con interviste, biografie, e un’accurata analisi dei loro film più significativi. Inoltre un ulteriore capitolo dedicato ad altri film di grande valore, più un’appendice con filmografie e schede tecniche dei film citati.
Web: www.falsopiano.com/perfalsop/tokyo.html
INTERVISTA AD ALESSIO GRADOGNA
a cura di Daniele 'Danno' Silipo
|
Alessio Gradogna, nato nel 1978, laureato in Lettere, scrittore e critico cinematografico. Nel 2004 ha vinto il premio nazionale di critica Giovane e Innocente, nel 2006 ha pubblicato (con Fabio Tasso) il libro Tokyo Syndrome – Le nuove frontiere dell'horror giapponese, e nel 2008 ha pubblicato il libro I dannati e gli eroi – Il cinema di Guillermo Del Toro. Negli anni ha collaborato con diverse riviste specialistiche nel settore (attualmente è responsabile della rubrica horror su Sentieri Selvaggi e della Guida Cinema Horror Supereva), gestisce un suo blog di cinema (http://cinemystic.splinder.com), e si occupa anche di narrativa (alcuni suoi racconti sono stati pubblicati recentemente in antologie letterarie di differenti editori).
|
Quali peculiarità rendono l’horror giapponese così “unico” e “spiazzante”?
Sicuramente per un pubblico abituato al cinema americano o comunque occidentale, le prime visioni di horror orientale possono essere davvero sorprendenti. Ci si trova di fronte infatti a un universo visivo completamente diverso, e permeato da caratteristiche peculiari proprie del mondo autoctono di riferimento, in questo caso il Giappone. L'horror nipponico si poggia sulle tradizioni e sulle paure ataviche del suo popolo, e mette in scena una rappresentazione della paura molto più sfumata, graduale, melliflua rispetto all'immediatezza dei prodotti hollywoodiani (e spesso anche europei). I fantasmi giapponesi si insinuano poco alla volta nello stomaco dello spettatore, scavano al suo interno, e alla fine riescono a provocare brividi di notevolissimo impatto emotivo.
Quanto c’è di tradizionale e quanto di internazionale nell’horror giapponese e come è riuscito ad ottenere una ribalta mondiale (se di ribalta mondiale si tratta)?
Come detto l'horror nipponico contemporaneo deriva molte delle sue tematiche dalla propria tradizione: pensiamo ad esempio agli obake-mono e ai kaidan-eiga, ovvero film di fantascienza e spettri che conobbero discreta diffusione già negli anni '50 e '60, attingendo a piene mani dalla letteratura del Periodo Evo (1603-1868) in cui convergevano racconti spiritici di stampo buddista, e storie di folclore locale non lontane dall'animismo di stampo shintoista. I registi attuali hanno tenuto ben salda questa struttura archetipica, mescolandola con connotazioni vicine alle inquietudini del presente (l'alienazione industriale, lo sviluppo tecnologico indiscriminato, la paura della restaurazione di totalitarismi dittatoriali, l'inadeguatezza delle istituzioni, i segreti nascosti nelle pieghe di realtà familiari spesso solo di facciata, lo smarrimento ideologico della gioventù nipponica, e così via), inventando così “creature” filmiche di altissimo livello. Il fenomeno del J-Horror è rimasto inizialmente confinato soprattutto all'interno della realtà locale, salvo poi uscirne, poco alla volta, grazie al passaparola degli appassionati (e all'intelligenza di alcuni festival) che hanno iniziato a cercare questi film, con sempre più voracità, fino a creare un vero e proprio culto. In quel momento, ovviamente, anche i distributori si sono accorti di ciò che stava avvenendo, e hanno sdoganato questi prodotti per renderli appetibili al grande pubblico. Dopodichè, purtroppo, è arrivato l'odiosissimo fenomeno dei remake, attraverso i quali gli americani non hanno fatto altro che saccheggiare (quasi sempre con risultati ignobili) i grandi film giapponesi, convincendo (a suon di quattrini) addirittura alcuni registi a rifare i loro stessi film in terra statunitense.
Che tipo di approccio hai scelto, nel libro, per descrivere il fenomeno?
Io e il co-autore Fabio Tasso in Tokyo Syndrome abbiamo scelto un percorso semplice e immediato, a nostro giudizio giusto ed essenziale: fornire le coordinate generiche di base riguardo al movimento, per poi scegliere nello specifico i registi e i film più significativi, e sviscerarli smontando "pezzo per pezzo" le pellicole di riferimento, per cercare di estrarne i principali significati critici e sociologici. Ovviamente è stata una scelta "dolorosa", perchè sono rimasti fuori autori e titoli di grande pregio, ma abbiamo cercato di fare un quadro se possibile esaustivo di questo fenomeno, sicuramente il più significativo e brillante nel mondo del cinema horror a cavallo del nuovo millennio.
Volendo fare una sorta di “filmografia essenziale”, quali sono i titoli più importanti e imprescindibili per farsi un’idea globale dell’horror giapponese?
Proprio per il discorso di cui sopra, non è semplice fare una scelta, anche perché sono tantissimi i titoli del J-Horror a contenere tematiche solide, nonché a regalare spaventi davvero indimenticabili. In ogni caso, senza dubbio, posso indicare The Ring e Dark Water di Hideo Nakata, Ju-On The Grudge di Takashi Shimizu, Audition, Ichi The Killer, Visitor Q e Imprint di Takashi Miike, Cure e Kairo di Kiyoshi Kurosawa, Suicide Club di Shion Sono e Battle Royale di Kinji Fukasaku, tutti film di straordinario livello e utilissimi, pur nella loro radicale diversità, per capire le coordinate stilistiche e i principali temi trattati dal movimento. Imprescindibile poi il Tetsuo di Tsukamoto, seppur antecedente di alcuni anni all'esplosione del fenomeno. La raccomandazione è comunque quella di procurarsi sempre e comunque gli originali giapponesi, e non i remake americani, spesso pessimi, inutili e dannosi.
Un regista su tutti...
Difficile, perchè ognuno di loro ha portato un qualcosa di fondamentale al genere. Ti direi Nobuo Nakagawa in quanto precursore del movimento, e tra i contemporanei Nakata per l'abilità nella messinscena delle tematiche fantasmatiche, Kurosawa per la bravura stilistica e la versatilità, e Miike per il genio, la follia e l'entusiasmante estremismo visivo.
» Nessun commento
Non ci sono commenti fino ad ora.
» Invia commento
|