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Pulp
Scritto da Emanuele Rauco   
mercoledì 03 giugno 2009

Categoria Romanzi

In breve Il più dritto detective di Los Angeles alle prese con la Morte, gli alieni, i passeri rossi, scrittori morti e con la sua inettitudine: ne uscirà? Uno degli ultimi capolavori di Charles Bukowski.

 

Scritto da Charles Bukowski
Edito da Feltrinelli, 1994
Pagine 186 Prezzo € 6.50

 

In Italia, quando uno scrittore (per di più già famoso in altri ambiti come Giorgio Faletti o Francesco Salvi), decide di esordire, pensa subito al thriller o al noir, come se fosse l’esercizio di stile più facile e a buon mercato del mondo, mentre – e chi ogni tanto abbia scritto qualcosa, lo sa – confrontarsi con i meccanismi del genere è quanto di più difficile ci sia. Lo sa anche uno degli scrittori più folli e sghembi di sempre, Charles Bukowski, che sul finire di carriera - anche se il libro sarà pubblicato quasi due anni dopo la sua morte - decide di divertirsi, di fare una sorta di viaggio organizzato per pensionati nei territori dell’hard-boiled, come a suggellare col relax una carriera già compiuta.

Pulp racconta di un detective, Nick Belane, il “più dritto detective di Los Angeles” e dei casi che, di punto in bianco, arrivano a cambiargli la vita: la signora Morte che gli chiede di scoprire se Celine, il drammaturgo francese, sia ancora vivo; un disgraziato che dice di essere ipnotizzato sessualmente da un’aliena e infine un vecchio conoscente che deve assolutamente trovare un Passero Rosso. Chiaramente quello del noir stile Phillip Chandler è un pretesto per raccontare una visionaria storia di morte, follia e degrado soprattutto mentale, ambientata a Los Angeles, la città americana dove la follia e la stupidità raggiungono le vette dell’immaginario, grazie alla sovrastante presenza di Hollywood, della Mecca del cinema e dei suoi sogni di gloria.

Pulp, come sa bene chiunque abbia vissuto negli anni ’90 di Quentin Tarantino, significa pasticcio ma, soprattutto, è un genere letterario che prende il noir e la detective story e li inzuppa nella violenza, nella confusione narrativa, nelle donne a buon mercato e negli intrecci paranormali. Insomma, nella cattiva letteratura, come recita la dedica del libro; e Bukowski, in questa storia del XX secolo edita da Feltrinelli, fa tutto questo e lo spinge alle soglie dell’assurdo, correndo il rischio della metafora e del filosofismo, ma schivandolo con una clamorosa dose di humour e ironia. E soprattutto, cercando di andare sempre oltre con la narrazione, facendo dell’impossibile e dell’irreale il proprio campo da gioco, ironizzando – come solo un vecchio può fare – sui propri stereotipi, sui cliché, sulle maniere narrative: i topoi della letteratura “criminale” si mischiano e confondono con quelli della poetica bukowskiana (l’alcool, la solitudine, il sesso come squallido hobby) e ne escono salutarmente a pezzi grazie allo stile, al tocco divertito in ogni pagina, alla consapevolezza della morte anche nelle frasi stracciate e ripetute, nei passaggi iterativi, nei capitoli in cui si descrivono, in due parole, giornate vuote e finite. Anche in un esercizio di stile, in uno scherzo strambo, un grande autore mette la sua firma, la sua colossale comprensione della miseria umana. Talmente colossale, che finisce per lasciare straniti. E moribondi. (Emanuele Rauco)

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